BIOGRAFIA - DETTAGLIATA
1932-1942
Giovanni Raboni nasce venerdì 22 gennaio 1932 a Milano, da
una famiglia «di Milano da generazioni, però con ascendenze un po’ più lontane,
bergamasche e lombarde» (a P. Del Giudice, «Galatea», novembre 1997). La
famiglia abita in via San Gregorio, in un quartiere a cui Giovanni rimarrà
sempre legato:
Sposandosi, i miei genitori andarono ad abitare in una casa
costruita da poco che dava sul terrapieno della ferrovia. Era una specie di
esilio per loro che da sempre, con le loro famiglie, avevano abitato dentro o,
al massimo, lungo la Cerchia dei Navigli: via Andegari, via Pietro Verri, via
Carducci, la “casa rossa” all’angolo di corso Venezia. Dopo la guerra c’era
stata, mi raccontava mio padre, una spaventosa crisi degli alloggi; poi la
città aveva cominciato a espandersi, a complicarsi, a sfigurarsi. Bastioni e
mura spagnole erano stati spianati, i Navigli coperti; prati e orti erano
diventati quartieri. Certo, non stare più “in centro”, stare addirittura “dopo
la stazione” era una diminuzione non da poco, una specie di proletarizzazione
per dei milanesi di vecchia famiglia borghese. Ma quando nacqui io, all’inizio
degli anni Trenta, molte cose erano cambiate, altre s’erano trasformate in
immagine, in mito. Le finestre di casa nostra non davano più sui binari; la
stazione […] ci stava ormai alle spalle. Il terrapieno della ferrovia aveva
lasciato il posto a un terreno vago sul quale, di tanto in tanto, spuntavano le
effimere architetture di circhi e lunapark. Ma già, intorno, sorgevano case dalle
facciate di marmo, minigrattacieli destinati a ospitare i nuovi ricchi della
piccola e media industria (la grande era ancora saldamente in mano alle dieci o
cento famiglie che occupavano i palazzi gentilizi di via Durini, via
Borgonuovo, via Bigli). La via dove abitavamo noi, via San Gregorio, diventò
così una strana e un po’ tetra zona di frontiera: da una parte, appunto, i
condominî ingenuamente fastosi della borghesia mercantile; dall’altra, le
lugubri case d’affitto di negozianti, piccoli professionisti, impiegati, ma con
alle spalle, per fortuna, l’affascinante, pullulante casbah della prima
emigrazione meridionale: trafficanti in stoffe e in tappeti, barbieri,
mediatori di affari sibillini, ladri, ricettatori… Ecco, questa è la Milano
nella quale ho cominciato a vivere e che ancora adesso, adesso che non ci abito
più da molto tempo, sento di amare in modo più completo, più viscerale di
qualsiasi altra zona o quartiere della città. Porta Venezia: strade grigie e
dritte gremite di negozi d’ogni tipo, pensioncine, alberghi a ore, trattorie
pseudotoscane; lo stupendo piazzale ventoso, quasi marino con le bancarelle di
libri usati, gli sfiatatoi del diurno, i neoclassici caselli del dazio di Porta
Orientale; i “giardinetti” di via Benedetto Marcello, con le spettrali,
civettuole villette a due piani, luoghi deputati di inquietanti e rispettabili
delitti immaginari; l’immenso, variegato, pigro fiume di corso Buenos Aires, la
Shangai, la San Francisco della mia adolescenza, con i suoi cinematografi
profondi come caverne, i labirintici negozi di scarpe a buon prezzo, le vetrine
di ANIMALI VIVI assediate da una piccola folla di bambini, domestiche somale,
pensionati, magnaccia… (G. R.,Appestata
ma bellissima, «Corriere della Sera», 3 aprile 1979).
Giovanni è il secondogenito, dopo Fulvio (1927-2002), di
Giuseppe (1891-1952) e Matilde Sommariva (1893-1954), e porta il nome del nonno
materno. Quello paterno, Fulvio, aveva studiato alla Regia Scuola Superiore di
Commercio di Venezia. Divenuto procuratore dei fratelli Bocconi, gli viene
affidata dalla famiglia la ricerca di Luigi, figlio di Ferdinando, scomparso
nella battaglia di Adua (1890); ma non potrà che raccogliere notizie sulla
sorte sfortunata del giovane. Si tramanda in famiglia che si debba a Fulvio il
suggerimento a Ferdinando Bocconi di ricordare la memoria del figlio con
l’istituzione di un’università di studi economici (nel 1902) che diventasse una
sorta di Ca’ Foscari milanese.
Fulvio Raboni sposa in prime nozze Giuseppina Crespi
(appartenente a una famiglia di possidenti della zona di Saronno). Dal
matrimonio nasce Giulio, che sarà una figura centrale nell’infanzia e nella
giovinezza di Giovanni. Alla morte di Giuseppina, Fulvio sposa la sorella
minore di questa, Giulia, madre di Giuseppe e di Angela (morta nel 1917 durante
l’epidemia di febbre spagnola).
Giuseppe Raboni svolge la sua carriera professionale come
funzionario al Comune di Milano: per diversi anni come Capo ripartizione
dell’Educazione, infine come Vice Segretario Generale. Sposa nel 1926 Matilde
Sommariva, proveniente da una famiglia di livello borghese meno elevato, e
portata piuttosto verso il mondo dell’arte. Matilde è molto legata alla sorella
maggiore Maria, moglie del musicista Carmine Guarino (una cui opera, Madama di Challant, andò in scena alla
Scala il 9 marzo 1927), e ne frequenta la casa di corso Magenta con i figli,
che rimarranno sempre affezionati al cugino Giandomenico (1920-1983).
Giovanni riceve da parte della famiglia un’educazione cattolica.
Sia la casa del nonno Fulvio che quella paterna sono dotate
di ricche biblioteche.Ascolta dalla
voce del padre e della madre le opere di Tessa, Porta, Manzoni:
Mio padre teneva I
promessi sposi – una bella ristampa dell’edizione del ’40, con le
illustrazioni di Gonin, che era stata di suo padre – sul tavolino accanto al
letto. Ho cominciato a leggere Manzoni prima di saper leggere, per interposta
persona; e non ho più smesso (G. R., Raboni
Manzoni, 1985);
Nell’ottobre del 1938 è iscritto alle Scuole elementari
Cardinale F. Borromeo di via Casati, che frequenterà fino alla fine della terza
(la sua figura rimane impressa nella memoria della maestra, Giuditta Rinaldi,
che il poeta ritroverà, quasi centenaria, in anni recenti). Frequenta poi la
quarta elementare all’Istituto Gonzaga di via Vitruvio, dove già studia il
fratello («ricordo che lì ebbi come confessore don Carlo Gnocchi, figura
notevole e uomo dotato di un certo carisma»: a D. Piccini, cit.).
La famiglia passa le vacanze tra Recco (in giugno e in
agosto) e la casa di Sant’Ambrogio Olona (tra Varese e il Sacro Monte), presa
in affitto dal padre («le case in campagna, anche per una famiglia agiata ma
non ricca come la mia, si affittavano per tutto l’anno, non si compravano»: a
P. Del Giudice, «Galatea», cit.) per la prossimità alla villa dei facoltosi
cugini Volpato, ai quali Giuseppe Raboni è legato da una forte amicizia.
1942-1945
Nel tardo pomeriggio del 24 ottobre 1942 l’allarme antiaereo
suona alle 17.57. Appena tre minuti dopo comincia il primo bombardamento diurno
di Milano. Le bombe colpiscono anche nei pressi di via San Gregorio, in corso
Buenos Aires:
Quel pomeriggio d’ottobre del ’42 tutto prese d’un tratto
un altro ritmo, un altro senso. Già il fatto che i sei colpi di sirena
arrivassero così scandalosamente fuori orario, mentre c’era chi giocava e chi
faceva i compiti e chi preparava la cena, mentre dalle finestre filtrava ancora
la luce del crepuscolo e mio padre non era ancora tornato dall’ufficio, insomma
mentre la casa e la città erano immerse nella loro ostinata normalità, mi parve
qualcosa di atrocemente indebito, una sorta di sacrilegio. Abituati a scendere
sottoterra trasportati e come protetti dall’onda del dormiveglia, stavolta
dovevamo scenderci in piena coscienza, da svegli, da “vivi”. E più in fretta
del solito, anche: perché prima che la sirena finisse di sbraitare già
echeggiavano, non ricordo se più sorde o più laceranti, più crudeli o più
assurde, le prime terrificanti esplosioni (G. R.,
Nel rifugio mi chiedevo: che cosa ho fatto di male?, «Corriere della
Sera», 21 marzo 2003).
L’indomani Giuseppe Raboni trasferisce la famiglia a
Sant’Ambrogio, e da qui torna ogni mattina a Milano:
Uno dei ricordi più toccanti di quegli anni è il fatto che
mio padre – che non poteva assentarsi da Milano perché il suo lavoro lo teneva
a Milano –, però veniva a dormire ogni sera qua. Cioè ogni sera partiva da
Milano, in condizioni spesso disagiate e anche pericolose perché c’erano i
bombardamenti, i mitragliamenti – viaggiare in treno, viaggiare in corriera era
una cosa abbastanza pericolosa –, lui ogni sera, tutti gli anni di guerra, è
venuto a dormire qui con noi; e alla mattina, all’alba, ripartiva. Questa è una
cosa che allora in qualche modo mi sembrava normale; poi ho capito che era una
forma di piccolo ma straordinario eroismo. Era il luogo – qui il sagrato – dove
si ogni sera si venivano a prendere le persone che tornavano da Milano. Io
venivo ogni sera incontro a mio padre che arrivava qui davanti con il tram da
Varese, dopo aver preso il treno da Milano a Varese. E poi da qui, come da una
sorta di palco, si assisteva al rito annuale del pellegrinaggio al Sacro Monte,
con i pellegrini che passavano la mattina festosi sotto il sole e tornavano
ogni pomeriggio, sempre, regolarmente sotto la pioggia: perché questo è il
clima di questi luoghi [...]. Ma il ricordo più struggente è proprio quello del
ritorno serale di mio padre. Era una grande festa, per me, per noi; ed era il
segno di un’incredibile fedeltà da parte sua, ripensandoci; e di questo parla
una poesia che si intitola La guerra
(E. Bertazzoni, Giovanni Raboni. Il
futuro della memoria, 1999; trascrizione di R. Z.).
Giovanni frequenta la quinta elementare nella scuola del
paese. Quando si pone, nell’autunno successivo, il problema della continuazione
degli studi, Giuseppe Raboni preferisce che il figlio non si rechi a Varese ma
studi privatamente a Sant’Ambrogio, prendendo anche lezioni di francese.
Sono soprattutto anni di intense e appassionate letture:
C’era sempre, quasi sempre, mi ricordo, in estate, […] questo
clima umido, con la pioggia che non viene ma potrebbe sempre venire; grande
fresco, grande silenzio. È stato l’unico mio periodo in cui ho vissuto le
stagioni davvero: cioè ho capito che c’è un rapporto vero con la natura; poi in
città le stagioni si perdono. E sono stati anche anni di grandi letture. Io
sono stato un lettore abbastanza precoce. Ho cominciato a leggere allora, e mi
sembra di aver letto soprattutto in quegli anni. Poi negli anni successivi e
fino a adesso mi sembra che sto soltanto rileggendo quello che ho già letto.
Naturalmente non è così, però l’impressione è un po’ quella. Non c’è come
questo tipo di clima, questo paesaggio, questo grigio, per favorire quello
stato di grazia che è per me la lettura [...]. L’impressione è appunto di aver
letto tutto qui: naturalmente non è vero. Molte cose le ho lette dopo,
naturalmente; e non ne sospettavo nemmeno l’esistenza. Per esempio, una delle
esperienze fondamentali della mia vita è stata la lettura di Proust, che poi ho
anche tradotto (l’ho letto negli anni ’50). Però l’impressione è quella; e
sicuramente ho letto, non capendone probabilmente nulla, ma insomma ho letto
tutto Shakespeare, per esempio, nei tre volumi dell’edizione Sansoni che è
uscita in quegli anni, negli anni di guerra. Ero un lettore onnivoro e
incosciente che avevo dieci anni, dodici anni. Ho letto naturalmente Dickens,
che adoravo e che adoro ancora; ma anche Dostoevskij, anche Tolstoj. I
capisaldi della mia passione per la letteratura e per il romanzo, soprattutto,
li ho divorati tutti allora. Ho messo il primo strato, ecco, nella mia passione
per la letteratura, e per il romanzo in particolare (E. Bertazzoni,
Giovanni Raboni. Il futuro della memoria, cit.).
Il primo consigliere è il padre, che trasmette a Giovanni la
passione per la grande narrativa europea dell’Ottocento (russa e francese in
particolare), ma i cui gusti sono aperti all’apprezzamento dei contemporanei
(in particolare Vittorini). Gli si affianca in seguito il cugino Giandomenico
Guarino (lettore attento della narrativa e della poesia contemporanea), che
dopo l’8 settembre ha trovato rifugio nella casa di Sant’Ambrogio. Giovanni
legge, tra gli altri, Piovene (l’autore preferito dal cugino), Bontempelli («ma
nell’ordine inverso rispetto al canone di Baldacci»: a R. Zucco), Buzzati (
I sette messaggeri e Il deserto dei Tartari), Francesco
Chiesa (Tempo di marzo); e, per la
poesia, Ungaretti, Quasimodo, Cardarelli. La lettura di Montale cade,
memorabilmente, nell’ultimo inverno di guerra.
È il padre a rifornire di libri la famiglia con intelligente
attenzione per le novità editoriali: arriva per questa via a Sant’Ambrogio
anche una copia della clandestina Americana
di Vittorini (uscita da Bompiani nel ’42). Ma ben presto Giovanni e il fratello
cominciano a visitare le librerie di Varese:
Erano gli ultimi mesi di guerra e dunque, per la mia
famiglia e per me, di sfollamento da Milano, e io andavo quasi ogni pomeriggio,
da ragazzino perdutamente innamorato della letteratura, in una libreria di
Varese i cui scaffali erano gremiti, assai più che di novità, di edizioni degli
anni Venti e Trenta che farebbero oggi la gioia di un collezionista. Ad
attrarre la mia attenzione erano soprattutto i poeti contemporanei: non tanto
gli autori già canonici e dunque presenti (da Cardarelli a Montale, da
Ungaretti a Quasimodo) fra i libri di mio padre, bensì quelli talmente nuovi
che nessuno, a casa mia, li aveva sentiti nominare. Era, ovviamente, un
azzardo; ma fu così che scovai e potei leggere, a tredici anni, libri destinati
a segnare la mia vita come Realtà vince
il sogno di Betocchi, le Poesie
di Sereni nell’edizione Vallecchi del ’42, e […] La barca di Luzi: libri iniziali, tutti, della storia dei loro
autori, e certo non paragonabili ai capolavori della loro maturità, ma che mi è
tuttora impossibile riaprire senza essere investito dall’impeto di novità e
d’ardimento di cui erano portatori (G. R., Mario
Luzi, gioventù di poeta, «Corriere della Sera», 10 ottobre 2001).
La scrittura in versi si dà inizialmente come istintiva
prosecuzione della lettura di versi altrui.
Ogni tanto mi chiedono – e qualche volta chiedo anche a me
stesso – perché si scrivono poesie, come si comincia a scrivere poesie, come si
scopre di avere bisogno della poesia [...]. È un’esigenza che nasce, io credo,
da un desiderio di emulazione. Si leggono poeti che si ammirano da ragazzi, da
adolescenti, e si vuole essere come loro [...]. Naturalmente, a monte ancora
c’è una qualche mancanza, una qualche ferita, perché io credo che se uno fosse
perfettamente felice e in pace con se stesso non gli verrebbe in mente di
scrivere poesie, e probabilmente nemmeno di scrivere musica o di fare dell’arte
in generale [...]. Naturalmente, ancora prima bisognerebbe capire perché si
prova piacere a leggere la poesia. Foscolo diceva che lettori di poesia si
nasce; io a volte aggiungo un po’ per provocazione che forse poeti si può
diventare. Lettori di poesia non si può diventare, si nasce: cioè si nasce con
il gusto della poesia e con il piacere e l’emozione della poesia così come si
nasce con l’orecchio per la musica. Partendo da lì, poi la poesia diventa un
fatto di necessità interiore. All’emulazione, al piacere di fare come gli
altri, a poco a poco subentra il bisogno di parlare di sé, di dire qualcosa di
sé (G. R. a Pantheon. Le ragioni della
vita, RAI Nettuno SAT 1, 18 settembre 2004; trascrizione di R. Z.).
Compone poemetti di emulazione pascoliana su vari argomenti:
uno è ispirato ai Fioretti di S. Francesco, un altro alla vita di Giotto (su
sollecitazione di un libro de Il libro
dei sette colori. Storie serie e gaie d’artisti di Guido Edoardo Mottini;
dello stesso autore legge con passione anche
Con sette note. Figure di grandi musicisti presentate ai giovani).
Ma l’aggiornamento della pratica della scrittura in versi sulle letture
poetiche che si succedono è continuo: si ha così, per esempio, anche un
significativo momento di imitazione quasimodiana. La famiglia segue questi
esercizi insieme con discrezione e interesse. Particolarmente gratificante, nel
ricordo del poeta, la lettura di alcuni suoi componimenti da parte di padre
Alfonso, insegnante del fratello in visita a Sant’Ambrogio, alla famiglia
riunita in giardino.
Ma anche la musica è tra gli interessi del giovane Raboni,
che partecipa alle sedute d’ascolto di dischi a 78 giri organizzate in paese
dall’avvocato Marocco, e ascolta Brahms e Chopin suonati al pianoforte dalla
cugina Maria Luisa Volpato (detta in famiglia Getti). Con lo sfollamento ha
però dovuto interrompere lo studio del pianoforte intrapreso per desiderio
della madre negli anni precedenti: anche per questo
il bisogno d’un qualche concreto fare estetico – un bisogno
che avvertivo sin da quando avevo acquistato una prima, embrionale
consapevolezza di me – si riversò sulla letteratura, e il mio amore per la musica
si trasformò in “amore da lontano”, senza possesso né speranza di possesso,
come quello cantato dai poeti medievali (G. R.,
Una sonata di Beethoven per riconciliarsi con il mondo, «Corriere
della Sera», 8 agosto 1999).
1945-1950
Poche settimane dopo la Liberazione la famiglia Raboni
ritorna nella casa di via San Gregorio:
Finita la guerra, la mia famiglia è tornata a vivere a
Milano, e per me è stata una grandissima emozione, perché la dimensione della
città che avevo vissuto da bambino l’avevo quasi dimenticata. È stata una
riscoperta ed è stato anche un innamoramento; mi sono proprio innamorato delle
possibilità anche fantastiche della dimensione cittadina, della dimensione
urbana. Era anche, poi, un clima straordinario, quello del dopoguerra, di grande
vitalità, di grandi speranze, di grandi rinnovamenti. Quindi è stato un periodo
per me straordinario in modo diverso: in modo, appunto, di coinvolgimento nella
realtà; mentre gli anni della guerra erano stati in qualche modo un periodo di
sospensione della realtà e di vita nel fantastico, nel privato, nella intimità
(G. R. a Pantheon, cit.).
Nell’autunno del 1945 Giovanni è iscritto al liceo Parini.
Frequenta il biennio ginnasiale con molte assenze, e accede alla prima liceo
con esame di ammissione.
In prima liceo, nell’ottobre del ’47, ha come compagni di
classe la futura prima moglie, Bianca Bottero, e Arrigo Lampugnani (poi
Lampugnani Nigri), che sarà suo datore di lavoro e tra i suoi primi editori. È
in casa di Arrigo che Raboni conosce, nel 1948, Vittorio Sereni.
Tra gli insegnanti ci sono Elena Ceva (professoressa di
italiano, che stima moltissimo Giovanni) e Siro Contri (filosofia). Si iscrive
al Parini per il secondo anno del liceo ma interrompe la frequenza. Si iscrive
per la terza liceo al Carducci, ma frequenta le lezioni solo per poche
settimane.
Parallelamente a questa discontinua carriera scolastica –
percepita con un senso di inutilità, e incapace di suscitare vere passioni
culturali – inizia fin dai primi mesi del dopoguerra un’educazione culturale
alternativa, che si svolge secondo liberi percorsi negli ambiti della
letteratura, del cinema, del teatro e della musica. Della letteratura
innanzitutto. Giovanni e Fulvio Raboni diventano frequentatori assidui delle
librerie milanesi, e hanno modo di legare la passione per la lettura alle
occasioni di una attualità vivacissima ed eccitante, che muta fondamentalmente
l’“atemporalità” con cui l’opera letteraria si manifestava nella piccola
comunità di Sant’Ambrogio. Giovanni si fa guidare ora anche dalle offerte di
una ricchissima produzione editoriale:
A chi, come me, ha cominciato a leggere negli anni
Quaranta, non sarebbe mai venuto in mente che l’azzurro dei «Narratori
stranieri tradotti» di Einaudi, l’arancione con figure della «Corona» Bompiani
o le bande variamente colorate dello «Specchio» mondadoriano potessero
custodire un romanzo, un racconto, una raccolta di versi indegni dell’attesa. E
il bello è che avevamo ragione, che fin quando quelle collane non scomparvero o
non subirono tristi metamorfosi non andammo incontro, che io ricordi, a una
sola vera delusione… (G. R., Contraddetti,
1998).
Se gli anni di Sant’Ambrogio avevano procurato innanzitutto
la confidenza con i classici della narrativa dell’Ottocento (con saltuarie
incursioni nella contemporaneità), è del primo dopoguerra il contatto con la
grande poesia europea, mediato principalmente dalla collana «La Fenice» che
Attilio Bertolucci dirigeva dal 1939 presso l’editore Ugo Guanda. Il giovane
Raboni legge in traduzione, ma con profondo interesse per il testo a fronte; si
esercita quindi in versioni alternative, e inizia precocemente la riflessione
sui problemi della traduzione letteraria:
Forse i lavori di traduzione che hanno influito di più sul
mio lavoro di poeta sono quelli fatti in gioventù, mai pubblicati e poi
distrutti: traduzioni dai poeti latini (soprattutto Catullo) e anglosassoni
(soprattutto Eliot). Le mie traduzioni “pubbliche” sono arrivate, in un certo
senso, a cose fatte, quando ero già più o meno in possesso dei miei strumenti
espressivi (G. R. in Traduzione e poesia
nell’Europa del Novecento, Bulzoni, Roma 2004).
Fondamentale l’antologia eliotiana nella traduzione di Luigi
Berti, che costituisce un apporto decisivo alla formazione del giovane poeta in
combinazione con l’influsso, poco più tardo, di Pound (i
Canti pisani tradotti da Alfredo Rizzardi escono da Guanda nel
’53).
Insieme, si approfondisce e si aggiorna la conoscenza della
letteratura americana. Ai classici Melville e Hawthorne degli anni di
Sant’Ambrogio si affiancano ora Hemingway, Steinbeck, Faulkner, Saroyan, letti
con tempestività nelle traduzioni presentate dai vari editori italiani. Ma
continua anche la lettura della poesia italiana contemporanea (nel ’47 escono
Diario d’Algeria di Sereni,
Quaderno gotico di Luzi,
Notizie di prosa e di poesia di
Betocchi; nel ’48 il Quaderno di
traduzioni di Montale), lettura che è sistematica per i poeti pubblicati
nello «Specchio» (fanno qui la loro comparsa, tra il ’44 e il ’50, titoli
capitali di Quasimodo, Ungaretti, Cardarelli, Saba, Sinisgalli, Sbarbaro,
Vigolo, De Libero, Gatto, Solmi). Continua inoltre ad essere un lettore fedele
di Vittorini e del «Politecnico»:
Per chi era un ragazzo negli anni, diciamo, fra il ’45 e il
’49, Vittorini è stato una specie di chiave della letteratura, della passione
letteraria, del gusto letterario» (G. R., Quaderno
in prosa, 1981).
Delle riviste, legge saltuariamente «Costume» (diretta da
Carlo Bo), «La Rassegna d’Italia» (redatta da Sergio Solmi, con la
collaborazione di Sereni), «Società», e in genere tutte le riviste pubblicate a
Milano nell’ambito politico-culturale della sinistra.
Nasce contemporaneamente una grande passione per il cinema.
Con il fratello inizia a frequentare le sale cinematografiche quasi
quotidianamente, di pomeriggio, incoraggiato dalla possibilità di utilizzare le
tessere messe a disposizione dalla Segreteria Generale del Comune. È
inizialmente un’attività che si svolge in modo intenso ma casuale e acritico,
anche legata al fascino esercitato dall’atmosfera delle sale di proiezione.
Decisiva l’esperienza del Festival internazionale
50 anni di cinema che si apre nel marzo 1946 al Cinema-teatro
Alcione, in Piazza della Vetra:
Mio padre, mio fratello e io non perdemmo, credo, una sola
serata. Io avevo quattordici anni: più scoperta, più iniziazione di
così…Proiettavano, se non ricordo male, due film ogni sera, film relativamente
recenti si alternavano a classici da cineteca. Si entrava con la luce del
crepuscolo e si usciva a notte avanzata, euforici e stremati. Vorrei aver
conservato il programma; in una scatola di vecchia corrispondenza ho trovato,
invece, soltanto un cartoncino giallo con l’invito per il 19 novembre 1946, ore
21, al secondo “martedì del Circolo del Cinema”, un’iniziativa resa possibile
dall’adesione di quanti avevano seguito con maggiore fedeltà le serate
all’Alcione e al termine si trasformarono nei soci fondatori della Cineteca
Italiana. Prima il festival, poi quegli esaltanti martedì – che ebbero luogo
per qualche tempo al vecchio cinema Anteo, poi, per anni, nell’aula magna di un
istituto tecnico di piazza della Vetra – sono il fondamento, non dico della mia
cultura cinematografica (che, onestamente, non credo di possedere), ma della
mia passione per il cinema: il cinema “vero”, quello compreso tra le origini e
gli anni Cinquanta (dopo, secondo me, comincia qualcos’altro: la storia di una
grande industria dell’intrattenimento e della persuasione che di tanto in tanto
– per caso, se non addirittura, si è tentati di pensare per distrazione – ha
prodotto ancora qualche capolavoro) (G. R., in
La cineteca desiderata. I migliori film della nostra vita, Il
castoro, Milano 2001).
Vede dunque al Festival Les
enfants du Paradis di Carné, l’Enrico
V di Laurence Olivier, e altri classici. I «Martedì della Cineteca»
diventano poi una vera e propria palestra di esercizio critico, in cui
l’iniziale passione si raffina mutandosi in conoscenza capillare e approfondita
della storia del cinema.
Negli stessi anni, dopo qualche spettacolo cui assiste occasionalmente
con il padre (vede per esempio al teatro Olimpia, nel 1946,
Il matrimonio di Figaro di Caron de
Beaumarchais diretto da Luchino Visconti, e alcune opere di Eduardo al teatro
Mediolanum), l’interesse per il teatro è legato alla nascita del Piccolo, che
Giovanni frequenta regolarmente fin dalla fondazione nella primavera del ’47
(l’inaugurazione è il 14 maggio con L’albergo
dei poveri di Gorkij).
Coltiva e sviluppa la passione per la musica:
Finita la guerra, tornati a Milano, cominciò il mio lungo
apprendistato di musicomane passivo, dotato ormai soltanto – perduta per sempre
quella di collaborare in un modo o nell’altro alla sua “messa in atto” – della
facoltà di ascoltarla, la musica, e di fantasticare all’infinito su di essa.
Per uno studente c’erano, per fortuna […], parecchie possibilità di coltivare
questa passione senza dover sostenere grandi spese. La Società del Quartetto,
costretta in quei primi anni postbellici a inventarsi sedi provvisorie (vi
furono stagioni di concerti in un cinema appena costruito in via Piave, altre
in un vecchio cinema di corso Vercelli), offriva abbonamenti a prezzi speciali,
e temo di averne approfittato anche oltre i limiti d’età stabiliti. E c’era il
loggione della Scala, naturalmente, le volte che non si riusciva a trovar posto
nel palco di qualche compagno di scuola particolarmente ricco […]. E ci furono,
un po’ più tardi, i Pomeriggi musicali al Nuovo, di cui una cugina di mio padre
[Getti: n.d.c.], con la scusa di
“farsi accompagnare” mi pagava l’abbonamento, e dove […] mi capitò di assistere
al debutto milanese d’un giovane, e a noi sconosciuto, Sergiu Celidibache (G.
R., Una sonata di Beethoven…, cit.).
Come per il cinema, anche per la musica la formazione di
Raboni è segnata da un avvenimento particolare. Si tratta in questo caso della
serie dei Concerti sinfonici di primavera
per l’Anno Santo 1950, con un’indimenticato programma di musica sacra
sinfonica: vi figurano la Passione
secondo San Matteo di J.S. Bach, lo Stabat
Mater di Palestrina, il Magnificat
di Monteverdi, il Te Deum di Verdi,
la Missa solemnis di Beethoven, la
Messa in si min. di J.S. Bach, il
Requiem tedesco di Brahms. Sono anche
anni di ascolti discografici: dapprima sull’apparecchio a 78 giri di famiglia
(ma assai faticosamente: l’edizione del Requiem
tedesco posseduta dalla famiglia conta 10 dischi), poi approfittando della
commercializzazione – nel ’48 – del long
playing, con la quale ha inizio la formazione di una discoteca privata. Fra
i primi acquisti il Concerto in re minore
con due violini, archi e cembalo di Bach e la sonata op. 111 di Beethoven:
Non so come, non so perché, pur avendone sfiorata più volte
l’occasione, non m’era mai riuscito d’ascoltare dal vivo l’ultima, l’estrema
fra le sonate per pianoforte di Beethoven, l’op. 111; né mi ero mai deciso di
acquistarne una delle incisioni davanti alle quali pure m’ero più volte fermato
in estatica meditazione. In compenso, sapevo quasi a memoria le pagine stupende
ad essa dedicate nel “Doctor Faustus”, il romanzo di Thomas Mann la cui
traduzione italiana, pubblicata da Mondadori nel ’49, era diventata – e come
avrebbe potuto non accadermi, in quegli anni? – uno dei miei
livres de chevet. Mi ripetevo le frasi,
al tempo stesso misteriose e lampanti, che il grande scrittore, con la complicità
del suo “consulente” T.W. Adorno, aveva messo in bocca al goffo e geniale
Wendell Kretzshnar per spiegare «perché Beethoven non ha aggiunto un terzo
tempo alla sonata per pianoforte op. 111» e come proprio in questa assenza, in
questa enigmatica e sublime mutilazione si celebri il commovente e in qualche
modo terribile “addio” dell’intera musica occidentale alla lunga, gloriosa
vicenda della forma sonata; e quasi mi sembrava di sapere, di quella
composizione sconosciuta, qualcosa di più che se la conoscessi, anche se
naturalmente, riflettendoci, mi rendevo conto di saperne molto meno… Quello che
alla fine, o forse invece all’improvviso, m’accorsi comunque di sapere, fu che
era venuto il momento di passare dal vagheggiamento astratto all’incontro effettivo,
“carnale”, con un’opera sul cui ritratto o fantasma
per verba (quell’Arietta del secondo tempo che «attraverso cento
destini, cento mondi di contrasti ritmici, finisce col perdersi in altitudine
vertiginose»; quella semplicissima sequenza di tre sole note – una croma, una
semicroma e una semiminima puntata – destinata a subire «avventure e peripezie
per le quali nella sua idillica innocenza proprio non sembra nata»…) avevo così
accanitamente esercitato la mia immaginazione da rischiare di perdermi anch’io,
davvero, e con nessun costrutto, in «altitudini vertiginose». Ero deciso: mi
sarei esposto alle rischiose, inebrianti incognite di un’incarnazione… (G. R.,
Una sonata di Beethoven…, cit.).
Nel 1949 è premiato al Teatro della Basilica ai
Concorsi studenteschi di poesia e
novellistica e pittura e disegno con una
Poesia per Bianca (la commissione giudicatrice è composta da Carlo
Bo, Salvatore Quasimodo, Angelo Romanò, P. Davide Turoldo, Orio Vergani). Allo
stesso anno risale la più antica delle poesie “approvate” di cui Raboni abbia
dichiarato la datazione: I compagni
d’Ulisse. Esordio di quella fase della scrittura poetica che va sotto il
titolo di Gesta Romanorum, sarà
compresa nell’edizione Lampugnani Nigri della raccolta eponima (1967):
Nella mia esperienza posso dire che è stata molto
importante la scoperta di quello che solo più tardi – leggendo Eliot, leggendo
i grandi poeti anglosassoni del Novecento – avrei capito che ha una base
teorica: la poetica del cosiddetto correlativo oggettivo, cioè il parlare di sé
attraverso situazioni, attraverso personaggi: non direttamente. Per me la
capacità di parlare direttamente di me in prima persona è stata una conquista
molto lenta. All’inizio sentivo il bisogno (e ho sentito il bisogno per molto
tempo) di raccontarmi in modo indiretto: di raccontarmi attraverso situazioni
reali, attraverso storie già scritte, attraverso personaggi inventati o reali.
Per esempio, ha avuto una grandissima importanza nelle mie prime poesie poi in
qualche modo accettate e rimaste come parte della mia storia l’immaginario
legato alla narrazione evangelica. La parte che ancora adesso riconosco [...]
della mia produzione giovanile (intorno ai diciotto, diciannove, vent’anni) è
legata appunto allo sviluppo dentro la fantasia, dentro l’immaginazione, di
spunti evangelici (G. R. a Pantheon,
cit.).
1950-1955
Nella primavera del 1950 dà al Carducci gli esami di
Maturità classica, per i quali si è preparato con l’amico Arrigo Lampugnani (è
in casa di Arrigo che fa la conoscenza del “precettore” di questo, il filosofo
Enzo Paci, frequentato anche nella villa dei Lampugnani a Magreglio).
È dei mesi immediatamente successivi la prima lettura della
Recherche, fatta nell’originale.
Tra agosto e settembre visita per la prima volta Venezia,
dove trascorre una breve vacanza con il padre. La coincidenza con il Festival
internazionale permette ai due di assistere a qualcuna delle proiezioni al
cinema San Marco, contemporanee a quelle del Lido, tra le quali quella de
La Ronde di Max Ophuls.
Nell’autunno si iscrive a Giurisprudenza, secondo il modello
di una vita professionale indipendente dalla passione parallela per la
letteratura (non Lettere ma piuttosto Medicina è la possibilità considerata
come alternativa). L’ambiente culturale e familiare – quello di «una famiglia
di borghesia, che una volta si sarebbe chiamata “di toga”, cioè una famiglia di
avvocati, di notai» – incoraggia Giovanni a questa scelta.
Ma la scelta per gli studi giuridici asseconda anche una
certa intima disposizione, che diventa vera passione nei corsi di Filosofia del
diritto e di Economia politica.
Comincia a frequentare Bianca Bottero, ora studentessa alla
Facoltà di Architettura.
La fine della costrizione scolastica liceale è vissuta con
un senso di straordinaria, eccitante libertà, per la quantità di tempo libero
lasciata dai corsi e dalla preparazione degli esami. Continuano le letture e le
prove di scrittura poetica, ma anche la frequentazione di teatri, cinema e sale
da concerto. Il gruppo di amici, allargato al fratello Fulvio, frequenta anche
le corse del galoppo a San Siro. I due fratelli continuano poi ad assistere
alle partite casalinghe dell’Inter.
(È una consuetudine con lo stadio di San Siro che per Giovanni terminerà soltanto
con la morte di Sereni, compagno delle partite a partire dagli anni Sessanta.)
Il 4 marzo 1952 Giuseppe Raboni muore improvvisamente, per
una crisi cardiaca seguita a una lunga degenza a letto prescrittagli dopo un
primo attacco.
La morte del padre è vissuta con un senso di sconcerto
esistenziale («tutto diventava incerto, a parte il dolore»: così a R. Zucco),
ma non ha ripercussioni materiali immediate per l’aiuto economico che viene
dallo zio paterno (mai sposato e senza figli, Giulio Raboni è sempre stato
molto vicino alla famiglia del fratello) e dalla famiglia dei cugini Volpato,
che permette ai fratelli di continuare gli studi (Fulvio, studente di
architettura, diventerà docente al Politecnico di Milano).
L’evento fondamentale per la vita artistica del giovane
scrittore è la conoscenza di Carlo Betocchi.
L’incontro è rievocato da Betocchi nell’introduzione alle
poesie pubblicate su «Letteratura», maggio-agosto 1958:
Giovanni Raboni è un ragazzo di Milano (Dio mio, l’ho
conosciuto che aveva 21 anni, e mi si passi l’affettuosa espressione, anche se
ora ne ha 26, con la sua brava laurea in legge, e lavora da tre anni in
un’industria della sua città), un ragazzo di chiara e pacata intelligenza,
limpido come l’acqua di fonte. […] In quella prima occasione la poesia di
Raboni si presentò in un certo dattiloscritto intitolato “Gesta Romanorum” che
meravigliò molto i giudici, a cominciare da Ungaretti: lo stacco dagli altri
concorrenti era grandissimo.
Nell’estate dello stesso ’53 si manifesta la grave malattia
al fegato che porterà la madre alla morte, nell’autunno dell’anno successivo.
Così Betocchi ricordava Matilde Sommariva:
Ho conosciuto la sua mamma, che ora purtroppo ha perduto,
dopo aver perduto anche il padre: voglio renderle omaggio, mentre parlo del
figliolo; era una cara creatura, che seguiva timida e innamorata il ragazzo
venuto a prendere il primo premio di poesia a Roma, alla prima tornata degli
“Incontri della Gioventù”, nel ’53.
Esce sul numero del 25 giugno 1954 de «La Parrucca» (rivista
milanese fondata l’anno precedente da Alessandro Mossotti) la poesia
I giorni della Terra Santa. Un’altra
poesia, Pioggia, esce sul numero
successivo (22 luglio).
Discute la tesi di laurea in Storia del diritto romano nel
febbraio del ’55. Ne è relatore Gaetano Scherillo (figlio del dantista
Michele), nel cui studio Raboni ha modo di preparare, da praticante, l’esame di
procuratore.
Dai primi anni Cinquanta passa le estati viaggiando in
Europa con gli amici, in automobile («come piaceva a me: cioè fissando di
massima un itinerario e poi fermandomi dove capitava»: così a R. Zucco). Visita
due volte la Spagna e, nei viaggi successivi, Grecia, Francia, Germania,
Inghilterra, dove è la prima volta nel ’53.
1955-1960
Venuta meno, dopo la morte prematura del padre, l’idea della
carriera accademica o nella magistratura, alla fine dell’estate del 1955
Giovanni accetta la proposta di Angelo Volpato di lavorare nell’ufficio legale
dell’azienda petrolifera di famiglia, la San Quirico, svolgendo per questa
mansioni di procuratore e compiendo qualche viaggio in Italia e all’estero.
Continua nel frattempo a vivere nella casa di via San Gregorio, dove dei due
fratelli si occupa, per un paio d’anni, la governante Rosetta, ricordata per
l’abbondanza dei pasti e la scarsa oculatezza nella gestione dell’economia
domestica.
Nella primavera del 1958 muore lo zio Giulio. Il 7 agosto
dello stesso anno Giovanni sposa, nella chiesa di Sant’Alessandro, Bianca
Bottero (il viaggio di nozze è a Trieste e a Vienna). Lascia il quartiere di
Porta Venezia per trasferirsi in via Morigi. Lazzaro nasce il 24 agosto 1959; e
l’anno successivo, l’11 ottobre, Pietro.
Anche dopo la nascita dei figli, fino al 1965, la coppia
trova il modo di viaggiare, sola o con amici. Sono brevi viaggi in Italia
(Napoli, l’Umbria...) ma anche più prolungate uscite all’estero (è del ’65 un
viaggio in Jugoslavia: Lubiana, Zagabria, Belgrado, Sarajevo, la Dalmazia). La
famiglia trascorre le vacanze estive e invernali a Camogli, in una casa in
affitto.
Continua a scrivere poesie. A tre anni di distanza dalle
prime pubblicazioni, un gruppo di sette testi, con presentazione di Carlo
Betocchi, esce nel n. 16 de «La Fiera Letteraria» (21 aprile 1957); altre
cinque, ancora con presentazione di Betocchi, sono pubblicate nel n. 33-34 di
«Letteratura» (maggio-agosto 1958). Nello stesso anno una silloge di
diciassette testi, Gesta Romanorum e
altre poesie è accolta nei Nuovi
poeti raccolti e presentati da U. Fasolo (Firenze, Vallecchi). Lavora nel
frattempo (sul frontespizio figureranno le date «1957-1960») alle poesie
raccolte ne L’insalubrità dell’aria
(1963):
Per quanto riguarda l’esperienza della poesia, il lavoro
sulla poesia, è stato importantissimo il fatto di scoprire la città come
metafora: come metafora della vita, come contatto con tutto quello che
l’esistenza offre di problematico, di inquietante, di esaltante. E sono
diventato a quel punto – dopo esser stato, nei primi anni di scrittura poetica,
un “ri-raccontatore” di storie già raccontate (in primo luogo la narrazione
evangelica) – un poeta di storie urbane, di racconti legati alla città, ai suoi
problemi, ai suoi drammi, alle sue inquietudini. È il periodo che probabilmente
ha segnato definitivamente la mia personalità di scrittore e di poeta (G. R. a
Pantheon, cit.).
L’attività pubblica di critico e saggista, che tra le prime
prove annovera significativamente un saggio sui
Luoghi comuni sul cinema («La Chimera», II, 11-12, febbraio-marzo
1955) acquista continuità a partire dallo stesso 1958 con gli
Appunti per una lettura dei “Cantos”
(poi in «Letteratura», n. 39-40, maggio-agosto 1959) e con saggi e interventi
su «aut aut» (Esempi per Brahms (48,
1958). Per la rivista fondata da Enzo Paci nel ’52 lavora come segretario di
redazione.
Esce su «aut aut» (n. 50, 1959) la prima testimonianza
dell’interesse critico per Proust: La
riduzione nella “Recherche”, in cui Raboni indaga i rapporti tra il romanzo
e gli ultimi quartetti di Beethoven.
Su «Il Verri» (IV, n. 5, ottobre 1960) pubblica
Quadratura e La riunione ristretta
Comincia in questi anni la frequentazione dell’ambiente
letterario milanese, che ha come riferimento il Blue Bar di piazza Meda. Qui –
ricorda Giovanni Giudici rievocando la figura di Sergio Solmi –
confluivano Sereni e Vittorini, Ferrata e Sergio
Antonielli, qualche volta Bo e Giosue Bonfanti, Anceschi e Dorfles, con gli
inevitabili avvicendamenti dei più giovani: Erba e Cattafi, Eco e Furio Colombo
fino al giovanissimo Raboni che fu (mi sembra) l’ultimo acquisto prima della
diaspora generale (Un poeta del golfo,
1995).
1960-1966
Nell’autunno del 1960 lascia la San Quirico e diventa
consulente legale dell’industria tessile Lampugnani Nigri, proprietà della
famiglia dell’amico Arrigo. Ma il ruolo di dirigente industriale è vissuto con
profondo, radicato disagio interiore.
È un disagio che diventa vera e propria crisi dopo la
tragedia del Vajont (9 ottobre 1963).
Al lavoro di consulente legale Raboni aveva già affiancato –
ma faticosamente – un’attività di lettore e consulente editoriale alla quale
dal ’64 decide di dedicarsi totalmente. Inizia in quest’anno il primo lavoro di
traduzione, quello de L’éducation
sentimentale di Flaubert (Garzanti 1966).
Nel 1961, pubblicato da Arrigo Lampugnani Nigri, esce il
primo volumetto di poesie, Il catalogo è
questo. Così Raboni ne rievoca la vicenda editoriale, che si intreccia a
quella de L’insalubrità dell’aria:
Il mio primo libro è, curiosamente il secondo – o
viceversa. Non solo: ci sono parecchie bibliografie che come mio primo libro ne
indicano addirittura un altro che invece, forse, è il terzo… Le cose sono andate
così. Nel 1958 o forse nel 1959, non ricordo bene, Vanni Scheiwiller, che
conoscevo allora soltanto di fama come giovanissimo e già prestigioso editore,
mi telefonò per dirmi che aveva letto il dattiloscritto d’una mia raccolta di
versi (era una prima stesura de L’insalubrità
dell’aria e gliel’aveva fatta avere, da Firenze, Carlo Betocchi) e che
l’avrebbe sicuramente pubblicata. Non disse quando, né io glielo chiesi. La
lunghezza dei suoi tempi era già leggendaria, e a me andava bene così: non
avevo fretta, sapevo che la raccolta era da completare e migliorare e sin da
allora la cosa più piacevole e più eccitante, per me, non è fare o aver fatto
un libro, ma pensarci, lavorarci, insomma doverlo fare.
L’insalubrità dell’aria uscì all’inizio del 1963 nella collana
«Lunario», la stessa dove erano già usciti Erba, Risi, Orelli, Cattafi; non
potevo desiderare di meglio. Nel frattempo, tuttavia, era successo che un altro
mio amico e coetaneo, Arrigo Lampugnani Nigri, ritrovato dopo gli anni del
liceo e diventato una specie di mio datore di lavoro (gli facevo da consulente
legale, o qualcosa di simile, per le aziende industriali della sua famiglia),
mi aveva chiesto di aiutarlo anche a coltivare un suo hobby, una piccola casa
editrice (che pubblicò fra l’altro, per due o tre anni, la rivista «Questo e
altro»). Fra il 1960 e il 1961, mentre aspettavo senza la minima impazienza che
Vanni mi mandasse le bozze, mi capitò di scrivere un gruppetto di altre poesie.
Erano un po’ diverse da quelle dell’Insalubrità
dell’aria, che aveva assunto ormai, con gli ultimi ritocchi e aggiunte, una
sua struttura abbastanza compatta; e così la misi da parte. Ma credo di averne
parlato con Lampugnani, o forse fu lui a chiedermi se avevo scritto qualcosa di
nuovo; sta di fatto che decidemmo, un po’ per gioco, di farne un libretto in
pochi esemplari da regalare agli amici (a cominciare, naturalmente, dai
direttori e collaboratori di «Questo e altro»). Come prefazione pensai di
metterci, dopo avergliene chiesto e ottenuto il permesso, due lettere che
Betocchi mi aveva scritto di recente. Così è nato
Il catalogo è questo, di cui neanch’io so dire con certezza se sia
il mio primo oppure il mio secondo libro; volendo, lo si potrebbe considerare
come un’anticipazione del mio primo libro riassuntivo,
Le case della Vetra, uscito nel 1966 da Mondadori. […]
Dell’impostazione grafica del libro e della sua realizzazione mi occupai
personalmente andando diverse volte nello studio-officina di quello
straordinario artigiano-artista che era lo stampatore Luigi Maestri. Scegliemmo
insieme carta, caratteri e impaginazione e insieme decidemmo che la copertina e
il frontespizio dovevano ricordare in qualche modo, con l’andamento
accentuatamente verticale delle scritte e l’alternanza di corpi tipografici diversi,
una sorta di “catalogo”, dando così un’interpretazione o equivalente visivo del
titolo. Il risultato mi sembrò allora, e continua a sembrarmi, decisamente
gradevole. Lampugnani ne fu molto contento; Vanni Scheiwiller, nel frattempo
diventato un caro amico, mi telefonò per dirmi che era «il libro più bello
dell’anno». La maggior parte delle copie, naturalmente, fu regalata a parenti e
amici; ma qualcuna, non so bene come, finì in qualche libreria, e ricordo di
essere rimasto molto sorpreso e persino un po’ emozionato vedendone due
esemplari esposti uno accanto all’altro nella vetrina di Rizzoli in Galleria
(G. R., «Wuz», marzo 2003).
Incontra Bartolo Cattafi e ne diventa amico.
Vittorio Sereni è anche il tramite per la conoscenza di
Franco Fortini. Ne è occasione la lettura da parte di Raboni – su suggerimento
di Sereni – del dattiloscritto di Una
volta per sempre prima della sua pubblicazione nello «Specchio» (1963). È
un affetto sempre problematico, ma destinato a durare fino alla morte di
Fortini.
Nella primavera del 1962 nasce – fondata da Niccolò Gallo,
Dante Isella, Geno Pampaloni, Vittorio Sereni, ai quali si aggiungerà Angelo
Romanò – la rivista «Questo e altro», della quale Raboni è stretto
collaboratore e attivissimo redattore («io, più che collaborare alla rivista,
praticamente la facevo, ero il redattore che la confezionava»: a D. Piccini,
cit.). La rivista è il laboratorio di una riflessione sul fare letterario che
segna la vicenda intellettuale di Raboni nella sua particolare sensibilità per
il magistero di Sereni:
Il titolo «Questo e altro» era, credo, proprio di Vittorio
ed era comunque un titolo straordinariamente sereniano, perché «Questo» voleva
indicare la letteratura e «l’altro» voleva indicare tutto ciò che sta intorno
alla letteratura – i suoi dintorni più o meno immediati – e da cui la
letteratura non può prescindere. Su quel titolo sono fiorite battute e
variazioni, più o meno scherzose, ricordo Bo che diceva «Questo, solo questo» e
non è difficile capire cosa intendesse dire, cioè che per lui la letteratura
era tutto, continuava a essere tutto. Fortini fece invece un epigramma che
suonava pressappoco così: «Questo e altro per voi, questo è altro per me», e
anche qui non è difficile capire il senso dell’intenzione e della polemica, la
diversità suggerita. A me il binomio posto dal titolo, la non alternativa e la
non esclusione che esso implicava continuano a sembrare decisivi: per Sereni,
per noi la letteratura era – è – un grande valore che non si esaurisce in se
stesso, che non esclude l’importanza dell’altro, della realtà, di tutto ciò che
la realtà contiene e propone; e il tentativo di mantenere intero il binomio è
stato centrale per Sereni sia come poeta che come uomo di cultura e centrale
per molti di noi nel fare poetico come nell’operare letterario e oserei dire
civile (G. R., Sereni a Milano, in
Per Vittorio Sereni. Convegno di poeti,
All’insegna del pesce d’oro, Milano 1992).
Sul n. 4 della rivista (1963) pubblica, con un intervento di
Betocchi, Simulato e dissimulato,
Città dall’alto,
Lezioni di economia politica, Il
cotto e il vivo, Compleanno. E si
infittisce l’attività di critico militante.
È frattanto uscita (gennaio 1963) L’insalubrità dell’aria.
Il 26 gennaio 1963 nasce, a Camogli, Giulia.
Nel giugno del 1964 l’incontro (per iniziativa di Marcello
Pirro) con Giancarlo Majorino segna l’inizio di un’amicizia e di un sodalizio
letterario e di impegno civile che coinvolge Giorgio Cesarano e che durerà per
tutto il decennio.
La crisi di «Questo e altro», il cui ultimo numero esce nel
giugno del ’64, coincide con la collaborazione con poesie e testi critici a «La
città», la rivista «di lettere e arti» guidata da Pirro, e con l’inizio della
collaborazione a «Paragone».
Su questa rivista, nel numero del febbraio ’66, escono due
poesie delle ormai prossime Case della
Vetra: Figure nel parco e
Bambino morto di fatica ecc.
Destinato inizialmente alla collana «Il Tornasole», pensata
da Sereni come sede per libri di poesia dal carattere particolarmente
innovativo (vi erano già apparsi Zanzotto con le
IX Egloghe, Pagliarani con La
ragazza Carla, Cesarano con La pura
verità) Le case della Vetra viene
pubblicato invece nello «Specchio» nell’aprile del 1966. Vengono da Sereni
consigli sull’ordinamento delle poesie, e in particolare quello di collocare in
un’Appendice i testi più antichi. La
prima recensione si deve a Luigi Baldacci («Epoca», 5 giugno 1966), che
esordisce:
La realtà di Raboni è la città, è Milano: o per meglio dire
quello che resta della Milano di una volta: nella memoria, nella
stratificazione profonda degli anni dell’infanzia. La topografia, in Raboni,
diventa storia, ragione privata e sociale al tempo stesso: sulla faccia di
Milano, sui muri lebbrosi o nei quartieri “risanati” egli ritrova il disegno
della propria vita, o della vita dei più vecchi.
Nel numero del giugno 1966 di «Quaderni piacentini»,
pubblica Il compleanno di mia figlia;
in quello dell’ottobre 1966 di «Paragone» due poesie della sequenza che sarà
Parti di requiem.
Quello che sta ormai volgendo alla fine apparirà a Raboni un
periodo eccezionale della cultura milanese:
credo che poche volte come in quegli anni la sensazione di
trovarsi, vivendo a Milano, in una capitale della cultura oltre che degli
affari, fosse giustificata o perlomeno giustificabile. Andando alla Mondadori
nella vecchia, labirintica, amabile sede di via Bianca di Savoia, era possibile
incontrare, in un solo pomeriggio, dietro o davanti a qualche scrivania, Sereni
e Vittorini, Paci e Cantoni, Ferrata e Debenedetti, Fortini e Solmi, Buzzati e
Del Buono... E se la grande stagione dei bar – dal Giamaica di via Brera, luogo
d’incontro, oltre che dei pittori, dei fotografi (Mulas, Dondero), al Blu Bar
di Largo Meda, luogo d’incontro quasi esclusivo di poeti stanziali e di
passaggio – volgeva ormai al declino, fioriva invece quella delle librerie,
prima fra tutte l’Einaudi di Galleria Manzoni, dove era quasi impossibile
passare prima di cena senza incontrare – intenti a sfogliare libri o a
chiacchierare con Aldrovandi – Ottieri o Vittorini, Leonetti o Arnaldo
Pomodoro, o Giancarlo Majorino con l’ultimo numero del «Corpo», o Piergiorgio
Bellocchio con l’ultimo numero di «Quaderni Piacentini»... Insomma, il
dopoguerra era proprio finito. O era già un anteguerra, la vigilia di un’altra
guerra? È un po’ buffo pensare a quegli anni come alla nostra
belle époque... [...] Chissà. Forse
Milano era soltanto al centro di se stessa, anche se dava l’impressione
d’essere al centro di qualcosa (in ogni caso non era – come è adesso, sempre
più – alla periferia del nulla). Ma, per ripetere le parole di Frédéric a
Deslauriers nell’Éducation sentimentale,
«c’est là ce que nous avons eu de meilleur» (G. R.,
La «belle époque» della cultura milanese, «L’Illustrazione
Italiana», giugno-luglio 1983, p. 91).
1967-1970
Importanti le pubblicazioni di versi del 1967:
Racconto d’inverno in «Nuovi Argomenti»
(aprile-giugno); quindi L’intoppo,
libro d’arte con incisioni di Attilio Steffanoni che contiene la sequenza
eponima (sarà raccolta in Economia della
paura nel 1970, poi in Cadenza
d’inganno); infine, presso Lampugnani Nigri, Gesta Romanorum, «libretto […] destinato agli amici e solo agli
amici» in cui si raccolgono «remoti esercizi» poetici datati tra il 1949 e il
1954. L’anno successivo, su «La Fiera letteraria» (15 febbraio 1968), escono
La morìa e L’inchiesta. Alcune prose de La
fossa di Cherubino (1980) sono pubblicate in rivista – «Paragone», «Nuovi
Argomenti», «Il Bimestre» – tra 1968 e ’70.
Con il 1967 ha lasciato l’incarico di segretario di
redazione di «aut aut», e interrotto dall’anno precedente la collaborazione
alla rivista (i cui indici attestano, tra il 1958 e il ’66, ventitré tra
articoli e saggi).
Nell’ottobre del 1967 la residenza milanese della famiglia
si sposta in via Paravia. Nel contempo Raboni prende in affitto, per potersi
dedicare ai nuovi impegni professionali, un piccolo studio in corso Magenta.
L’attività di traduttore diventa quella principale. Lavora a
Bianca e l’oblio di Aragon (Mondadori,
1969) e a Un adolescente d’altri tempi
di Mauriac (Mondadori, 1971), ma lavora o collabora anche a opere di minore
impegno letterario. Comincia alla fine degli anni Sessanta, per Mondadori, la
traduzione delle Fleurs du Mal.
Nel frattempo lavora per la RAI. Collabora fra l’altro alla
redazione della rubrica televisiva settimanale
Tuttilibri condotta da Giulio Nascimbeni, e conduce in proprio una
rubrica radiofonica di letteratura e arti. Scrive con Giorgio Cesarano lo
sceneggiato La carriera, che va in
onda con Giulio Brogi come protagonista. Dalla redazione di
Tuttilibri si dimette nel maggio del
’70:
Cari colleghi, penso di dovervi dire perché ho cessato la
mia collaborazione a “Tuttilibri”. È molto semplice. L’ho fatto perché ritengo
inaccettabile il previsto inserimento, in uno dei prossimi numeri, di un servizio
su Roma 1870 di Italo De Feo:
inserimento di cui mi è stata data notizia come di una decisione presa in altra
sede e comunque non modificabile dai curatori della rubrica, messi così
nell’impossibilità di esercitare in modo responsabile l’incarico loro affidato.
E cioè, per quanto mi riguarda, nell’impossibilità di esprimere e far valere un
giudizio negativo… (lettera del 13 maggio 1970, da una copia conservata
nell’archivio dell’ A.).
Comincia la collaborazione con l’editore Garzanti: prima con
singoli incarichi, poi con un contratto di consulenza che diventa presto
un’assunzione a tempo parziale come redattore. Lavorare alla
Grande Enciclopedia. Subentra poi il
lavoro alle “Garzantine”, soprattutto all’Enciclopedia
Garzanti della Letteratura (1972), di cui è il principale responsabile,
occupandosi dei rapporti con i collaboratori e della revisione dei testi («se
leggo la prima edizione ritrovo molto la mia scrittura»: a R. Zucco). Per
Garzanti, collabora all’edizione italiana di
A Critical History of English Literature di David Daiches (
Storia della letteratura inglese, 1973)
traducendo gran parte dei brani poetici citati.
Contemporaneamente riceve da Raffaele Crovi (conosciuto alla
Mondadori e come segretario di redazione del «Menabò») l’offerta di assumere il
posto di critico cinematografico presso «Avvenire» (il quotidiano aveva avviato
una fase di rinnovamento editoriale, e aveva spostato la redazione da Bologna a
Milano). L’impegno, iniziato nel gennaio del 1970, è vissuto con divertimento
(si traduce in esso l’antica passione per il cinema) e svolto in assoluta
indipendenza dalla direzione del quotidiano (siamo nella fase della più viva
partecipazione di Raboni alla vita politica, da posizioni di sinistra).
Il rapporto si chiude comunque ai primi di settembre del ’71
a causa della recensione favorevole a The
devils di Ken Russel (pubblicata il 29 agosto).
Si colloca tra il ’68 e il ’70 il periodo di più forte
impegno politico nell’ambito della sinistra.
Dopo il pestaggio subito al corteo di Milano contro la
repressione e la morte di Pinelli, il 21 gennaio 1970, riceve, tra le molte
testimonianze di solidarietà per l’episodio, quella di Renato Guttuso:
Caro Raboni, ho appreso con molto dolore che sei stato
brutalmente colpito durante una manifestazione contro i metodi di repressione
oggi in atto […]. Voglio dirti tutta la mia stima, la mia solidarietà umana e
la mia amicizia. Accetta un abbraccio dal tuo R. G. (lettera del 1 febbraio
1970, conservata nell’archivio dell’A.).
Raboni ricostruirà i funerali di Pinelli (il 20 dicembre 1969) per
un’inchiesta di Corrado Stajano:
C’era molta gente; non moltissima. Parecchi amici che non
m’aspettavo di vedere e mi faceva piacere vedere lì. Il gruppo dei vecchi
anarchici, certi addirittura col cravattone nero. E poi le solite facce di
ragazzi, quelli delle manifestazioni, con giacche a vento, barbe, berretti alla
russa, occhiali con montature d’acciaio: anarchici, ma anche dell’Unione, di
Lotta continua, di Potere operaio. C’era molto silenzio; faceva un gran freddo.
È difficile raccontare queste cose. Per esempio la tensione, il misto di
sfacelo e di speranza, la sensazione vagamente inebriante che è finita, che si
è fottuti ancora una volta o una volta per sempre – e che tutto, dunque, può
ricominciare. Quello che è certo è che nessuno aveva voglia di lanciare
battute. Si stava zitti. Quando è uscita la bara molti hanno salutato col pugno
chiuso. In via Paravia la polizia, in borghese, ha fatto sciogliere il corteo;
ma alcuni gruppi di persone sono andati, in macchina, fino a Musocco. In piedi
davanti alla fossa n. 434 nel campo 76, i compagni del morto hanno cantato l’
Internazionale e Addio Lugano bella.
È difficile da raccontare. Faceva sempre più
freddo. Venendo via, con F. e S. e altri amici, abbiamo visto il gruppo dei
poliziotti che s’era fermato in un altro viale, al di là di una fila di tombe,
e aspettava chissà cosa. Mi è parso, così da lontano, che fossero tutti vestiti
di nero (Le bombe di Milano, 1970).
Dalla vicenda dell’uccisione di Pinelli nascono le quartine
de L’alibi del morto, pubblicate
tempestivamente da «Nuovi Argomenti» nel numero del gennaio-marzo 1970.
Collabora dalla fondazione (e fino a tutto il ’71) alla
rubrica Narrativa straniera della
rivista «Il Bimestre» (1969-1973). Comincia con il n. 40 (aprile 1970) di
«Quaderni Piacentini» un rapporto che si protrarrà fino al ’77, anche qui
soprattutto con interventi sulla narrativa straniera. Stringe amicizia con
Grazia Cherchi e Piergiorgio Bellocchio.
Escono in «Paragone» (febbraio 1969)
Soppressione e Le storie,
di lì a poco in Economia della paura,
il libro pubblicato All’Insegna del Pesce d’Oro che alla fine dell’anno
successivo raccoglierà la produzione poetica edita e inedita degli anni
1965-’68.
Nell’autunno del 1969 conosce a Roma, in casa di Angelo
Maria Ripellino, la slavista Serena Vitale. Ha nel frattempo lasciato
l’appartamento di via Paravia.
Dopo un nuovo incontro a Milano nel settembre dell’anno
successivo la Vitale si trasferisce a Milano e i due vanno a vivere nello
studio che Raboni divide in via Fiori Chiari con Giorgio Cesarano, per passare
di lì a tre anni in un appartamento di via Fatebenefratelli.
1971-1975
Comincia un decennio in cui si susseguono una ventina di
viaggi in Cecoslovacchia e sette nell’Unione Sovietica. Il 26 agosto 1972, con
Serena Vitale, Bartolo e Ada Cattafi, inizia un viaggio che porta i quattro
amici, in automobile, dalla casa di Cattafi a Mollerino (Messina) in Ungheria e
in Cecoslovacchia, passando per Ostuni, Martina Franca, Roma, Milano e Venezia.
Attraversata la Jugoslavia, il viaggio tocca Budapest, Bratislava, Praga.
E’ nuovamente a Praga nell’autunno dello stesso anno,
l’autunno successivo, si reca a Mosca e a Leningrado.
A Mosca incontra più volte – tra gli altri – Viktor Šklovskij;
a Praga sono frequentazioni abituali Milan Kundera
(dopo il ’79 rivisto spesso a Parigi) e Vladimír Holan.
Nell’ottobre del ’71 testimonia, con una cinquantina di
scrittori e intellettuali, la propria solidarietà ai giornalisti di «Lotta
continua» incriminati per istigazione a delinquere da parte della procura della
Repubblica di Torino:
Si trattava di una tipica autodenuncia, consistente nel
riportare, virgolettate, le frasi incriminate, e nel sottoscriverle allo scopo
di assumerne la responsabilità penale. Era un modo di dire ai giudici: se
condannate quei giornalisti per aver pubblicato quelle frasi, dovrete
condannare anche noi. Era, insomma, un gesto formale in difesa della libertà di
stampa (G. R., Devozioni perverse,
1994).
La morte di Giangiacomo Feltrinelli, il 15 marzo dello stesso
anno, gli detta la sequenza Notizie false
e tendenziose, subito pubblicata su «Nuovi Argomenti» (marzo-aprile 1972).
Nell’ottobre 1973 esce, nel «Meridiano» delle
Poesie e prose di Baudelaire curato
dallo stesso Raboni, la sua traduzione delle Fleurs du Mal.
Prende in affitto dal 1972 una casa a Pieve di Còmpito
(Lucca), vicino a quella in cui abita Giorgio Cesarano. Nell’estate del 1974
visita Lisbona e il Portogallo.
È diventato nel frattempo dirigente alla Garzanti. Ma il
rapporto con Livio Garzanti si è fatto via via più problematico; e ciò induce
Raboni a limitare il suo rapporto con la casa editrice all’attività di
consulenza (continua a occuparsi per qualche tempo delle piccole enciclopedie)
e alla collaborazione – mai più interrotta – come autore di prefazioni,
presentazioni, note.
Nasce intanto «Tuttolibri», settimanale d’informazione
culturale edito da «La Stampa», al quale inizia a collaborare fin dal numero
zero (12 ottobre 1975) assumendo il
ruolo di critico di narrativa e di poesia italiana. La collaborazione è
continua fino a quando il periodico diventa, da testata indipendente, un
inserto del quotidiano, nel 1981.
L’allentamento del rapporto con Garzanti coincide con un
intensificarsi della collaborazione con Mondadori, cui si lega con un contratto
da consulente esterno. Partecipa tra l’altro al rilancio della «Medusa»,
scegliendo titoli e prefatori; ed entra nel comitato di lettura dell’
Almanacco dello Specchio (con Giuseppe
Pontiggia, Giansiro Ferrata, Vittorio Sereni; ne uscirà nel febbraio del 1989).
Segue intensamente la collana dello «Specchio» come consulente e come autore di
risvolti, firmati e non firmati.
La scrittura poetica in proprio ha il secondo importante
momento di sintesi con la pubblicazione di Cadenza
d’inganno, pubblicata da Mondadori nel marzo del 1975.
1976-1977
Con l’allontanamento dalla Garzanti inizia anche la
collaborazione con Guanda. Con l’apporto intellettuale di Roberto Rossi,
rilancia la vecchia «Fenice», fonda i «Quaderni di prosa», dirige personalmente
i «Poeti della Fenice» e i «Quaderni della Fenice», cui collabora Maurizio
Cucchi. La collana si segnala per l’impulso alle traduzioni (il primo autore
pubblicato è Mandel’štam; seguono Arp, Lorca, O’Hara, Ritsos, Alberti, Esenin,
Keruac, Auden, O’Neill, Ginsberg, Ferlinghetti, Bachmann, Verlaine, Cvetaeva…),
ospita poeti già affermati (Majorino, Cesarano, Neri, Cergoly, Tiziano Rossi,
Bertolani, Erba…), offre una sede editoriale di prestigio a giovani poeti (De
Angelis, Lamarque, Magrelli, Benzoni…), anche accostati in volumi collettivi.
Con alcuni poeti della nuova generazione – in particolare
Viviani e Cucchi – per il quale firma il risvolto di
Il disperso, uscito nello «Specchio» nel ’76, e che a Raboni dedica
il primo saggio monografico («Belfagor», 31 maggio 1977) – inizia un duraturo
rapporto di amicizia.
Esce in febbraio, quindicesimo dei «Quaderni della Fenice»,
la sua prima traduzione da Apollinaire, Bestiario
o Il corteggio di Orfeo.
Partecipa con Piergiorgio Bellocchio alla breve esperienza
della casa editrice Gulliver, per la quale esce nel ’78 l’antologia dei
«Quaderni piacentini».
Ne «L’approdo letterario» del dicembre ’76 pubblica
Cinque poesie (Esplanade,
Aurora, Predella,
I custodi, Film), due
delle quali saranno accolte in Nel grave
sogno.
Entra nella giuria del premio Viareggio (vi resterà fino all’’82).
Va in onda su Radiouno il 18 aprile 1977, su invito di Carlo
Betocchi, l’Autoritratto di Giovanni
Raboni, pubblicato su «L’approdo letterario» nel giugno dello stesso anno.
Raboni legge e commenta Come cieco, con
ansia, Amen, Una città come questa,
Il catalogo è questo, Simulato e
dissimulato, Una poesia di Natale,
Notizie false e tendenziose e
l’inedita La tenerezza del guscio d’uovo.
Quattro poesie che entreranno nella
sequenza Il più freddo anno di grazia
si leggono intanto in «Paragone» (febbraio 1977).
Stringe una forte amicizia con Antonio Porta. I due lavorano
insieme all’antologia Pin pidin.
Poeti d’oggi per i bambini (Feltrinelli,
1978), alla quale Raboni partecipa con poesie che più tardi entreranno nella
silloge Un gatto più un gatto
(Mondadori, 1991).
1978-1980
Esce la sequenza poetica Il
più freddo anno di grazia, accompagnata da due testi introduttivi di
Vittorio Sereni e Enzo Siciliano.
Comincia il lavoro di traduzione della
Recherche. La firma del contratto, ricorda nell’
Epigrafe al quarto volume, avviene il 9
novembre 1978.
Inizia una breve collaborazione a «Il Giorno» (si concluderà
nel febbraio del 1979).
Tra la fine dell’anno e il gennaio del ’79 è a Mosca.
È tra i fondatori, nel 1979, delle edizioni Società di
poesia, nel cui comitato di lettura sono, con Raboni, Silvana Castelli, Franco
Cordelli, Marco Forti, Giovanni Giudici. La nuova iniziativa dapprima affianca
e poi continua i «Quaderni della Fenice», con la pubblicazione, tra gli altri,
di libri di Cagnone, Zeichen, Conte, Santagostini, Lamarque, Cacciatore.
Nel dicembre del ’79 sposa Serena Vitale.
Per Guanda, cura con Maurizio Cucchi i volumi
Poesia Uno (1980) e Poesia Due (1981),
testimonianza di un progetto di pubblicazioni semestrali dedicate in alternanza
alla poesia italiana e a quella di altre aree linguistiche, nel proposito (così
la quarta di copertina del primo volume) «di fornire ai lettori un continuo,
agile, puntuale aggiornamento e una vasta e articolata documentazione sulla
ricerca poetica di oggi e di ieri».
Entra nella giuria del Mondello, dalla quale si dimetterà
dopo l’edizione del 1991.
Nel marzo dell’’80 esce da Guanda
La fossa di Cherubino, che raccoglie le prove narrative degli anni
’67-’69.
Su «alfabeta» di aprile pubblica
L’appartamento e Dall’altare
nell’ombra.
n novembre esce l’antologia commentata di G. Caproni,
L’ultimo borgo. Poesie (1932-1978), alla
quale aveva iniziato a lavorare due anni prima su invito dello stesso Caproni.
1981-1982
Il 23 gennaio dell’’81 incontra Patrizia Valduga. Del libro
Medicamenta, che gli ha portato in
lettura, Raboni presenta una scelta sull’«Almanacco dello Specchio» n. 10
(«Poche poesie, – esordisce – in questi ultimi anni mi hanno sorpreso e
convinto come quelle di Patrizia Valduga»), accogliendolo l’anno successivo nei
«Quaderni della Fenice». L’anno successivo va ad abitare con Patrizia in via
Rasori. Inizia così quello che diventerà un intenso legame sentimentale e
intellettuale.
Rilancia per l’editore Guanda con grande, inaspettato
successo «L’Illustrazione Italiana», che dirige dall’ottobre 1981 al settembre
1983 (la copertina del numero di giugno-luglio, diversa da quella che lui aveva
scelta, porrà fine ai rapporti sempre più tesi con l’editore). Vi scrivono
Vittorio Sereni, Giovanni Giudici, Milan Kundera, Michel Leiris, Werner Herzog,
Kazimierz Brandys, Piergiorgio Bellocchio, Hans Magnus Enzesberger, Antonio
Porta, Carlos Fuentes, Gore Vidal, Rita Levi Montalcini, Gabriel García Márquez,
Gershom Schocken, René Thom. Alla rivista lo stesso Raboni contribuisce con
articoli e traduzioni: vi compaiono, fra l’altro, le sue traduzioni di
Vitam impendere amori di Apollinaire
(sul primo numero, ottobre-novembre 1981) e di
Mea culpa di Céline (aprile-maggio 1982).
Importanti le pubblicazioni come critico e traduttore del
1981. A marzo esce da Sansoni l’antologia commentata
Poesia italiana contemporanea; a maggio, nella «Medusa» Mondadori,
la traduzione di Un amore di Swann; a
novembre, da Lampugnani Nigri, la raccolta di scritti sui prosatori
Quaderno in prosa.
Nello stesso mese, diradandosi gli interventi su
«Tuttolibri» (che dureranno tuttavia, sia pure con episodicità crescente, fino
all’’86), inizia a scrivere per «Il Messaggero», con un ritmo di almeno un
pezzo alla settimana (articoli di critica letteraria e recensioni, ma anche
interventi da opinionista). Per far fronte agli impegni economici della nuova
separazione si impegna anche in faticosi lavori di editing (è sua la revisione
linguistica della nuova edizione del Libro
Garzanti della Storia per la scuola media.)
Inizia nel gennaio ’82, per iniziativa di Enzo Golino, una
breve e diradata collaborazione (finirà nell’aprile dell’anno successivo) con
«L’Espresso», dove tiene la rubrica di costume «Tic & Tabù».
Esce da Il Saggiatore, con traduzioni di Raboni e di Sereni,
una scelta Da Alcools di Apollinaire.
Pubblica in «Nuovi Argomenti», gennaio-marzo 1982, il
poemetto Le nozze. È la prima delle
poesie scritte per Patrizia Valduga, e sarà posta a congedo della nuova
raccolta, Nel grave sogno, che esce
nel marzo dello stesso anno.
Si dimette dal premio Viareggio, vinto quell’anno da Levi,
Sereni e Valduga.
Nasce l’amicizia con Toti Scialoja, di cui pubblica
Scarse serpi nei «Quaderni della Fenice»
(1983).
1983-1984
Il 10 febbraio 1983 muore improvvisamente, per un aneurisma,
il «grande amico, quasi secondo padre» (così a P. Del Giudice, «Galatea», cit.)
Vittorio Sereni:
L’ultima volta che ho incontrato Vittorio Sereni è stato a
Roma, il 23 gennaio di quest’anno, in casa di Laura Betti. Dovevamo decidere i
finalisti del Premio Pasolini di poesia […]; e Vittorio – sempre un po’ restìo
a muoversi, sempre un po’ diffidente verso Roma che pure lo incantava – s’era
poi deciso a venire, era a Roma dal mattino ed era, inaspettatamente, di
buonissimo umore. Un orecchio ai risultati del campionato di calcio, un altro
ai sottili e anche capziosi, anche polemici discorsi che s’intrecciavano
intorno e attraverso il lungo tavolo da pranzo (o, nella fattispecie, da
merenda) di Laura, mi sembrava soprattutto contento di essere lì, e trasaliva a
tratti come per brevi attacchi di ansia e di rimpianto all’idea che lo
aspettava, tra poco, un aereo per Milano sul quale gli avevano prenotato un
posto e che non poteva perdere. Finita la riunione, fece venire un taxi, mentre
quasi tutti restavamo insieme a finire la serata. Non l’ho più rivisto. (G. R.,
Perché i versi continuino a dar fastidio,
cit.).
[Quella di Sereni] è stata [...] una presenza assolutamente
capitale e insostituibile; credo che non capiti soltanto a me, a distanza di
tanti anni [1992, n.d.c.], di sentire
ancora la mancanza, il vuoto di Vittorio a Milano (e Milano vuol dire
ovviamente la mia, la nostra vita) come una catastrofe, come qualcosa che ha segnato
la fine di un’epoca e l’inizio non tanto di una nuova epoca quanto di una
grande confusione, di una grande e triste insensatezza. La presenza di Vittorio
era qualcosa di luminoso e di fermo di cui non si poteva fare a meno e di cui
ancora si continua a non poter fare a meno; sembra (lo so che non è
oggettivamente vero, ma è come se in un modo intimo lo fosse) che la sua
assenza abbia reso improvvisamente possibile tutto il peggio che potesse
accadere e che di fatto è accaduto (G. R., Sereni
a Milano, cit.).
Raboni, che aveva supplito occasionalmente Sereni sulle
pagine de «L’Europeo» per la recensione a Stella
variabile (29 marzo 1982), gli subentra dall’agosto come titolare della
rubrica che era stata dell’amico e maestro, ma si dedica in seguito a un’intensa
attività pubblicistica. Il lavoro critico per «Il Messaggero» e «L’Europeo»
diventa così l’attività prevalente, comportando l’impegno di almeno due pezzi
alla settimana. Alla scrittura giornalistica si affianca la traduzione della
Recherche, alla quale ritorna sempre
come a un momento di riposo e appagamento intellettuale. Il primo «Meridiano»
(con Dalla parte di Swann e
All’ombra delle fanciulle in fiore) esce
nel giugno del 1983.
Nell’estate Luciano De Maria, il direttore dei “Meridiani” ,
organizza un viaggio a Chartres e a Illiers-Combray: «con la scusa di un
documentario televisivo, in realtà per festeggiare l’uscita del primo volume»
del Proust mondadoriano (Epigrafe a
M. Proust, Alla ricerca del tempo perduto).
Per Laura Betti e l’Associazione «Fondo Pier Paolo Pasolini»
– costituita il 31 gennaio 1983 – è giurato del premio e condirettore della
collana «Quaderni Pier Paolo Pasolini», per la quale scriverà le prefazioni a
Poesie di un pendaglio da forca di
Breyten Breytenbach (1986), Il poeta
murato di Vladimír Holan (1991), e alla raccolta di scritti di Antonio
Porta Il progetto infinito (1991). È
presente a tutte le manifestazioni pasoliniane, tra le quali a quelle di Parigi
(Centre Georges Pompidou, ottobre 1984), Roma (“La Sapienza”, 15 novembre
1985), Napoli (9 novembre 1994). Per l’Associazione, nel 1987 farà invitare il
teorico della psicoanalisi Ignacio Matte Blanco al convegno
Poesia e scienza di Montecatini.
Nel 1984 pubblica nuove traduzioni da Apollinaire, con altre
di Vittorio Sereni, in La chiamavano Lu e
altre poesie (Mondadori).
Nell’autunno si trasferisce in via Castaldi. Il ritorno nel
quartiere di Porta Venezia è vissuto con i sentimenti dettati da una personale
topografia sentimentale:
Sono nato in una via di Milano – via San Gregorio – che
costeggia gli ultimi resti visibili del muro di cinta del Lazzaretto (quello di
cui si parla nei Promessi sposi,
appena fuori Porta Orientale). Poi, lasciata via San Gregorio, ho abitato per
anni dalle parti di Piazza della Vetra, l’antica “Vetra de’ Cittadini”, “quasi
dirimpetto alle colonne di San Lorenzo”: il luogo, insomma, dove, la mattina
del 21 giugno 1630, ha avuto inizio la spaventosa vicenda raccontata nella
Storia della colonna infame. […] Ma la
storia dei miei numerosi traslochi mi ha portato, da pochi mesi, ancora più
all’interno della Milano seicentesco-manzoniana: abito, adesso, a due passi
dalla chiesa di San Carlino, che era la chiesa del Lazzaretto e sorgeva
esattamente al centro dell’area del Lazzaretto. Vivo dunque – e probabilmente
morirò – non più ai margini, ma dentro
il territorio, il ghetto, la riserva degli appestati… (G. R.,
Raboni Manzoni, 1985)
Prime traduzioni per il teatro:
Fedra di Racine (per la regia di Luca Ronconi, Teatro Stabile di
Torino, 1984; a stampa per Rizzoli nello stesso anno) e
Don Giovanni di Molière (per la regia di Mario Morini, Milano,
Teatro Nazionale, 1984): «Ho fatto questa traduzione del
Don Giovanni su incarico e per passione. Non sempre le due cose si
escludono a vicenda; anzi, è spesso vero il contrario, cioè che l’una include
l’altra o la suscita» («Corriere della Sera», 7 gennaio 1984). Esce a Messina,
in una collana diretta da Attilio Bertolucci e Angela Giannitrapani,
l’antologia di sue poesie in traduzione inglese
Pas de chat and other poems. Tra i traduttori è Amelia Rosselli,
che volge in versi inglesi Jubilate Agno,
Una fiaba, Pas de chat,
Dall’altare
nell’ombra, Frasi.
1985-1986
In Raboni Manzoni
accosta – secondo il modello della collana «Paso Doble» dell’editore Il
ventaglio – dieci sue poesie ad alcune pagine della
Storia della colonna infame.
Nasce nello stesso anno, per iniziativa di Francesco Lentini
(presidente del premio Mondello) e con il supporto di Luigi Brioschi, la
collana «Poeti italiani e stranieri», che Raboni dirige presso l’editore
Acquario – La Nuova Guanda. Nella collana (che è attiva soprattutto tra 1985 e
’86 e che si chiuderà nell’’89) sono pubblicatiEsercizi platonici di
Pagliarani, Pietra scritta di Yves
Bonnefoy, Elegia di Mölna di Ekelöf
(è la prima traduzione italiana del grande poeta svedese),
Il mondo come meditazione di Stevens,
Liceo di Neri, Per diritto di
memoria di Tvardovskij.
Interrompe la collaborazione come consulente
per Mondadori con una lettera a Leonardo Mondadori (25 giugno 1985):
Da qualche tempo, e in modo via via più netto, ho dovuto
rendermi conto che la mia attività diventava sempre meno utile alla Casa
editrice e sempre meno soddisfacente per me. La sostanziale soppressione della
«Nuova Medusa» (al cui progetto, come ricorderà, ho contribuito sin
dall’inizio), la forte diminuzione delle uscite dello «Specchio» e, più in
generale, la scarsissima presenza, negli attuali programmi della Mondadori, di
un lavoro di ricerca e valorizzazione di nuovi autori, sia nel campo della
poesia che in quello della narrativa, mi rendono praticamente impossibile fare
l’unica cosa che so davvero fare: proporre, e aiutare a scegliere, libri non
ovvii, libri nuovi, libri letterariamente credibili (il che non vuol dire –
anzi, vuol dire sempre meno – libri poco vendibili). […] Siccome non sono
abituato a essere pagato per qualcosa che non faccio, né posso accettare di
convertire una collaborazione di tipo culturale in una collaborazione, diciamo
così, di fiancheggiamento (come sarebbe favorire, con recensioni o altro, libri
che non mi piacciono e nei quali non intendo investire quel po’ di prestigio
che mi sono conquistato con gli anni), penso proprio che non mi resti altro da
fare che pregarLa di accogliere in tutta amicizia la mia decisione di non proseguire
nel rapporto (dalla copia conservata nell’archivio dell’A.).
Escono negli Stati Uniti i “selected Poems” di The coldest Year of Grace, nella
traduzione di Stuart Friebert e Vinio Rossi.
Numerose le pubblicazioni di versi del 1986: nell’«Almanacco
dello Specchio», 12 (Ho gli anni di mio
padre...; I pochi che aspettano...;
Tu e le tue fissazioni!...); e in
«Nuovi Argomenti», nei numeri di gennaio-marzo (
Su temi di Arnaut Daniel) e di ottobre-dicembre 1986 (
Anagramma, deposizione). A marzo escono
da Crocetti le Canzonette mortali.
Contribuisce alla nuova edizione della
Storia della letteratura italiana diretta da Cecchi e Sapegno con
un fondamentale capitolo sui Poeti del
secondo Novecento.
Collabora con Antonio Porta e Gianni Sassi
all’organizzazione di alcune edizioni del festival di poesia internazionale
MilanoPoesia (1985-1992).
Esce nell’ottobre ’86 il secondo «Meridiano» con
Alla ricerca del tempo perduto (
La parte di Guermantes,
Sodoma e Gomorra I, il primo capitolo di
Sodoma e Gomorra II).
Suscita vivaci polemiche con il volumetto
Cento romanzi italiani del Novecento,
che esce come allegato a «L’Europeo» del 15 novembre 1986.
L’attività giornalistica, con l’apporto decisivo delle
esclusioni e dei giudizi espressi nei Cento
romanzi («vero pomo della discordia, quest’ultimo. Un vespaio spaventoso:
chiacchiere, malumori, risentimenti, pettegolezzi, che hanno attraversato
l’establishment culturale con la rapidità di un fulmine»), gli procura
l’appellativo di «re censore» (dal titolo di un articolo di Mario Fortunato
sull’«Espresso» del 1 febbraio 1987). Raboni risponde sullo stesso numero del
settimanale:
Le mie scelte sono scelte di gusto personalissimo. Non a
caso, molto spesso, ho usato un criterio comparativo: non mi interessa
distruggere questo o quello, quanto valutare confrontando con altri autori e
altre opere, magari meno noti e acclamati.
1987-1988
A una nuova edizione dei Fiori
del male (Einaudi) si accompagna la traduzione di
Partage de Midi (Cantico di
Mezzogiorno) di Claudel (per la Cooperativa Teatro Franco Parenti, regia di
A.R. Shammah).
Il 12 e 13 marzo 1987 è a Madrid per il
Primer encuentro de poesia joven italiana y española (con Magrelli,
Porta, Rosselli, Sanguineti, Valduga).
Il 10 giugno è colpito da infarto su un aereo che lo porta a
Francoforte. Aveva tradotto per uno spettacolo per marionette di Tadeusz Kantor
La mort de Tintagiles di Maurice Maeterlinck.
Si fa trasportare a Milano affittando un Cessna, ed è
ricoverato per una decina di giorni al Centro cardiologico “Le quattro Marie”
(poi Monzino) di Milano. Passa la convalescenza a Sant’Ambrogio, ospite della
cugina Getti Volpato, nella cui casa trascorrerà le vacanze estive dei due anni
successivi. Riprende a lavorare in agosto, scrivendo per Mondadori la
prefazione all’Album Proust.
Un’eco dell’episodio dell’infarto è negli
Scongiuri vespertini, che escono nel
primo numero (gennaio 1988) della rivista «Poesia», ideata e diretta da
Patrizia Valduga. Alla prima annata del mensile contribuisce anche con
un’importante intervista su La poesia e
la critica (marzo) e con una traduzione di
Primavera. Gran Fantasia e Fuga di Tessa (aprile).
Al termine della convalescenza, l’amore del cambiamento e la
sicurezza di un contratto gli fanno accettare l’invito di Giuliano Gramigna, a
nome del direttore Ugo Stille, a subentrare a Roberto De Monticelli come
titolare della critica teatrale del «Corriere della Sera». Interrompe così da
settembre il rapporto con «Il Messaggero», continuando tuttavia la
collaborazione a «L’Europeo».
È un impegno che lo porta a scrivere anche quattro
recensioni in una settimana, e a viaggiare molto. Questo gli fa rifiutare
inviti prestigiosi, come quello del Vagarth festival di Bhopal in India
(gennaio 1989) o del primo festival internazionale di poesia di
Mishkenot sho’ananim a Gerusalemme
(febbraio 1990), o delle Assises
internationales de la traduction littéraires di Arles (novembre 1990).
Nel febbraio del 1988 esce da Mondadori
A tanto caro sangue. Poesie 1953-1987, riorganizzazione dell’intera
produzione poetica che dà corpo ad un libro a cui l’autore pensa (così nella
nota conclusiva) «come a un nuovo libro che sia anche, nello stesso tempo, il
mio ultimo e il mio unico libro».
Raccoglie una ventina di interventi già pubblicati su
«Rinascita», «L’Europeo», «Il Messaggero» ne
I bei tempi dei brutti libri, che esce in aprile da Transeuropa.
1989-1990
In ottobre esce il terzo «Meridiano» con
Alla ricerca del tempo perduto (con i
capitoli secondo e successivi di Sodoma e
Gomorra II e La prigioniera).
Il 26 dello stesso mese rassegna le dimissioni – non accolte
dal direttore Lanfranco Vaccari – da editorialista de «L’Europeo»:
il mio “Diario”, uscito nel numero dell’«Europeo» in
edicola da stamattina, comprende un pezzetto – intitolato redazionalmente
Un omaggio – che si concludeva
originariamente con un accenno all’ «anticomunismo consumistico-professionale
di un Vertone o di un Giuliano Ferrara». Nella versione pubblicata il nome di
Vertone è stato soppresso. Francamente, non so come avrei reagito se tu o Serra
mi aveste chiesto di eliminare il nome di Vertone. So soltanto che, a quel
punto, avrei potuto scegliere fra varie soluzioni: provvedere io stesso
all’eliminazione; togliere del tutto il pezzetto in questione; ritirare questa
puntata del “Diario”; rinunciare alla mia collaborazione con l’«Europeo». Ma
nessuno mi ha chiesto niente, e si è provveduto d’imperio, senza consultarmi né
avvisarmi, a modificare (o forse, meno eufemisticamente, dovrei dire: a
censurare) il mio testo; e a questo punto non ho a mia disposizione alcuna
alternativa all’ultima e, almeno per me, più spiacevole delle soluzioni (da una
copia conservata nell’archivio dell’A.).
La collaborazione continuerà fino al mancato rinnovo del
contratto da parte del nuovo direttore Vittorio Feltri, alla fine del ’91.
Con i Versi guerrieri
e amorosi, pubblicati da Einaudi nell’aprile, si apre la stagione della
sperimentazione metrica sulle forme chiuse.
Nell’autunno trasloca da via Castaldi in via Melzo (sempre
nel quartiere di Porta Venezia, ma dall’altro lato rispetto all’asse segnato da
Corso Buenos Aires). Il trasferimento è tradotto in metafora nella prosa che
andrà ad aprire la Piccola passeggiata
trionfale (in Ogni terzo pensiero,
ma a stampa già nel ’91):
Che lunga, lentissima rincorsa. Ci ho messo quasi
sessant’anni per passare da una parte all’altra del corso, trentadue, mese più
mese meno, per coprire la distanza fra il quintetto in sol minore con due viole
e il quintetto in do maggiore con due violoncelli. Ma queste cose e le altre
ambientate incredibilmente altrove sono state fatte come tenendo il fiato, in
un unico pensiero.
1991-1992
Allo scoppio della prima guerra del Golfo si schiera – con
un’analisi tanto lucida quanto profetica – contro l’invasione dell’Irak da
parte degli Stati Uniti e dei loro alleati:
Lo speciale e in qualche modo inedito orrore di questa
guerra consiste e si riflette nell’impossibilità di immaginare per dopo una
pace che non sia altrettanto orribile. Distrutto l’Irak, come prima o poi
riusciranno a fare, gli occidentali si troveranno di fronte a uno spirito di
rivalsa e di rivolta così unanimi che saranno costretti a instaurare in tutto il
Medio Oriente una pace armata di tipo neocoloniale destinata a frantumarsi in
centinaia di altre guerre o in un’unica guerra endemica e perpetua. L’abisso
sul cui orlo ci troviamo è l’abisso della vittoria occidentale. Il solo modo
per non precipitarvi è un’interruzione immediata delle ostilità decisa e
attuata unilateralmente dalle forze americane e alleate. Solo se si
“arrendesse” chi sta per vincere, chi è condannato a vincere, una pace non
mostruosa sarebbe ancora possibile («L’Unità», 22 febbraio 1991).
Pubblica su «Paragone» La
notte del quartiere (Frammenti) (aprile 1991) e la traduzione
L’albero caduto (Orazio, Odi,
II, 13) (ottobre 1991).
Esce nel luglio del ’92 la terza redazione dei
Fiori del male (Einaudi).
Organizza per il Teatro di Roma un ciclo di letture
dantesche che nell’arco di tre anni avrebbe dovuto proporre l’intera
Divina commedia affidando ogni singolo
canto alla lettura di un diverso scrittore o intellettuale. Il ciclo – che non
andrà oltre la lettura dell’Inferno –
è aperto il 2 dicembre dalla lettura che lo stesso Raboni fa del canto XXXIII
del Paradiso. Seguiranno, tra gli
altri, Volponi, Fortini, Luzi, Attilio Bertolucci, Jolanda Insana, Giuseppe
Sinopoli.
Il 1992 è l’anno di più intensa attività da opinionista sul
«Corriere della Sera»: scrive in prima pagina commenti politici – sul processo
per la strage di Ustica (16 gennaio), sulle tangenti di Milano (15 maggio),
sulle aggressioni leghiste (8 luglio) – e commenti di cronaca e costume – sul
linguaggio di Bossi (24 giugno), sull’esibizione del dolore in televisione (11
febbraio), sulla dichiarazione del papa riguardo alla propria malattia (13
luglio).
Altre uscite poetiche su rivista:
Dall’altra parte del corso in «Nuovi Argomenti» (aprile-giugno
1992), Tre sonetti in «Poesia» (maggio
1992).
1993-1994
Contribuisce con il sonetto
Maggio 1992 (Che male
t’abbiamo fatto...) all’«inchiesta in versi»
Otto poeti per l’Italia malata pubblicata dal «Corriere della Sera»
il 3 febbraio 1993.
Dal 2 al 17 aprile, alternandosi a Luciano Canfora sulle
pagine politiche del «Corriere della Sera» in un
Diario dei referendum, difende con sette articoli le ragioni del
“no” al referendum per l’abrogazione del sistema proporzionale al Senato (18
aprile):
Un gruppo, anzi un intero sistema di alleanze palesi e di
complicità occulte, che per quarantacinque anni ha ininterrottamente mantenuto
il potere, è sul punto di perderlo. È sul punto di perderlo perché, crollato il
Muro di Berlino, gli è scivolata di dosso la sua abbagliante corazza di vero o
presunto difensore dell’Occidente contro il vero o presunto pericolo comunista,
e siamo dunque finalmente liberi di giudicarlo e punirlo per quello che ha
fatto in questi anni, per le mostruose inadempienze e malefatte che ormai
(crollato, nel frattempo, anche un altro muro, quello dell’omertà) sono sotto
gli occhi di tutti. Chi può seriamente dubitare che questo gruppo, questo
sistema, al quale torna adesso così comodo dare il nome di “partitocrazia”,
mentre si tratta, più semplicemente e concretamente, della Democrazia cristiana
e dei suoi alleati, verrebbe letteralmente spazzato via qualora il Paese
potesse pronunciarsi secondo le regole elettorali in vigore? Ebbene, è a questo
punto, esattamente a questo punto, che ci si viene a dire che quelle regole non
vanno più bene, che bisogna cambiarle: pena (visto che non si può agitare lo
spauracchio comunista) un non meglio precisato “caos” (2 aprile 1993).
Nel settembre del 1993 esce Ogni terzo pensiero
(Mondadori); nel novembre, il quarto e ultimo
«Meridiano» con Alla ricerca del tempo
perduto (Albertine scomparsa e
Il Tempo ritrovato).
Su «L’Express» del 24 marzo ’94 Angelo Rinaldi conclude così
la sua recensione:
Si une personne
dont la renommée pourrait servir de bouclier consentait à reconnaître en public
qu’il apparaît, dans sa version italienne, supérieur à ce qu’il est en
français, on l’applaudirait de tout cœur. Dans ce colonnes, on n’ose en prendre
l’initiative. On se borne à enregistrer un miracle analogue à celui de saint
Janvier, à Naples, lorsque, dans la fiole qui le contient, le sang du martyr, à
force de prières, recouvre chaleur, fluidité, vie...
Nel marzo 1994 pubblica da Rizzoli
Devozioni perverse, «sorta di diario» degli anni 1988-’91 allestito
raccogliendo parti di articoli e interventi apparsi sul «Corriere della Sera» e
su «L’Europeo».
In occasione delle elezioni politiche si schiera
pubblicamente con Rifondazione Comunista. La vittoria elettorale di Silvio
Berlusconi è accolta con dolore e sconcerto, sentimenti di cui risentirà
fortemente la poesia degli anni che seguono:
Depuis quelques temps je ressens avec une urgence
particulière le besoin de témoigner jusqu’au sein de ma poésie de mes
réflexions, de mes préoccupations et des mes indignations de citoyen,
probablement parce que je vis dans un pays où se font entendre à nouveau
d’odieuses tentations antidémocratiques et antisociales (alla rivista
«Po&sie», 109, 2004).
Accetta la direzione di una collana di «Poesia» per
l’editore Marsilio. Il rapporto si chiuderà nel 2000, quando in quella sede
saranno usciti libri di poeti di generazione e tendenza diversa, come Toti
Scialoja, Dario Villa, Marco Ceriani, Elio Pagliarani, Ferruccio Benzoni,
Riccardo Held, Massimo Lenzi, Jolanda Insana, Giuliano Gramigna.
Traduce, su invito di Luca Ronconi,
Ecuba di Euripide, per la regia di Massimo Castri (stagione
teatrale 1994/95 del Teatro di Roma; debutto al Teatro Argentina, il 29
novembre). Scrive per il programma di sala:
L’unica cosa di qualche importanza che ho da dire su questa
traduzione o, come forse preferirei chiamarla, su questa riscrittura di Ecuba è che l’ho fatta per il teatro e
soltanto per il teatro. In altre parole, vorrei che a nessuno venisse in mente
di leggerla come se pretendesse a un’autonoma esistenza letteraria, ciò che ho
cercato di scrivere e che spero di aver scritto non è la tragedia di Euripide
in lingua italiana, ma il copione dello spettacolo che Castri avrebbe
realizzato e che ho cercato di immaginare sulla scorta di altri suoi
spettacoli.
Il 3 settembre, nell’ambito del XXXVI Corso Internazionale
di Alta Cultura Le metamorfosi del
ritratto, tiene alla Fondazione Cini di Venezia una lezione dal titolo
Proust contro Proust.
L’accettazione di un premio a Firenze ha come corollario la
pubblicazione di una raccolta inedita l’anno successivo: Septuor.
Nel dicembre gli è assegnato, per la sua
Recherche, il Premio Aristeion per la
miglior traduzione promosso dalla Comunità Europea, che ritira a Lisbona,
capitale europea della Cultura.
1995-1997
Scrive, richiestone da Adriano Guarnieri, la sequenza di
cinque testi Quare tristis per
l’omonima composizione eseguita – presente il poeta – alla Biennale Musica di
Venezia (Chiesa di S. Stefano, 1 luglio 1995). La sequenza sarà pubblicata nel
1998 con titolo Cinque strofe per la
musica di Adriano Guarnieri (Lecce, Manni), per entrare poi nella raccolta
Quare tristis.
Una seconda redazione del Bestiario
di Apollinaire esce da TEA nel marzo del ’96; la quarta
redazione dei suoi Fiori del male da
Mondadori (nel «Meridiano» delle Opere
di Baudelaire) il mese successivo. Continua il lavoro di traduzione per il
teatro: Ruy Blas di Victor Hugo (per
la regia di Luca Ronconi, Teatro di Roma e Teatro Stabile di Torino, debutto al
Teatro Argentina il 4 novembre 1997; la traduzione è pubblicata da Einaudi nello
stesso anno) e Le false confidenze di
Marivaux (per il Teatro di Genova diretto da Ivo Chiesa, prima rappresentazione il 10 marzo 1998 al teatro
Duse con la regia di Marco Sciaccaluga). Traduce inoltre il testo allestito da
Giacomo Manzoni per il suo Moi, Antonin
A., per soprano leggero, lettore e orchestra su testi di A. Artaud
(Firenze, Maggio musicale fiorentino 1997, 12 giugno 1997).
Nel 1996 ritorna nella giuria del premio Viareggio; ma ne
uscirà l’anno successivo dopo aver partecipato a due sole sedute, motivando le
dimissioni sul «Corriere della Sera» del 31 agosto. L’intervento spiega
l’insoddisfazione per i meccanismi decisionali del Viareggio, ma si pone
soprattutto come manifesto programmatico per un premio letterario ideale:
Dunque, sono entrato in questa giuria, con qualche speranza
di realizzarvi almeno in parte il mio vecchio sogno di un lavoro serio, sereno
e pacato, al quale ciascuno possa dare il proprio contributo specifico di
interessi e di conoscenze e nel corso del quale si arrivi per gradi a
un’opinione comune confrontando fra loro le singole opinioni, mettendole
davvero in discussione, convincendo gli altri ma anche lasciandosi convincere
[...]. E pensavo anche che, a questo scopo, sarebbe stato giusto valorizzare le
competenze di ciascuno, che si sarebbe dovuto dare un particolare peso ai
giudizi dei filologi in materia di filologia, degli storici in materia di
storia, degli esperti di poesia in materia di poesia, dei musicologi in materia
di saggistica musicale, e via discorrendo, salvo poi far confluire il tutto in
una prospettiva (e in una discussione) di più generale convenienza culturale.
Insomma, un lavoro unitario ma svolto, in parte, anche con il metodo delle
«commissioni», viste la quantità e l’eterogeneità delle materie in esame... Mi
sembra, alla luce della riunione dell’anno scorso e di quella di quest’anno,
che niente di tutto ciò sia avvenuto. Ciascuno dei membri della giuria è
arrivato con un’idea (non importa se sua o di qualcun altro) e con quella è
ripartito; e non ne faccio colpa a nessuno in particolare, visto che anch’io mi
sono comportato così. Ma credo che una responsabilità e un’iniziativa, in
questo senso, sarebbero dovute spettare al presidente: il quale ha badato
invece essenzialmente – come tutti gli altri, ma con il vantaggio e
l’aggravante di essere presidente, di avere inserito nella giuria un certo
numero di persone a lui incrollabilmente devote e di avere il carisma, il
prestigio e il fascino oratorio di Cesare Garboli – a far vincere i concorrenti
che aveva in mente di far vincere. Tutto qui; ma con questo mi lusingo di
avere, non dico spiegato, ma almeno suggerito, sia come un premio letterario
potrebbe e dovrebbe essere per superare la soglia della banalità, del piccolo
cabotaggio e della piccola vanagloria, sia le ragioni del mio stato
d’insofferenza e delle mie dimissioni. Sarà, spero, per un’altra volta; ma
giuro che, semmai il prodigio dovesse avverarsi, non sarò lì a vedere.
Alla fine dell’aprile ’97 esce da Garzanti la raccolta Tutte le poesie (1951-1993). In apertura
del volume è Gesta Romanorum, «i
resti della mia prima raccolta di poesie, premiata a un concorso per inediti ma
mai pubblicata e, a un certo punto, andata perduta». A un mese di distanza
pubblica da Scheiwiller una raccolta di undici nuovi sonetti, Nel libro della mente (uscito l’anno
prima come libro d’arte, con incisioni di Attilio Steffanoni).
Il 12 aprile interviene con un’intervista a «L’Unità» nel
dibattito che oppone Fausto Bertinotti al governo Prodi sulla partecipazione italiana
alla forza multinazionale dell’ONU in Albania, partecipazione approvata alla
Camera il 9 aprile con voto favorevole di Ulivo e Polo, contraria Rifondazione
Comunista:
La posizione di Bertinotti sull’Albania? È francamente
incomprensibile. Si direbbe motivata da pura voglia di protagonismo. Se si
andasse alle elezioni per una rottura provocata da queste posizioni, credo
proprio che non voterei più per Rifondazione [...]. Non è la prima volta che ho
la fastidiosa impressione che non siano tanto le sorti della sinistra a pesare,
e al suo interno le ragioni di Rifondazione (sia pure in un rapporto
dialettico), ma la tutela dei propri quozienti. E ogni volta che ho questo
sospetto, mi sento totalmente in disaccordo.
(Rifondazione recederà nei giorni immediatamente successivi
dal minacciato ritiro dell’appoggio esterno al governo).
Il 23 dicembre la Provincia di Milano gli conferisce la
Medaglia d’oro di Riconoscenza.
1998-1999
Philippe Jaccottet presenta a Raboni una traduzione francese
dei sonetti di Nel libro della mente:
Je ne connaissais de votre œuvre – gli scrive il 27
febbraio – que les rares poèmes traduits par notre ami Simeone dans
Lingua, dont celui de la mort de la mère
m’avait beaucoup frappé, quand Scheiwiller, au milieu d’autres cadeaux, m’a
offert le petit livre de vos sonnets. Revenu de Milan avec une sorte de regain
d’énergie, peut-être dû à l’amitié de l’accueil, j’ai eu envie de les traduire,
activité à laquelle je proclamais sans cesse avoir renoncé définitivement.
C’est vous dire si je les ai admirés. Les voici donc en signe d’amicale estime,
soumis à votre lecture.
È l’occasione per un intenso scambio epistolare con lo
scrittore svizzero, che porterà alla pubblicazione di
Au livre de l’esprit, Ginevra 2001.
Nella stessa primavera Walter Veltroni, ministro della
cultura, manifesta a Raboni il desiderio di nominarlo nel consiglio di
amministrazione del Piccolo Teatro. Raboni accetta. Sospende quindi l’attività
di critico teatrale al «Corriere», anche per l’insorgenza di nuovi problemi
cardiaci che rendono necessario l’inserimento – il 23 marzo – di tre
by pass.
Tuttavia la collaborazione al «Corriere della Sera»
continuerà con cadenza settimanale nelle vesti di critico letterario (in
particolare sulle due colonne dell’«Elzeviro» in terza pagina) e di
commentatore.
Traduce Il cammino
della Croce di Claudel per la regia di Fabio Battistini (debutto il 2
aprile 1998 a Trento, nella Basilica di Santa Maria Maggiore).
Congeda la quinta edizione della traduzione delle
Fleurs du Mal (Einaudi 1999).
In settembre escono i Contraddetti,
scelta di articoli apparsi sul «Corriere della Sera» tra il ’92 e il ’97
allestita e curata dall’editore e amico Vanni Scheiwiller. Sul primo numero
della rivista «L’ospite ingrato» pubblica, sotto il titolo
Versi inediti 1995-96, tre sonetti.
Il 22 luglio è alla Fondazione Cini di Venezia per il Corso
di aggiornamento per italianisti, intervistato da Silvana Goldmann.
Esce da Mondadori, in novembre, la nuova raccolta
Quare tristis.
La Provincia di Milano gli dedica un video: legge dei versi,
parla di sé, della parola come «strumento di responsabilità morale», della sua
idea di una «comunità di vivi e di morti»:
A me sembra che nella famosa, conclamata concretezza di
Milano fosse compresa, fosse “incapsulata” questa idea che la vita è concreta
anche perché comprende il passato e quindi la presenza dei morti. Ecco, io
credo che fosse una forma del “realismo lombardo”, quella capacità di vivere
anche coi morti: così come di vivere con gli altri, di vivere con i diversi,
che era una delle grandi vocazioni di Milano. Direi che sono due aspetti
complementari, e tutt’e due fortemente compatibili con quel realismo che è
nella vocazione estetica della cultura lombarda, ma che è anche, secondo me,
nella sua moralità, nel suo modo di affrontare la vita, e persino gli affari.
Mi sembra effettivamente che sia lì, che sia verso la metà degli anni Sessanta
che qualcosa comincia a incrinarsi. E queste cose vengono lentamente – ma
anche, da un certo punto in poi, abbastanza rapidamente, rovinosamente – meno.
Viene meno questa capacità di convivere col passato e quindi con le generazioni
perdute, con le generazioni dei defunti; e viene meno la capacità di vivere con
gli altri. E questo proprio in un momento come l’attuale – momento di trasformazione
non soltanto di questa città o di questa nazione, ma di tutto il mondo – in cui
è più che mai indispensabile riuscire a vivere con gli altri, perché il futuro
del mondo, se c’è, è un futuro, appunto, di convivenza al più alto livello di
confusione possibile (dico confusione
nel senso anche positivo). Effettivamente, se non riusciamo ad essere ospiti e
non riusciamo a far sì che i nostri ospitati diventino a loro volta ospiti
nostri, credo che non ce la caveremo, credo che andiamo verso un avvenire di
delitti e di invivibilità. Secondo me, in una città come Milano – che tutto
questo l’aveva dentro, e che l’ha lentamente, e poi purtroppo con
un’accelerazione drammatica, perduto –, tutto questo si sente in modo
particolare, ed è particolarmente indispensabile. Credo veramente che se non
ripartiamo da qui, cioè dalla riconquista del senso della comunità – comunità
sia con i nostri morti, con il nostro passato, che con la diversità, con gli
altri, con gli ospiti – non c’è futuro (E. Bertazzoni,
Giovanni Raboni. Il futuro della memoria, cit.).
Il 10 agosto 1999 viene eseguita al Festival di Salisburgo
l’opera Pensieri canuti di Adriano
Guarnieri, su testo di Giovanni Raboni (poi Cantano
di paura nel giardino, in Barlumi di
storia).
Lavora a una nuova redazione della
Fedra da Racine (ora per la regia di Marco Sciaccaluga, Teatro
Stabile di Genova, 1999; a stampa per Marietti nello stesso anno).
Esce in novembre dall’editore Magenta
Ventagli e altre imitazioni, raccolta di versi tradotti da Mallarmé
e Laforgue.
2000
Traduce Antigone
di Sofocle, che va in scena dall’8 al 18 giugno al Teatro Greco di Siracusa
nell’ambito del 36° Festival del Teatro Classico (con la Compagnia del Teatro
Carcano diretta da Giulio Bosetti, regia di Patrice Kerbrat; poi, il 27
settembre, al Teatro Olimpico di Vicenza). Scrive per il programma di sala:
Quella di Antigone è la storia di una giovane donna che
affronta la morte per non tradire la pietà dovuta ai morti. La pietà per i
morti non è soltanto un impulso della sua coscienza, è anche, per lei, un
dovere sancito dalle leggi non scritte, le leggi di origine divina. Ma nella
storia di Antigone le leggi divine si scontrano con le leggi umane, di cui
Creonte, il re di Tebe, è la personificazione, cioè l’esecutore e il garante.
Antigone, con il suo bisogno di dare sepoltura al corpo del fratello Polinice
morto in battaglia, crede di obbedire agli dei; Creonte, con la sua volontà di
impedirglielo perché Polinice è morto combattendo contro la sua stessa patria
ed è dunque, di fronte agli uomini, un traditore, è convinto di obbedire alle
esigenze della convivenza civile, dell’ordine, del buongoverno. Chi ha ragione
fra i due? Il dibattito è aperto da 2500 anni e riguarda davvero (per una volta
si può dirlo senza timore di cadere nell’enfasi) tutto e tutti in qualsiasi
tempo e in qualsiasi luogo: la storia di ogni comunità retta da un patto
sociale, con il suo conflitto forse insanabile fra le ragioni del “progresso” e
le ragioni della giustizia, e la vita di ciascuno di noi, con il suo conflitto
certamente insanabile fra le ragioni della mente e le ragioni del cuore.
Si dedica con Marco Ceriani alla messa in versi italiani
(sulla traccia di una traduzione letterale fornita da Vasta Fesslová) di poesie
da Na sotnách (A lume d’agonia) e da
Asklépiovi kohouta (Un gallo a Esculapio) di
Holan, instaurando una consuetudine di lavoro – sempre le mattine della
domenica – che si protrarrà fino alla metà del 2002. Il risultato è
A tutto silenzio (Mondadori 2005).
Una scelta di testi nella traduzione tedesca della
scrittrice Christine Wolter è pubblicata nel numero di aprile di «Akzente».
Il 26 giugno è a Monaco di Baviera nell’ambito della
rassegna di incontri Poesia 2000 –
Italienische Dichter in München.
Esce da Garzanti in settembre la
Rappresentazione della Croce, in scena il 21 ottobre al Teatro
Vittorio Emanuele di Messina per la regia di Pietro Carriglio.
In ottobre Garzanti pubblica una nuova edizione di
Tutte le poesie, comprensiva di
Quare tristis.
Il 13 novembre è all’Istituto Italiano di Cultura di
Zagabria a parlare di Aspetti della
poesia italiana del Novecento.
2001
Inizia a lavorare a un «Meridiano» dell’opera di Racine,
traducendo Athalie e
Bérénice (concluse nel corso del 2003).
Dal 17 al 27 aprile è per la prima volta negli Stati Uniti.
A New York fa una lettura all’Istituto Italiano di Cultura con John Ashbery e
incontra il poeta Alfredo De Palchi (che ha incaricato Michael Palma di
tradurre le poesie di Raboni per le sue Chelsea Editions); a Yale legge i suoi
versi per gli studenti e scrive le ultime scene di
Alcesti, o La recita dell’esilio; a Philadelphia partecipa alla
convention dell’American Association of
Italian Studies (19-22 aprile).
Escono a New York i Selected
Poems tradotti da Tina Chiappetta.
Pubblica in giugno una plaquette
con un testo poetico e tre prose, con il titolo e a prefigurazione della
prossima raccolta mondadoriana Barlumi di
storia.
Dopo l’11 settembre, richiesto dal «Corriere della Sera» di
una testimonianza sui tre minuti di silenzio indetti per il 14, scrive un pezzo
che non sarà pubblicato:
Dove si va a vedere il silenzio di una città, anzi di una
nazione, anzi di un continente? Io mi sono limitato a raggiungere una delle
strade più animate e rumorose di Milano, corso Buenos Aires, spina dorsale d’un
quartiere dove i mussulmani, ormai, non sono molto meno numerosi dei cristiani.
Non c’erano, naturalmente, né bandiere abbrunate né autorità in pensoso
raccoglimento. A mezzogiorno qualche negozio ha abbassato la saracinesca, un
bar ha attenuato le luci; e non so come – forse semplicemente perché stavo più
attento – ho sentito abbastanza nitidamente, attraverso l’usuale rimbombo del
traffico, i dodici rintocchi della campana di Santa Francesca Romana. No, non
posso dire di aver visto il silenzio della città. In compenso, dopo tanti
giorni di meravigliosa luce settembrina il cielo era opaco, spento, e le poche
gocce di pioggia che poco prima avevano cominciato a cadere si sono come
immobilizzate nell’aria: a rendere memorabile un istante, isolandolo da quelli
che lo precedono e da quelli che lo seguono, non è mai la nostra volontà. Resta
da capire di cosa sia possibile, di cosa sia giusto riempirli, quei tre minuti
di silenzio: niente ha meno senso di un’offerta simbolica non raccolta, di un
contenitore d’emozioni senza contenuto emotivo; e a venirmi in mente per prime,
mentre tornavo verso casa, sono state tre parole estremamente semplici e
antiche, pietà, rimorso, speranza. C’è bisogno di spiegarle? Forse no; forse
soltanto di ripeterle, di ribadirle. Pietà per i morti, per tutti i morti,
compresi (è lecito dirlo?) i folli sventurati che si sono uccisi per uccidere,
che hanno cancellato migliaia di vite per guadagnarsi l’orribile paradiso degli
eroi. Rimorso per tutto quello che in questi anni, in questi mesi, in questi
giorni non abbiamo fatto e continuiamo a non fare, per l’indifferenza o la
distrazione con la quale assistiamo giorno dopo giorno al perpetuarsi, al
moltiplicarsi, al dilagare di quell’unica malattia veramente mortale per la
convivenza umana che è l’ingiustizia. Speranza che all’immensa carneficina non
faccia seguito soltanto la guerra al terrorismo, ma anche la guerra alla
povertà, all’ignoranza, alla disperazione da cui il terrorismo probabilmente
nasce e di cui certamente s’alimenta. Troppe parole, troppi pensieri, lo so,
per tre minuti di silenzio; ma nella coscienza di ciascuno di noi ci sono,
temo, ben altri silenzi da colmare (dattiloscritto conservato nell’archivio
dell’A.; in calce, manoscritta, la data 14.9.2001).
2002
Il 21 marzo muore il fratello Fulvio.
Dal 9 al 17 aprile tiene un corso su
L’idea di teatro nel mondo contemporaneo presso la Scuola
Universitaria Superiore di Pavia.
In maggio, scaduto il mandato di consigliere di
amministrazione del Piccolo Teatro (di cui era vicepresidente), non viene
confermato nell’incarico.
Per l’affetto verso il Piccolo, continuerà le letture di
poesia iniziate con Strehler. Nonostante la fine dell’impegno nel Consiglio di
amministrazione del teatro, decide di non riprendere il posto di critico teatrale
al «Corriere della Sera».
Escono in settembre il testo teatrale
Alcesti, o La recita dell’esilio (da Garzanti) e un nuovo volume di
versi, Barlumi di storia (da
Mondadori).
Il 20 novembre tiene la prolusione all’anno accademico
2002/03 della Facoltà di Architettura di Parma, parlando dell’opera poetica
dello scultore Fausto Melotti.
2003
Il 24 gennaio, al termine di un incontro pubblico coordinato
da Piergiorgio Bellocchio a Piacenza, legge gli inediti
Versi d’autunno («è poesia politica più che civile», precisa), che
col titolo Canzone del danno e della
beffa entreranno nel ciclo di poesie satiriche contro Silvio Berlusconi
raccolte da Patrizia Valduga, con altre inedite recenti, nei postumi
Ultimi versi (Garzanti 2006).
All’annunciarsi della seconda guerra del Golfo prende
immediatamente posizione contro l’invasione dell’Irak:
Sono ovviamente contro la guerra – come, credo, ogni essere
umano. Ma la cosa che sento il bisogno di dire è che sono contro QUESTA guerra.
La dottrina della guerra preventiva inventata da Bush è una mostruosità sia dal
punto di vista giuridico che dal punto di vista etico. Se qualcuno, per la
strada, ammazza un altro perché gli sembra che abbia un’aria sospetta, non
esercita un diritto di legittima difesa, è semplicemente un assassino. Se Bush
attaccherà l’Irak senza che l’Irak compia e nemmeno minacci il minimo gesto
ostile contro gli Stati Uniti la storia dell’umanità precipiterà all’indietro
di decenni, forse di secoli. E non parlo solo della spaventosa carneficina di
civili innocenti che si profila, parlo anche del fatto che qualsiasi principio
di legalità internazionale, a questo punto, sarà stato spazzato via e il mondo
diventerà un immenso Far West dove l’unica cosa che conta è sparare bene e
sparare per primi (dattiloscritto conservato nell’archivio dell’A., per una
pubblicazione non identificata).
Nuove traduzioni per il teatro: La scuola delle mogli
di Molière (per la regia di Jacques Lassalle,
debutto a Vittorio Veneto il 4 marzo 2003) e
Il mercante di Venezia di Shakespeare (scritta nell’agosto, a
Belluno, per una rappresentazione al Teatro Massimo di Palermo che si sarebbe
dovuta avvalere di interventi musicali di Giacomo Manzoni, ma che non si
realizzerà). Quella di Assassinio nella
cattedrale (per la regia di Pietro Carriglio, Palermo, Teatro Biondo, 29
dicembre 2003) è la realizzazione di un progetto antichissimo. Dal programma di
sala:
Desideravo tradurre Assassinio
nella cattedrale da qualcosa come mezzo secolo: esattamente dal 1953,
quando, durante il mio primo viaggio in Inghilterra, acquistai in una libreria
di Londra il testo originale del dramma, che già avevo ascoltato e letto e
volenterosamente amato nella volenterosa traduzione italiana allora
disponibile.
Decide di raccogliere i suoi scritti sulla poesia italiana
del Novecento, secondo un progetto più volte rimandato. Il volume, curato da
Andrea Cortellessa, uscirà con titolo La
poesia che si fa nell’agosto del 2005. Nel contempo, inizia a lavorare con
Rodolfo Zucco al «Meridiano» delle proprie opere.
In aprile vince con Barlumi
di storia la XV edizione del premio Librex-Montale.
Il 18 giugno la poesia Il
compleanno di mia figlia è proposta nella traccia per la prova scritta di
italiano all’esame di maturità.
Realizza con Enrico Baj il libro d’arte
Sull’acqua (Belluno-Milano, Colophon e Galleria Giò Marconi). I
testi poetici sono presto tradotti in francese («Po&sie», 109, 2004) e in
spagnolo («Cuadernos de Filología Italiana», 11, 2004).
Il 3 dicembre, nel quadro delle manifestazioni sulla cultura
italiana organizzate a Parigi da Maurizio Scaparro, presenta con Michel Déguy
allo Studio de la Comédie des Champs-Élysées Maurizio Cucchi, Gabriele Frasca,
Jolanda Insana, Edoardo Sanguineti e Andrea Zanzotto.
2004
Il 7 gennaio, al Teatro Santa Chiara di Brescia, vi è la
prima di Alcesti, o La recita dell’esilio,
per la regia di Cesare Lievi.
Il 12 aprile, nel pomeriggio del lunedì di Pasqua, al
rientro da qualche giorno trascorso a Belluno, è colto da una violenta aritmia
nell’appartamento di via Melzo mentre termina l’articolo sulla morte di Cesare
Garboli per il «Corriere della Sera». È ricoverato all’ospedale Sacco di
Milano, in stato di coma. Si risveglia il 5 maggio, ed è trasferito il 19
all’Istituto di riabilitazione Richiedei di Gussago (Brescia).
Esce intanto a maggio da Einaudi la sua traduzione di una
scelta di poesie di Jean-Charles Vegliante (Nel
lutto della luce). Nello stesso mese (11-13 maggio) è dedicato a
La poesia di Giovanni Raboni l’annuale
Seminario di perfezionamento
linguistico-letterario di San Salvatore Monferrato (intervengono Elio
Gioanola, Giovanna Ioli, Enrico Testa, Stefano Verdino, Giorgio Bàrberi
Squarotti, Giorgio Bertone, Roberto Rossi Precerutti, Rodolfo Zucco).
A metà giugno è ricoverato all’ospedale San Raffaele di
Milano; di qui passa il 30 agosto nel Centro di Riabilitazione cardiaca di
Fontanellato (Parma).
Muore la mattina di giovedì 16 settembre, a causa di un
nuovo attacco cardiaco.
I funerali sono officiati sabato 18 nella basilica di
Sant’Ambrogio. Riposa nel Famedio del Cimitero Monumentale di Milano.
“Cronologia” di Rodolfo Zucco, in “L’Opera Poetica”, Mondadori 2006