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A PROPOSITO DI «QUESTO E ALTRO»


La nuova stanza della “casa virtuale” di Raboni è “Il lavoro nell’editoria”. Con questa conversazione con Arrigo Lampugnani Nigri, spieghiamo perché contiene «Questo e altro».

Arrigo Lampugnani Nigri è nato a Milano il 19 novembre 1932. Compagno di liceo di Raboni - e maestro di assenze come Raboni - ha Vittorio Sereni come professore privato di italiano e Enzo Paci come professore privato di filosofia. Si laurea alla Statale con una tesi sui Manoscritti economico-filosofici del 1844 di Marx. Nel 1961 dà vita alla casa editrice Lampugnani Nigri Editore che pubblica fino al 1972 «Aut Aut», fondata da Enzo Paci nel ‘52 (fino al ’56 pubblicata da Taylor, nel ‘57 da Mantovani - ma finanziata sempre da Alice Nigri, madre di Arrigo - e nel ‘58 da Kairos, una delle società del gruppo Lampugnani). Raboni ne è segretario di redazione dal ’59 al ’67. Come editore, ha pubblicato nel 1961 il primo libro di Raboni, Il catalogo è questo, nel 1967 Gesta romanorum e nel 1981 Quaderno in prosa. Come autore, con lo pseudonimo di Sergio Livio Nigri, ha pubblicato I cento disegni, Guanda 1976, presentazione di Giovanni Raboni, Continuo, Lampugnani Nigri 1981, con una nota di Giovanni Raboni, e Paicap, Pagine 2012.

Nella biografia di Vittorio Sereni del “Meridiano” Mondadori (1995), Giosue Bonfanti scrive: “D’intesa con Niccolò Gallo, Dante Isella e Geno Pampaloni dà vita e nome a «Questo e altro», una rivista trimestrale edita da Lampugnani-Nigri, a partire dalla primavera 1962. Chi scrive ricorda le riunioni redazionali del venerdì sera, in via San Gregorio, dove, accanto a Sereni, volta a volta, sedevano coi vecchi amici (come Ferrata o Francesco Arcangeli, quando abitava a Milano) i ‘giovani’, come Raboni, Tadini, Bellocchio e Cherchi”. L’idea della rivista è davvero di Sereni?
No, è di Giovanni e mia, anche invogliati dalla pubblicazione di «Aut aut». Giovanni lavorava con me a tempo pieno: era procuratore legale per tutto il nostro gruppo di aziende. Ma si sa quali fossero i suoi veri interessi. Ci siamo rivolti a Sereni, e lui ha accettato.
E’ molto bella graficamente. Ha le stesse dimensioni, mi pare, del «Politecnico», che aveva la sua sede in viale Tunisia 29, a due passi dalle sede di “Questo e altro». E molto bello è anche il logo in rilievo. Anche quello è opera di Bob Noorda?
No, l’ha fatto Giacomo Manzù per la mia casa editrice.
Perché una civetta?
Era sacra ad Atena, e rappresentava la dea della conoscenza, della sapienza.
Le riviste di allora erano «L’approdo letterario» di Betocchi, il «Menabò» di Vittorini, «Letteratura» di Bonsanti, «il verri» di Anceschi, «Belfagor» di Russo e Cantimori… Raboni dice: “Il titolo «Questo e altro» era, credo, proprio di Vittorio ed era comunque un titolo straordinariamente sereniano, perché «Questo» voleva indicare la letteratura e «l’altro» voleva indicare tutto ciò che sta intorno alla letteratura – i suoi dintorni più o meno immediati – e da cui la letteratura non può prescindere” (Per Vittorio Sereni, “Convegno di poeti”, Luino 25-26 maggio 1991, Scheiwiller, 1992). Quel “credo” è un po’ sospetto: ma come è possibile che non si ricordi di chi era il titolo? Non c’eravate che voi tre; “proprio” è un rafforzativo non necessario che sembra mettere in dubbio il “credo”; “comunque” sembra negare il “credo” e il “proprio”. Si ha come l’impressione che Raboni voglia attribuire a tutti i costi il titolo a Sereni, e si sa anche che non era persona da dire, neppure sotto tortura, “il titolo è mio”.
Senta, perché è così importante per lei stabilire la paternità di un titolo? L’unica cosa certa che posso dirle è che non è mio.
Non si era mai sentito un titolo così “povero”, ma – a parte il fatto che Gli immediati dintorni escono nel maggio del ’62 (nella collana diretta per il Saggiatore da Giacomo Debenedetti) e che la sua lettera a Pampaloni dell’ottobre del ’61 prova che il titolo era già stabilito da tempo - la lingua di Sereni a quella data è una lingua tutt’altro che povera e colloquiale, è una lingua alta (quella degli ermetici e di Montale) con ricorrenti anastrofi e iperbati: “d’amarezza ci punge”, “sulla frondosa a mezzo luglio / collina”, “d’una tenda s’agita / il lembo”, “fatto è il mio sguardo”, ecc. Senta invece come scrive Raboni nelle 15 poesie de Il catalogo è questo: “quando piove, fanno proprio schifo / le finestre”, “ma ci pensi / che groviglio”, “dunque vedi che con loro / è un’altra storia”, “prova a pensare”, “mentre sai, con la campagna / è già tanto”, “E tu invece, gomme di bicicletta / o antenne, cosa credi che sia / questo ronzio” (mentre in Sereni troviamo: “In me il tuo ricordo è un fruscìo / solo di velocipedi che vanno”), ecc. A me pare una vera e propria rivoluzione nella lingua della poesia: non c’è nessun poeta, grande o piccolo, vecchio o giovane, a quella data, che faccia uso del parlato in questo modo. E nelle 15 poesie troviamo: “una città come questa”, “e un giorno come questo”, “il catalogo è questo”, “ma siamo sicuri che sia questo / lo scandalo”, “questi / erano quella sera (…) i pensieri”, “cosa credi che sia questo ronzio”, “e che proprio per questo, miracoli succedano / solo a quegli altri”, “da un’ombra all’altra”, “le cose che dice e forse no / o forse altre”, “è un’altra storia”, “questa è un’altra cosa”. Riassumo: in 15 brevi poesie ci sono 5 “questo”, 2 “questa”, un “questi”, 3 “altra”, un “altri” e un “altre”. “Questo” e “altro”, con 3 eccezioni su 13, sono sempre sostantivi. In Sereni sono sempre aggettivi: “quest’ora”, “quest’ombra”, “queste tue mani”, “queste contrade”, “questa notte”, “queste torri”, “altro bene o altro male”, ecc. Soltanto in Frammenti di una sconfitta, ma nella parte in prosa, troviamo “o non è solo questo”, e più avanti “ci vede altro da ciò che tu vi avevi visto”.
Queste cose dovrebbe andare a dirle a un filologo, non a me. Ricordo soltanto che poi qualcuno ha proposto di mettere “ed” al posto di “e”, ma la proposta non è stata accolta.
Un filologo potrebbe obiettare, ad esempio, che nelle poesie uscite nel 1960 su «Nuova corrente» (aprile-giugno) e su «Paragone» (giugno), che confluiranno ne Gli strumenti umani, un po’ di “parlato” c’è. Vero, la lingua si fa un po’ meno “letteraria”, e il parlato c’è perché ci sono dei dialoghi, virgolettati; e se accanto a espressioni come “hai tu fatto…?”, “vita chiedendo”, “a morte ci ha ferito”, “sempre di sé parlava”, troviamo espressioni come “uno senza volto” o “quello delle mie parti”, quest’ultime non assomigliano alle espressioni tipiche di Raboni, tipiche fino ai suoi ultimi versi: espressioni colloquiali dell’uso comune cui il ritmo formale impone immancabilmente una piccola variazione o una minima distorsione che le rende come nuove di zecca. Ma torniamo a Bonfanti: scrive che la rivista era trimestrale, e invece era quadrimestrale. Dice che alle riunioni in via San Gregorio, con Sereni e i “vecchi amici” c’erano “volta a volta i ‘giovani’, come Raboni, Tadini, Bellocchio e Cherchi”. Raboni sembra ammesso a turno con gli altri “giovani”, a rotazione.
Ma no! Giovanni c’era sempre in via San Gregorio - al numero 10, che prima ospitava la sede della tipografia dell’Avanti bruciata dai fascisti -: rappresentava l’editore, anzi era anche l’editore, visto che era socio al 50% della Lampugnani Nigri, e con la carica di Presidente della medesima. Non ricordo né Tadini, né Bellocchio, né la Cherchi: deve comunque tener presente che io non partecipavo a tutte le riunioni.
La direzione è composta da quattro direttori (dal n. 4 si aggiunge Angelo Romanò) e Sereni comincia a lamentarsi subito dopo l’uscita del primo numero. Nella lettera a Pampaloni del 15 ottobre scrive: “Tu hai da fare, ma anch’io ho da fare e non vedo perché il peso debba essere solo mio. Una volta di più dico che la parte del direttore effettivo non toccava a me, come non mi toccava la stesura di questo editoriale, che compete appunto al direttore effettivo”. Ma c’era un direttore effettivo? Chi era?
Non c’era. Forse Sereni avrebbe voluto che fosse Pampaloni.
In un’intervista a Daniele Piccini («Poesia», gennaio 2003), Raboni ha dichiarato: “Io, più che collaborare alla rivista, praticamente la facevo, ero il redattore che la confezionava”.
È vero: era quello che faceva tutto, ma tra le quinte, per così dire.
Raboni non ha mai praticato l’autopromozione: bisogna essere qualcosa di più di un redattore per “confezionare” una rivista. Piero Del Giudice (segretario di redazione dal n. 4) dice che “Raboni era l’anima della rivista”.
Non mi resta che dare la parola a Sereni: legga questi due passi. Il primo è in una lettera che mi ha scritto il 2 agosto 1962: “Qui ti unisco una lettera di Montale, per la quale è superfluo dirti che è un invio riservatissimo (ma mi fa piacere se la leggerà Raboni; e lo ritengo utile)”. E poi qui, nella lettera del 10 dicembre ’63, quella in cui mi comunica la sua decisione di farsi da parte: “Per questo non faccio parola ad alcuno di questa decisione, mentre prego te di farne parola solo a Raboni e di non parlarne ad alcuno fuori che a lui”. Era il suo primo interlocutore. E in effetti facevano tutto loro due: si incontravano, si telefonavano, discutevano.
Nel primo numero c’è una lunga intervista a Vittorini. Secondo me, l’ha fatta Raboni: ha sempre avuto una grande ammirazione per Vittorini; pensi che la sua copia di Uomini e no ha come nota di possesso “Raboni 29 luglio 1945”. Quella per Sereni, se è possibile, è ancora più antica: “Raboni 15 marzo 1944”, è scritto sull’edizione Vallecchi delle Poesie uscite nel ’42. Mentre dubito molto che gli sia piaciuta la poesia – chiamiamola così - di Garboli del n. 3.
Pubblicata in corpo minore, però.
Sì, con minor rilievo sono state pubblicate una poesia di Garboli, una di Risi, una di Della Corte e una di Bodini. In corpo normale, sono uscite, in ordine cronologico, poesie di De Palchi (presentate da Sereni), di Cesarano (presentate da R.C.), di Sereni, di Luzi, di Raboni (con una nota di Betocchi), di Solmi, di Cattafi, di Bertolucci, di Pasolini, della Frezza, della Opezzo (presentate da B.G.), ancora di Cesarano, di Villa. Ma Sereni non voleva essere - e non è stato - un critico. Si può solo dire che, forse per fedeltà ai suoi maestri, a volte si è tenuto a distanza da certe innovazioni: la sua “stupenda” (parola di Raboni) traduzione di Williams, ad esempio, risulta un po’ depotenziata – se così si può dire –nella sua carica innovativa, rispetto all’originale, se “on the International Boundary” (“Confine di Stato”, cartello segnaletico) diventa “al confine tra due Stati” e “interjurisdictional” (termine talmente tecnico che non si trova neppure in un normale vocabolario bilingue) diventa “tra due leggi”. Ma delle “riunioni del venerdì”, cosa mi dice?
Una volta al mese si riunivano una ventina di persone intorno a un sontuoso buffet, e temo che qualcuno venisse soprattutto per il buffet. Ma quelli che non abitavano a Milano saranno venuti una volta o due.
A pensarci bene, quante cose è sempre riuscito a fare Raboni: nel ‘62-3 è il suo procuratore legale, il segretario di redazione di «Aut aut», il “confezionatore” di «Questo e altro», scrive per «Aut aut» e per «Questo e altro», e trova anche il tempo per scrivere su «L’approdo letterario», su «Letteratura», su «Palatina». E non ha che 30-31 anni.
E tre figli. E viaggia per lavoro. E segue la politica.
Mi viene in mente che lei è stato amico di un altro Giovanni: Giovanni Pirelli. Pochi giorni fa, Roberto Rossi, collaboratore di Raboni alla Guanda e redattore capo dell’«Illustrazione italiana», si diceva dispiaciuto che in tanto parlare di Olivetti e di “letteratura industriale”, nessuno ha citato il romanzo A proposito di una macchina di Pirelli (Einaudi ’65).
Ricordo quando progettavamo di fare una casa editrice insieme, che secondo lui avrebbe potuto chiamarsi, data la nostra posizione economica, “Edizioni del capitale”, oppure “Pirla”, acronimo dei nostri cognomi. Era molto simpatico. Sa che finanziava i «Quaderni rossi»?
Non so neanche cosa sono.
Era la rivista più a sinistra di allora, quella di Panzieri e Tronti. A un certo punto avrebbe voluto che la pubblicassimo noi; Raboni non ha detto né sì né no, io ne ho parlato con Paci, che è quasi svenuto, e mi ha scritto una lunga lettera in cui mi metteva in guardia da Panzieri, che “era stato cacciato dal PCI”, e “considerava Togliatti più a destra di Malagodi”. Ho lasciato perdere.
È vero che Raboni le raccomandava di non distrarre Sereni con le sue automobili?
“Non venire in Ferrari”, mi diceva, “se no lui perde la testa, ti chiede di provarla e non possiamo più parlare”.
Perché è finita?
Sereni non ne poteva più, Giovanni da solo non ha voluto, io perdevo da due a tre milioni di lire a numero, e non ero così felice di continuare.
Ma Raboni racconta a Daniele Piccini («Poesia», XVI, 168, gennaio 2003): “«Questo e altro» terminò non dico con uno screzio tra Sereni e Lampugnani Nigri, ma comunque con un po’ di dispiacere da parte di Vittorio. L’editore, che si aspettava all’inizio qualcosa di più, si rese conto che la rivista era stata importante ma che non c’era stato il riscontro sperato e quindi, siccome la perdita economica era troppo elevata, decise di non proseguire e Sereni ci rimase un po’ male”. Uno dei due ricorda male.
Ricordiamo bene tutti e due. Nella lettera del 10 dicembre, Sereni scrive: “Caro Arrigo, so che resterai sorpreso, ma io non voglio tardare un minuto di più a dirti che Questo e Altro, soprattutto per ragioni psicologiche, è diventato per me un peso insostenibile”. E poi più avanti: “La mia proposta è la seguente: si fa il n. 6 ancora con i nostri nomi e si gettano le basi per il primo numero della nuova serie, dopo di che una redazione con altri nomi – Raboni in testa – prende in mano le sorti direttive e organizzative della rivista”. Io ho deciso di non proseguire senza Sereni, e forse a Sereni, e a Giovanni, un po’ è dispiaciuto.
Lampugnani Nigri Editore ha pubblicato qualcos’altro oltre a Raboni e lei stesso?
Sì, evidentemente. Non ho un catalogo della Casa Editrice, le posso elencare solo alcuni titoli che, dopo vari traslochi, mi sono rimasti in biblioteca: Carlo Sini, Introduzione alla fenomenologia come scienza, 1965; Enzo Paci, Relazioni e significati, 1965-66; Mario Untersteiner, I sofisti, 1967; Bruno Snell, Eschilo e l’azione drammatica, 1969; Hermann Bondi, Cosmologia, 1970; George Edward Moore, Saggi Filosofici, 1970; Lèon Robin, Platone, 1971; Michel Foucault, Due risposte sull’epistemologia, 1971; Paul K. Feyerabend, I problemi dell’Empirismo, 1971 e Contro il metodo, 1973; Fredy Perlman, Il feticismo delle merci: saggio su Marx e la critica dell’economia politica, 1972; Rainiero Panzieri, La crisi del movimento operaio, 1973; Aimone Balbo, Michele Ranchetti, Poesie, 1981. Credo siano una cinquantina i titoli pubbicati.
Per finire dove abbiamo cominciato, possiamo correggere così le due frasi scorrette di Bonfanti: “D’intesa con Giovanni Raboni e Arrigo Lampugnani Nigri dà vita e nome a «Questo e altro», una rivista quadrimestrale edita da Lampugnani Nigri Editore, a partire dalla primavera 1962. Chi scrive ricorda le riunioni redazionali del venerdì sera, in via San Gregorio, dove, accanto a Sereni e Raboni, sedevano volta a volta Giudici, Cesarano, Solmi, Ferrata e Zanzotto”.

Milano novembre 2013