TESTI SCELTI
Gabriele Frasca
LA RICEVITORIA DEL LUTTO
Nel recensire con l’accorata
puntualità dell’amicizia e dell’ammirazione quella che sarebbe stata l’ultima
raccolta di Vittorio Sereni, Stella variabile1, Giovanni Raboni si concedeva un
improvviso, persino imprevisto (nel suo tono caldo ma comunque discreto di
testimone di quanto nella poesia si fa)
«indietreggiamento»: quel tanto necessario a entrare in camera, per la
complicità di uno sguardo in macchina. Non si trattava, difatti, di un ricordo
personale, o di un trasalimento affettivo, come gli capitava talvolta per i
poeti anche umanamente più amati, a partire da Betocchi. Non era certo il più
giovane amico ma l’estensore di quelle pagine, e non già dunque Giovanni Raboni
ma la sua funzione, ad accennare all’«oscillazione»
che l’avrebbe ritratto infine di sbieco, sottratto per un momento al cono
d’ombra e «gabbia virtuale» del libro dell’amico, di cui, come in ogni
recensione, teatrino di un lettore per lettori, non poteva che offrire il
dorso. Era, insomma, l’altro necessario polo della poesia che si fa,
il lettore interno, intimo, il compagno, a mostrasi in funzione nel
quadro, se mai agghiacciandosi in quello stesso sguardo sospinto sulla «linea
imperiosa» tracciata fino a noi, lettori terzi,
che Foucault aveva colto, «spartiacque tra il visibile e l’invisibile»,
nell’occhiata con cui Velázquez, sospeso nel gesto della sua mano, si affaccia
da dietro la tela dipinta a proiettare al di là della barriera molle de
Las Meninas lo «spazio in cui siamo, che siamo»2.
L’immagine, diciamo pure questo presunto autoritratto con cui chiamare in causa lo sguardo del
terzo (quel terzo «in cui siamo, che
siamo»), è naturalmente un artificio, e una deformazione, un mettersi in posa
insomma con cui supporre, o perché no dettare, la posa altrui, quella che
traspare di già, in Velázquez, nello specchio concettoso nascosto nella quinta
della tela dove a ciascuno, alla faccia (alla lettera) di Filippo IV e
consorte, è dato scoprire il proprio
riflesso. Il quadretto ha tutta l’eleganza, e la portata educativa, di una
teoria barocca delle inconsistenze. Per invitarci a fare
la poesia di Stella variabile, Raboni si ritrae nell’atto «oscuramente superstizioso» (e, lo si
dica sùbito, assolutamente prevedibile nella sua provvidenzialità, se ne viene
fuori la poesia che contiene il sintagma divenuto titolo dell’intera raccolta)
di aprire «a caso» il libro dell’amico («come bisognerebbe sempre fare per
cercare vaticini e segnali»), per trovarvi «alcune parole» (non versi,
attenzione) che è come se fossero balzate su a cercarlo, se mai per
condizionargli, magari con un colpo di dadi, «la lettura dell’intera raccolta».
E le parole si leggono, sùbito, a
completare il senso dell’insegna: «una / vita fino a ieri a me prossima / oggi
così lontana...»3.
Si tratta, precisa Raboni,
rientrato nell’ombra della tela ma per avventurarsi con l’ossessione di queste
«parole» nel vivo della raccolta, e dunque lì dove il suo sguardo compagno ha previsto si fronteggeranno
Sereni e il suo lettore, di
un’immagine «purgatoriale» in cui si rapprende «la distanza che separa ora
dalla vita questo poeta innamorato della vita»4.
Stella variabile, ci dice, si fa in una
«vicenda di mancamenti ma non di mancanza», in cui la vita «appare [...] più
commemorata [...], più accarezzata [...] nel suo precipitare, [...] che
inseguita nel suo farsi e disfarsi», e proprio in quanto, malgrado «ormai
sprofondante», tenacemente condotta (o condannata) a permanere tale «nei suoi
residui e ostinati bagliori», per consegnarsi infine a quella «saggezza piena
di brividi, smangiata dal verme del desiderio» con cui l’ultimo Sereni ha
impastato i suoi colori: «una cenere accesa, un’opacità fitta di iridescenza,
una semioscurità continuamente smossa dal puntiforme rimorso della luce»
5
A ripercorrere il paesaggio
autunnale (ma di un autunno luminoso, estivo, barocco, ove stagliarvi sin dai
primi versi lo «squamarsi» dell’albero) de La
malattia dell’olmo con il viatico di questa straordinaria lettura
simpatetica6, e a riannodarvi poi i fili che vi si
diramano fino a quella che sarà a sua volta l’ultima produzione dello stesso
Raboni (quando l’amico avrà gli stessi anni dell’amico), non è difficile
scorgere nella tenace sopravvivenza, a dispetto della vita stessa, della
memoria (con tutto il suo immaginario dantesco di «spino molesto» che «non si
sfama mai», anzi di «aculeo» che giunge «dove più punge e brucia», al punto
che, una volta «tolto», non estinguerà l’irritazione), il senso stesso del
cartiglio a suo modo coerentemente tautologico esposto da Raboni a impresa del
proprio metodo già nel 19637: «la poesia che si fa», appunto. Né senza
ragione, dunque, Andrea Cortellessa ha issato esattamente questo vessillo nel
licenziare la raccolta che contiene il controcanto con cui il poeta si fece
lettore e critico, e per l’appunto compagno,
di tanta poesia altrui, vagliata sempre con la cautela con cui ci si avvicina
alla materia viva. Perché se la memoria, e giusto nell’oscillazione in cui la
vita creduta «prossima» è «lontana», anzi quanto più è diventata lontana, «non
si sfama mai», non basta levare l’«aculeo», diciamo pure il dato biografico con
la porzione di realtà che vi s’innesta: la poesia si fa, si rifà, tutt’intorno
alla sua spina irritativa. La poesia si fa, si rifà, anche senza quell’«aculeo»
(e fortunatamente), per compagnia,
per contagio, e persino per parassitosi. E magari proprio in virtù di quel suo
dato formale così cospirativo, lo si chiami ancora stile (perché è un procedere a taglio), che resta, direbbe
Weinrich, «il miglior agente della memoria nelle opere della cultura, e il solo
che valga nelle manifestazioni del linguaggio»8
Ma che cosa vuol dire che la
poesia si fa, fra il taglio della
forma e il contagio? E questo farsi,
che cosa fa della poesia? E dove vi
si attaglia un soggetto (la cui vita «prossima» s’è fatta così «lontana»), se
la poesia, nel momento in cui si fa,
è una faccenda al medio, all’impersonale, e procede per compagnia? Innanzi tutto, sembrerebbe suggerire Raboni, la poesia,
se si fa, «non è»9; ed è una prima acquisizione,
un’indicazione di metodo critico, che non potrà che essere accolta con fastidio
nei luoghi in cui la poesia è pur sempre supposta essere (lì dove insomma la
poesia, o la sua spoglia inerte, è oggetto di un sapere che viene detto
trascendere, e dispensare al contempo, a farsene bravi ripetitori, o umili
servi nella sua vigna, di ruoli e prebende; da cui l’«insofferenza» di Raboni
«per canoni stabiliti e storicizzazioni predigerite»)10.
La poesia non è, o meglio non sarebbe altro che un «atomo ronzante»,
per dirla ancora con La malattia
dell’olmo, in attesa di centrare «a colpo / sicuro [...] / dove più punge e
brucia»; non è, insomma, se non si fa,
esattamente in quell’incontro «a colpo sicuro» nello «spazio in cui siamo, che
siamo», e in cui colui che si è ritratto nell’atto di guardarci dal ritratto, è
solo una figurina di sbieco che «fissa attualmente un luogo che di attimo in
attimo non cessa di cambiare contenuto, forma, aspetto, identità»11
(alla fin fine il soggetto, persino il tanto temuto «io lirico», è sempre stato
soltanto questo: una funzione in cerca di chi la metta in funzione).
Il presunto autoritratto del
critico che «apre a caso» (o apre al caso) era dunque in quella recensione
innanzi tutto un’indicazione di lettura (uno schema in piano del processo
poetico stesso), un’esplicita dichiarazione, insomma, che il farsi della poesia sta esattamente nella
risonanza fra l’instabile fissazione
«attuale» (Badiou la definirebbe, per la sua «ontologia transitoria», un
«assioma che prescrive senza nominare») e la molteplice mutevolezza
evenemenziale (il «trans-essere» dell’evento)12.
Un processo in contuizione, insomma, per
ribadire un tomismo rimesso in circolo da un autore di vertigini, e di processi
consapevolmente compagnonevoli13, molto amato da Sereni, Pizzuto.
La poesia che si fa prevede dunque una
lettura tomografica, un farsi della poesia (un’eco dopo l’altra) nella persona
di un compagno (la poesia è
esattamente quel compagno); da cui il
primo imprescindibile slittamento critico che Raboni sembrerebbe avere
coerentemente applicato, quello che dal «come funziona» dei coercitivi e mai
troppo chiari libretti d’istruzione (e repertori lessicali, tassonomie
sintattiche, tavole di regolarità metriche...) conduce al «come mi funziona» di chi studia i propri
parassiti. Non si tratta naturalmente di una riattualizzazione della «critica
del gusto», perché l’autoascultazione in questione è innanzi tutto riconoscere
l’intima estraneità del compagno,
diciamo pure dell’agente patogeno esterno, dell’antigene, una volta divenuto
tutt’uno con il proprio anticorpo, opportunamente degenerato. Verrebbe, se mai,
da chiamarla «critica del guasto», o quanto meno di quello che, inferto (come
l’«aculeo» sereniano), si rimette deleuzianamente in funzione14.
Nella poesia che si fa, allora, «qualcosa salta fuori dalla pagina», perché la pagina
non ha mai contenuto la poesia (non quella che si fa, se non altro), e nel suo saltar su, venir via, non necessita
di «interpretazione» ma di quella «macchinazione» con cui il compagno saprà reperire, e infine
intercettare, «una corrente d’energia»15.
La poesia si fa, dunque, innanzi tutto in quanto «trans-essere», e
procedimento compagnonevole che
sappia liberarne la corrente di energia (il «come mi funziona» della «critica del guasto» mette in risonanza due
questioni fondamentali per la poesia, anzi per ogni procedimento estetico:
«come si mette in funzione?», «come mi mette in funzione?»). Da ciò consegue
che, a ben vedere, quella che Mengaldo ha definito la critica «tentativa» di
Raboni (con tutte le sue «espressioni di cautela, approssimazione, ipotesi»)16
è sì una «critica-critica» (e non una critica en
poète), ma esattamente nel senso in cui una «critica-critica» è l’atto
stesso della poesia, la poesia nel suo accompagnarsi.
La critica «tentativa» e la poesia che si
fa sono aspetti di un unico processo in divenire, quello che farà fluttuare
in un essere di percezione, in un «trans-essere», l’«aculeo» e il suo «fuoco»,
cioè «le forze insensibili che popolano il mondo e che ci colpiscono, che ci
fanno divenire»17. Il che naturalmente non vuol dire che la
poesia abbia bisogno del suo bravo critico in livrea, o della sua pletora di
critici (secondo quella coazione pseudocopulare che si scorge nelle dichiarate
strategie, addirittura sorgive, di Ungaretti, poniamo, o in quelle
conservative, omeostatiche di Montale). La poesia avrebbe bisogno del critico
per essere (esaminata, confezionata,
e ammannita a generazioni e generazioni di riconfezionatori); ma, si diceva, la
poesia «non è», si fa... critica,
sempre, o sempre che incontri il compagno.
A pretendere di essere, insomma, è il «fantasma della poesia», quello che non a
caso Raboni si prefiggeva di «rimpiazzare» con «la poesia in carne e ossa»18
, cioè con quella poesia che «non è» se non in attesa, come la paziente zecca deleuziana, della
sua carne (della carne «in cui siamo, che siamo», nel momento in
cui incrociamo lo sguardo di Velázquez).
La poesia è dunque una
traiettoria, un transitare fra molteplici stazioni riceventi (il compagno consente la ricezione al
terzo, che una volta ricevuto lo
«sguardo» si ritrae nell’atto stesso di farsi
compagno e dettare la postura a un ulteriore terzo),
fra le quali solo il «fantasma della poesia» (scapolato via
dalla più languida delle ghost stories
romantiche) si aggira alla disperata ricerca di un’emittente. Questa figura
della metastabilità degl’intrecci dà certo ragione del «canone aperto», o
«plurale», come l’ha definito Andrea Cortellessa19,
desumibile dalla molteplicità di poeti con
cui Raboni ha voluto accompagnarsi20,
che parrebbe magari avere una sua
anticipazione, o persino un archetipo (e di quelli che fanno pensare, come
tutte le «convenienze» involontariamente foucaultiane), in quello che a partire
dal 1954 (e poi dalla ristampa riveduta del 1962) sarebbe divenuto il
capolavoro della poesia barocca italiana: l’antologia dei poeti marinisti di
Giovanni Getto21. La prima generazione poetica pienamente
tipografica e di massa, e l’ultima di
cui si è fatto durante tutta la sua vita compagno Raboni, coincidono sùbito,
anche a una prima occhiata, nella giubilazione della presunta sacralità
dell’Autore in nome di una (già del tutto, per la prima, e già
in extremis, per la seconda) borghese
intellettualità diffusa.
Ma questa stessa figura
molecolare, o neuronale, rende anche conto di un altro senso della traiettoria,
quello che nel suo tracciarsi disambigua una volta per tutte il sostantivo
modificato dalla clausola relativa in odore di participio (al medio). Dal
momento che, quando Raboni parla di «poesia», della «poesia che si fa», non si
riferisce mai al singolo componimento in versi (per cui, quando occorre, userà
il plurale, «poesie»)22, nello stesso modo in cui nelle sue
recensioni, pur tanto strette ai panni dei testi, solo con estrema parsimonia
ricorrerà alla scappatoia della citazione (e quando lo farà, s’è visto, dovrà
innanzi tutto entrare nel quadro, farsi figura fra figure, per poi guidarci
all’ascolto di... «alcune parole»). Ma la poesia, debellato almeno in questo
caso il suo «fantasma» (sia nella soluzione effervescente di un senso senza
corpi, sia nella confezione a compresse di un corpo senza senso) non è nemmeno
la capacità di sommuovere l’animo altrui
(come vuole l’estensione figurale più diffusa). La poesia è solo l’arte e la
tecnica di esprimere (e propagare) in porzioni di linguaggio memorabili
l’«irritazione», cioè la spina irritativa (l’«aculeo») e il corpo che l’ha
accolta (il «fuoco» che fa sì che la si senta dentro, anche una volta estratta;
dal momento che è di quella spina irritativa che vive la poesia nei corpi). Da
ciò consegue che la poesia non si fa
in un suo attimo sospeso, unico, irripetibile, non è mai una faccenda conclusa,
né tanto meno una sopravveste che possa, una volta opportunamente cucita,
ricoprire un corpo (più la poesia si fa,
più non esistono i poeti... i poeti-Mida, quelli che a ogni tocco fanno poesia,
sono gli stessi che poi devono coprirsi con un lenzuolo per andare a spaventare
per ridere i bambini).
«Non si è poeti una volta per
sempre», scriveva Raboni nell’atto di macchiarsi, era il 1971 di Satura23, di lesa maestà montaliana (suscitando uno
sdegno corale ancora non sopito); «si è quei
poeti solo nel punto, momentaneo anche nell’estensione, in cui l’angolo di
personale pronunciabilità del reale che a ciascuno compete come dato e
immutabile [...] si sovrappone senza scarti alla porzione di realtà che la
forza o la vulnerabilità di un esistere porta a soffrire, a penetrare, insomma
a rendere in qualche modo “giusta” e significante»24.
Insomma, per riposizionare il tutto per
l’ultima volta fra le ombre de Las
Meninas (dove, lo si sarà capito, in primo piano, nell’immutabilità della
loro posa, damine e nani sono solo fantasmi), nella poesia che si fa s’intaglia un
poeta nell’instabile cono d’ombra («l’angolo di personale pronunciabilità
del reale») che una fissazione
«attuale» (il «punto, momentaneo anche nell’estensione») detta sulla molteplice
mutevolezza evenemenziale (la «porzione di realtà che la forza o la
vulnerabilità di un esistere porta a soffrire») fino a renderla «significante»
(cioè compagnonevole, critica). In
questo senso la memoria che «non si sfama mai» (non è questa, non già il poeta,
ma la funzione del poeta?), che
lascia il suo «fuoco» anche nell’atto di «abbandonarsi» all’«ombra» della vita
(a quella stessa «ombra» che si detta sulla vita), non ha nulla a che fare con
il ricordo (con quel vano inseguire il «proprio» nell’altrui), ma con una
liberazione della vita al di là della «porzione di realtà» sofferta, in
qualcosa di «giusto» (ma nel senso del participio forte) e «significante»,
cioè, per dirla con Deleuze e Guattari, in un «blocco di sensazioni», in un
«composto di percetti e affetti»25.
Come per l’arte dell’intero Novecento,
secondo Alain Badiou, si tratta di «estrarre» dalla «miniera della realtà», e
nei modi dell’«artificio volontario», un «minerale reale duro come il
diamante», magari a costo di sacrificarvi l’arte stessa, pur di non «cedere sul
reale»26.
La traiettoria, allora, della poesia che si fa non è solo quella che
rimbalza fra compagno e terzo da rendere a sua volta
compagnonevole, ma è anche quel processo
per cui non si è «poeti una volta per sempre», per cui insomma la memoria che
«non si sfama mai» moltiplica per l’arco della vita stessa la successione di
«angoli di personale pronunciabilità
del reale» nel susseguirsi di «porzioni
di realtà che la forza o la vulnerabilità di un esistere porta a soffrire». Da
cui l’aperta antipatia mostrata da Raboni per ogni poeta divenuto tale solo nel
ribadimento, via via più monumentale, di un unico
incontro fra quell’angolo di pronunciabilità personale e porzione di realtà
sofferta. Piuttosto che popolare con gli echi di un unico evento la propria sopravvenuta sordità (che è sempre una
teoria di acufeni), su questo Raboni è perentorio fino all’intransigenza,
sarebbe magari auspicabile volgerla in silenzio, per quanto a lungo questo
possa durare (tanto a lungo, magari, quanto gli oltre trent’anni che l’abitò
l’amatissimo Rèbora), se mai per poi sortirne per «incorporare»,
e «pronunciare», proprio quel
silenzio, così che il farsi della
poesia maturi, dalla frequentazione stessa del suo guasto, «una diversa densità sonora»27.
Da ciò consegue che per Raboni la rinuncia
al farsi della poesia da parte di
quei poeti che preferiscono, accompagnati dagli offici sacerdotali con cui
gioiosamente li si circonda, abitare il proprio monumento28,
non solo li allontana dal magma in cui la
poesia si fa, ma inocula al contempo
un dubbio sulla giustezza dell’intera
traiettoria29. Se la poesia si fa, insomma, si dura fatica a restare poeti.
In quelle «metafore da
definirsi “direzionali”», dunque, se non «di “tensione”», reperite da Mengaldo
come una delle caratteristiche della scrittura critica raboniana, sempre pronta
a privilegiare quel «poeta, o scrittore, che da una situazione a
muova verso una b30,
se è vero che parrebbe rivelarsi, dal
momento che la tensione fra i due punti può risultare anche «perfettamente
sincronica», un’«attitudine diciamo dialettica» (che «non si appaga di fissare
l’esperienza di un autore in un carattere
dominante ma vede necessaria la compresenza di almeno due tensioni»)31,
è altrettanto vero che s’intravede la
messa in figura proprio del secondo senso della traiettoria tracciata dalla poesia che si fa, quello che attribuisce
al poeta, per ribadire il titolo della recensione a Stella variabile da cui si è partiti, la funzione di procedere per
«aggiustamenti progressivi della vita», così da rendere quest’ultima, per
l’appunto, «giusta» (ecco il senso del participio forte) e «significante».
Difficile non reperire in tale posizione l’esito estremo di un materialismo
dialettico assolutamente non di maniera, che proprio la raccolta di saggi
curata da Andrea Cortellessa mette a giorno nel suo durare, innestando, per
prescindere al momento dai profili complessivi (come quello, fondamentale,
apparso nel volume di aggiornamento della Storia
della Letteratura Italiana diretta da Sapegno), sugli studi più corposi
dedicati a singoli poeti (sempre chiamati alla prova della loro
traiettoria) un’infiorescenza di interventi puntuali che è come se si fossero previsti, o
avessero semplicemente atteso al varco i sempre penultimi «aggiustamenti
progressivi» con cui, nella poesia che si
fa, qualcosa «continua» e qualcos’altro «comincia», «compare per la prima
volta» (se mai in quella «luce fragile e ferita da primo inverno o da
crepuscolo»32 che magari è l’unica in grado di mettere per davvero a fuoco, genealogicamente
com’è necessario, quel «come si diventa ciò che si è», con cui, senza mai
ritrovarlo, si ripercorre il senso di una vita)33.
È questo l’indiscusso valore
attribuito alle parabole (da cui solo per etimo si estraggono, «giuste» o
giustapposte, «alcune parole») dei poeti più frequentati dal Raboni critico, a
partire ovviamente da Sereni, passando per Betocchi, Bertolucci, Luzi, Risi,
Giudici, Caproni, Cattafi, Zanzotto, per finire, prescindendo al momento dal
riaffiorare di Fortini (o dall’attenzione per i più giovani), con la produzione
tarda (ma sorprendente) di Toti Scialoja, se mai da usare come contravveleno, a
partire dagli anni Novanta, all’«imperversare di repliche novecentesche sempre
più pallidamente conformi e informi»34.
Ora, a seguire la gittata di tutte queste
traiettorie (con la sola eccezione di quella tarda di Scialoja), che replicano
e propagano ciascuna a suo modo quell’«immagine intermedia [fra continuità e rottura] della
modificazione» ritenuta tipica dei «poeti del secondo Novecento»35,
e del loro, non tanto metabolizzare,
quanto avvolgere piuttosto di sostanza traumatica la spina irritativa par excellence, quella del fascismo e
della sua guerra36, una direzione in qualche modo comune a
tutti parrebbe emergere, sia pure in un ventaglio di varianti vasto quanto la
pluralità del canone di cui si diceva, ma sempre nell’urgenza della «necessità di un confronto
più esplicito e apertamente drammatico con la realtà»: il più o meno
«imprevisto scartare in direzione dell’orizzontalità della prosa, a sua volta
attratta e catturata dal respiro prosodico»37.
Percorso, questo38, nel quale Raboni poteva allineare
«l’andarsene [da vecchio] coi lunghi
passi della prosa» di Betocchi39, i «grumosi [...] spessori lirici del primo
informale» di Bertolucci40 (che
avrebbero poi supportato la successiva e più compiuta esplosione narrativa), la
«poesia essenzialmente non metaforica»
di Risi41, la «vibrazione continua» disegnata dal
grafico della «bipolarità» di Cattafi42l’«“onnivoracità” linguistica» di Antonio Porta43,
il «realismo lirico» venato di «robuste
suggestioni prosastiche» di Cucchi44; e poi, scalando verso
tranches narrative più esplicite, Pagliarani, Pasolini, Leonetti,
Giudici e persino l’Ungaretti «insolito ma non certo marginale» di Monologhetto, e finanche, con un
ulteriore salto di livello (sfondando insomma verso il macrotestuale), e con un
vistoso testacoda che risulterà utile alla prosecuzione di questo discorso, «il
romanzo implicito nel Canzoniere di Saba»45.
Tralasciando per il momento
questo ultimo caso, il movimento processuale che s’intravede nella traiettoria
della poesia che si fa (che, lo si
sarà capito, è esattamente quel vettore che fa della poesia un’istanza disposta
a rinunciare persino a se stessa, direbbe Badiou, pur di non «cedere sul
reale») parrebbe tutto sbilanciato sulla sereniana «tentazione della prosa», e
sulla sua dichiarata «dialogicità», se non «interdiscorsività»46,
ovvero su un procedimento (epico?) che,
perseguendo «la tensione [...] fra verticalità lirica e orizzontalità
narrativa»47, se mai come «pratica di uscita dal cerchio
magico del sé» (con cui mandare per le terre anche il concettoso antiself montaliano)48,
agisce sul piano formale come un elemento
altamente corrosivo, non solo respingendo in blocco le misure e le forme della
tradizione ancora parzialmente ritenute frequentabili dai poeti del Novecento
(endecasillabo e sonetto su tutte), ma disperdendo con eguale avversione anche
l’intera gamma cromatica di piccoli e grandi aggiustamenti metrico-formali che
aveva dato vita alla koinè poetica rimbalzata (ma sempre «ermeticamente») fra
Ungaretti e Montale. D’altra parte, proprio con l’annessione del macrotesto del
Canzoniere sabiano alla compagine dei
congegni poetici propensi più a «raccontare» che «a non dire altro che se stessi»49,
e in uno scritto fra l’altro che risale
non a caso al 1984 (negl’immediati paraggi dell’uscita di Canzonette mortali),
Raboni innanzi tutto irrobustiva il concetto di tensione genealogica50implicito nel movimento processuale che
attribuiva sempre ai suoi poeti (e di
cui magari proprio il ripensamento cui Sereni aveva assoggettato, per
l’edizione del 1965, Diario d’Algeria
avrà svolto figura di emblema), ma finiva anche con l’indicare due direzioni
decisamente alternative rispetto a quella fin qui tracciata, aprendo da un lato
la strada (che però, va detto a scanso di equivoci, da critico, ma non da
poeta, sùbito disertò) a un’analisi degli organismi pensatamente
macrotestuali della poesia del Novecento e oltre51,
e dall’altro mostrando una possibilità
fino a quel momento inedita di riutilizzo delle misure e delle forme della
tradizione, da impiegare se non altro come materiale edile nella costruzione di
una «raccolta di poesie» con conclamata architettura narrativa (così come del
resto lo stesso Saba, come avrebbe notato Lavagetto, a partire dall’Autobiografia si era «servito del
sonetto come di un’unità di base per scandire i tempi e i modi della propria
narrazione»)52.
Una volta riconvertita in sede
critica, con un rivolgimento che avviene come s’è visto per gradi, ma non per
questo meno sorprendente (e che occorrerà seguire nel suo compiersi), la
«tentazione della prosa» in una polivalente tensione al narrare, con il duplice
valore di testimonianza puntuale e politica (nel singolo testo) e di
complessiva (nel dispiegarsi della forma-raccolta) «storiografia
espressionista»53, potrà apparire meno contraddittorio che la
parabola della poesia che si fa
eletta da Raboni per le sue strategie testuali sia andata esattamente nella
direzione opposta, rispetto a quella tracciata dalle officine poetiche così
tanto scrupolosamente passate al vaglio dal critico. Partita dalla koinè
conseguita all’assunzione a norma di quella «vasta poetica novecentesca in cui
il pensiero di Croce si intreccia in modo solo apparentemente mostruoso con
l’ermetismo mallarmeano»54, ma sùbito corrosa dal suo interno da
quella narrativa «funzione Rèbora»55 pienamente eletta ad antidoto già ne
Le case della Vetra (e, con il senno di
poi, persino in Gesta Romanorum), la
traiettoria della poesia raboniana incrocia prima le suggestioni della
testimonianza politica mescidata di informale e di atonalismo (ma sempre
issando un’ossatura formale poco propensa a rinunciare del tutto alla
percussività delle misure di tradizione)56, per risolversi infine, come si sa, in una
sempre più vistosa regolarizzazione metrica (a partire proprio da Canzonette mortali) che giungerà a
eleggere come proprio congegno virtuoso, da appaiare a un ulteriormente
ripensato poème en prose, il mai
troppo rivitalizzabile, perché sempre mortificabile, sonetto57.
Se questa è la parabola
complessiva che si desume dal farsi
della sua poesia, tracciata quasi
controsenso al canone, plurale sì ma non per questo ecumenico, che andava via
via costituendo come critico e compagno,
sarà allora il caso di chiedersi secondo quale principio propulsivo Raboni
pensasse di collocare questa nuova traiettoria, e quali altri compagni sentisse percorrere quello
stesso senso, inverso, della strada. Non stupirà allora innanzi tutto che,
dovendo discretamente collocare anche se stesso nelle teche dei Poeti del secondo Novecento, Raboni si
riservasse soltanto con un certo malcelato fastidio un campicello in quella
zona vasta e «oggettuale» che definiva, con altri, «area lombarda»58
(che era già a suo modo una rarefazione, se non un’esplicita messa in questione, non
certo delle «proposizioni» di Anceschi, ma sicuramente del loro configurarsi in
una «linea»)59, preferendo piuttosto per sé, per anagrafe
e vocazione si potrebbe dire, la compagnia più numerosa60,
ma di certo più disincantata, di quei
poeti divenuti adulti nella metà degli anni Cinquanta, in qualche modo
fortificati dalla disillusione di un evento (i fatti di Ungheria) e pronti a
vivere intensamente, e contraddittoriamente, «i fasti, al tempo stesso
divaricati e simmetrici, del neocapitalismo e della neoavanguardia»61.
Per Raboni, dunque, esisteva una sorta di
interzona fra l’«area lombarda» e quella, decisamente deterritorializzata,
frequentata dalla «generazione del ‘56» nella sua interezza, e che a lui
sembrava possibile perimetrare, sulla scorta proprio «di certe posizioni e
proposizioni critiche di Anceschi (lungo il percorso che va dalla Linea lombarda a “Il Verri”)», con
questi paletti: «poesia in re, scarsa
o compressa propensione lirica, determinanti componenti gnomiche, lettura
approfondita di Eliot e di Pound, riscoperta della “funzione” Dante ecc.»62.
Si trattava insomma di quella «vasta,
articolata area sperimentalistica e sperimentale»63,
entro la quale Raboni stipava, a dispetto
delle diverse strategie testuali, e in taluni casi già di marketing, i Novissimi, la maggior parte dei loro «compagni di
strada», e persino «alcuni autori che è stato per qualche tempo possibile
ritenere, e non a torto, degli oppositori o antagonisti della neoavanguardia
organizzata», fra i quali, consentendosi una «rapidissima notazione personale»,
poneva per l’appunto se stesso64.
Se dunque appare chiaro che
Raboni aveva per tempo eletto per sé quella «posizione» che, proprio nell’atto
di prendere nel 1961 le distanze dal presunto «centrismo» dei Novissimi (e al
contempo dal «ritorno volutamente antiproblematico agli “oggetti poetici” degli
anni Trenta» della poesia ancora «ermetizzante») aveva definito «di sinistra»65,
per ricercare invece i compagni di quella strada che avrebbe
successivamente preso (apparentemente) in senso inverso, occorrerà per prima
cosa segnare le tappe della sua riacquisizione della forma sonetto (come
contenitore di grumi narrativi e come tessera di un più vasto piano di
narrazione), attraversando innanzi tutto la progressiva regolarizzazione
metrica in opera a partire per l’appunto da Canzonette
mortali (la cui uscita non a caso precede di un anno l’apparizione del
saggio per la Storia della Letteratura
Italiana di Sapegno). Risalenti al triennio 1981-1983, le due sezioni della
raccolta (Canzonette mortali e >Lista di Spagna)66
si strutturano in una successione di individui (fra loro connessi) relativamente
brevi (mai oltre i dieci versi) le cui misure, raramente parisillabiche
(decasillabo e dodecasillabo, ma quest’ultimo mai senario doppio, derivando
piuttosto dalla connessione quinario-settenario), spaziano innanzi tutto fra
endecasillabo (di gran lunga il verso più utilizzato, e nella sua resa
regolare), settenario, novenario e allessandrino, ma non disdegnano il
quinario, il ternario (talvolta risucchiato dal verso successivo, come
nell’incipit di Lista di Spagna, che
«recupera»67 così
l’ottonario seguente risolvendolo in un endecasillabo novecentesco: «L’amore /
lasciato lì con le zampe») e il tridecasillabo (segnatamente il verso
conclusivo, in realtà un novenario con coda quinaria, di Canzonette mortali: «ti giri nel sonno, in un sogno, a poca luce»).
Andrà messo in risalto, al momento, che se da un lato è vero che la
strutturazione formale di Canzonette
mortali, col suo frastagliare versi imparisillabi con predominanza
endecasillabica, non è del tutto inedita nell’opera di Raboni (si pensi, per
limitarsi a un unico esempio, a Per C.,
morta di parto all’età di un anno e undici mesi di Cadenza d’inganno)68,
è altrettanto vero che l’averla eletta a unica struttura possibile (rispetto alla
variegata gamma formale di Nel grave
sogno, raccolta apparsa solo tre anni prima), anzi a misura propria della
lirica erotica e amorosa, consegue a un evento che, se fu biografico (e tale
per l’appunto qui tematizzato), non per questo non ebbe ricadute
sull’altrimenti sorprendente folgorazione formale che prende il via da questa
raccolta. La «poesia che si fa», si fa innanzi tutto con gl’incontri; e su
questo si avrà modo di tornare.
Non a caso è proprio con la
raccolta successiva, Versi guerrieri e
amorosi (apparsa nel 1990)69, che questa progressiva regolarizzazione
metrica si slancia verso forme più codificate, e proprio nel momento in cui
appare conclamata la volontà di connettere, attraverso il tu d’amore di Canzonette
mortali (non già il «tu /
falsovero dei poeti» messo definitivamente in crisi proprio in Stella variabile)70,
e dunque attraverso la persona (e la voce) che lo sostanzia (per poi
giungere, da questo lettore ideale,
perché reale, a tutti noi), la
tematica erotico-amorosa con un’intima necessità di raccontare la propria
storia innervata nel trauma71. Secondo le modalità, insomma, di un
autentico passaggio di consegne («è per restarti che non sono morto», conclude
l’unico sonetto endecasillabico della raccolta, con quello che si potrebbe
eleggere a motto della «poesia che si fa» in cerca del suo compagno),
l’amore ritrova quella guerra, la ridice, la rivive (al
futuro anteriore, dove coincidono il passato e il tu a venire),
la consegna (attraverso proprio quel tu) non come commemorazione (e monito),
ma, attraverso la progressiva (e via via più ossessiva) riemersione del
fantasma paterno, come la kafkiana ferita aperta che più si occulta più va in
cancrena, e della quale si vive72.
È dunque in questa raccolta che appaiono i
primi sonetti, si dica pure espliciti, dell’opera raboniana, in un numero tutto
sommato esiguo, anche se a ben vedere la forma s’intravede in filigrana in
molti componimenti (a due, a tre o a quattro quartine di endecasillabi,
assolutamente regolari, settenari, ottonari e novenari, molto spesso con una
coppia rimica replicata fra prima e seconda quartina)73.
Ma i soli tre sonetti conclamati
anticipano di già quelle che saranno le caratteristiche della successiva
completa riappropriazione della forma (quella che condurrà Raboni a «pensare
sonetti»), a partire dal primo, un individuo in settenari
(Non stava a noi risolvere), che preannuncia il virtuosismo in
minore dei Sonetti di infermità e
convalescenza di Ogni terzo pensiero,
per proseguire con il secondo (Troppi
anni e mesi e giorni e notti e sogni), endecasillabico ed elisabettiano74,
così come risulterà poi la forma eletta
dell’intera terza sezione di Quare
tristis75, per finire con l’ultimo
(Amavo nel fuoco di legna), a sua volta
shakespeariano ma in misura novenaria.
Ed è esattamente con Ogni terzo pensiero che il sonetto
diviene la forma necessaria alla narrazione a mosaico di un evento e dei suoi
effetti, quali possono essere stati una degenza ospedaliera (cui fa riferimento
la corona di Sonetti di infermità e
convalescenza), e il complessivo conseguente riposizionamento del valore
testimoniale della poesia che si fa
su un confine divenuto ancora più sottile, e permeabile, fra la vita e la morte
(e fra i morti e i vivi). Rallentato, e rinsecchito (con tutte le sue ritentate
tonalità minori), in fluttuanti fotogrammi ospedalieri, e poi di nuovo dilatato
e deformato, nell’ultima sezione del libro, dal propagarsi di una cortina di
tempo sospeso in un «grave», ovattato e vitale sogno76,
replica eco e compendio del male sofferto,
il sonetto si offre qui, nella sua seriazione (che coincide però con la messa
in crisi della sua forma classica), come tessera di un complessivo piano
narrativo (in cui, fra il rimuginio del dormiveglia e dei sedativi, o il nitore
dei soprassalti del lavoro onirico, s’innesta l’ironia di un unico movimento, o
«attraversamento» che prevede di già il suo senso inverso: la marcia, al solito
affidata a un poème en prose,che si canta nella sezione intermedia,
Piccola passeggiata trionfale). Ma, si
diceva, l’esplosione in senso propagativo della forma coincide con la sua
intima implosione, come appare chiaro a partire dallo stesso sonetto chiamato a
svolgere funzione di prologo. Ombra
ferita, anima che vieni, difatti, denuncia già tutti gli effetti degli
acidi e dei solventi (prosastici, ma di una prosa smangiata dall’irregolarità
del respiro) che corroderanno la forma nell’ultima sezione della raccolta
(quella che accoglie il maggior numero di individui, contandone 27, ed
endecasillabici per giunta, ma accontentandosi di definirli, soggiogandoli al
dunque alla coroncina dei minori, Altri
sonetti), alla quale fra l’altro sarà stato presumibilmente sottratto in
corso di costruzione dell’edificio77.
Rime fragili, da parlato (peggio, da
balbettio)78, spesso squalificate in imperfette,
accavallamenti di ogni tipo, anche (anzi soprattutto) transtrofici se non fra
fronte e sirma79, cesure di frequente fuori norma (quando va
bene liriche), ma sempre sintattiche e in grado di far risaltare unità
transversali alternative (settenari, novenari, endecasillabi ulteriori), tutto
concorre, nel prologo e nell’intera sezione cui rimanda, alla resa di un
sonetto fluente, inarrestabile, spesso risolto in un unico periodo (secondo
antecedenti di tradizione ben noti), ma comunque percorso in snodi sintattici
da svolgere in volata, o da stravolgere piuttosto nelle pause aberranti del
metro. Non è la «tentazione della prosa» che torna come il convitato di pietra80;
è la rinascita, e riattualizzazione, di un
congegno ancipite81, o se si vuole schizofrenico, sospeso fra
la memorabilità del metro e la pronunciabilità (non cantabile, farfugliabile)
dell’ossessionante modulazione continua con cui fa capolino quell’ospite
(naturalmente «ingrato») che sta sempre lì a torcerci la bocca, e che l’ultimo
Lacan chiamava, inorridendo che non se ne inorridisse, «parasite parolier»82.
Rispetto al frastagliarsi di
soluzioni metrico-formali dei sonetti contenuti nell’ultima sezione, i nove che
costituiscono la coroncina iniziale esaltano, e al dunque esacerbano, la scelta
del trobar leu, se non altro per
essere tutti, in vario modo, e in modi anche inusitati,
minori. Anzi, proprio la realizzazione più diffusa del comunque
sempre poco in uso sonetto minore, quella settenaria, viene in qualche modo
scartata da Raboni (un’unica occorrenza, Il
fievole tormento), che predilige di gran lunga la resa più cantabile,
quella in ottonari (ben cinque)83, seguita da quella in novenari (due).
L’unico in senari, l’iniziale, immette immediatamente nell’atmosfera
antipurgatoriale della corona, situando il soggetto in una sorta di sospensione
meno che pensosa (magari autoauscultante) che rende in qualche modo compresente
ma inerte il doppio movimento temporale che animava il futuro anteriore di
Versi guerrieri e amorosi (e che, con
una gittata più lenta, si è visto riattraversare gli Altri sonetti).
Il riferimento a Samuel Beckett in prima battuta
(«Il vuoto non manca, / lo attesta il sapiente / d’Irlanda alla mente / che si
sfiata e stanca // in cerca del niente»), se parrebbe esplicitamente richiamare
le strutture frante, fulminanti e ritornellate delle mirlitonnades,
senza nemmeno derogare dal loro garbato umorismo84,
occorre in realtà a far scivolare il
presunto io lirico (un «io» beffardamente disperso fra intrichi di fili e spie
luminose, e lirico soltanto nel suo ottundimento narcotico) in quello stesso
«punto di indifferenza» fra «barbarie discorsiva e palliamento poetico», in cui
Beckett, secondo una colorita espressione di Adorno, era «andato a ficcarsi».
Difficile però non avvertire anche altre
presenze, attestate sullo stesso registro «medio-breve» musicale e cantabile,
magari proprio sul solco della tradizione della canzonetta melica (qui
astutamente rivestita della decorosa livrea del sonetto), che, rivitalizzata
già dal primo Betocchi (ma con archetipi straniati già nei Frammenti lirici
reboriani)86, era nel frattempo giunta a innervare quel
«pensiero-musica o musica-pensiero» che il critico Raboni aveva riconosciuto in
una delle due maniere (quella per l’appunto del «registro “minore”») di Caproni87.
I Sonetti di infermità e convalescenza, frantumando metro e sintassi, perseguendo
«combinazioni dinamiche in perpetuo squilibrio», filano via verso «un uso minore
della lingua maggiore»88, e rappresentano il giro di volta, cioè
esattamente quel processo di minorazione
(e sempre nel senso musicale)89, che consentirà, attraverso la messa a
punto dell’endecasillabo a cesura sintattica e l’impiego delle rime deboli di
Altri sonetti, quel complessivo
ripensamento della forma che trova il suo esito estremo in Quare tristis.
Anche in questa raccolta,
difatti, Raboni ribadisce il privilegio che ha via via assegnato alla forma,
chiamata a dare corpo a due delle quattro complessive sezioni, vale a dire la
prima (una corona di 19 sonetti) e la terza (26 sonetti elisabettiani seguiti
da un ultimo individuo strategicamente troncato, quasi a segnare il limite
estremo dell’adesione al congegno, nel vivo dell’ultimo verso del secondo
quartetto)90. Tutte le strategie formali in opera in
quello che si è precedentemente definito sonetto ancipite (soggetto cioè, al
tempo stesso, alla compostezza del congegno e allo squilibrio del ritmo del
parlato rimuginato, e passibile pertanto di una doppia esecuzione) vengono qui
ulteriormente perseguite, a partire da un affievolimento ancora più radicale
della rima stessa, sia perché trascorsa in unità transversali (e sintattiche)
divenute ineludibili91, sia per il consueto privilegio accordato
alle varietà desinenziali, grammaticali, identiche, irrelate92,
ipermetre, equivoche e contraffatte93, sia per essere essa soggetta a un regime
complessivamente imperfettivo (e poi immediatamente correttivo) che sfiora
talvolta il virtuosismo94. Ne deriva una forma definitivamente
riconsegnata alla sua fluidità, capace di rappresentare non già la semplice
mescidazione del flusso memoriale con il raggelamento di quello percettivo
(secondo un topos di tanta sonetteria del ripensamento, da Petrarca in giù, e
di tantissima poesia informale) ma di favorire piuttosto l’insorgere di un’area
intermedia, che a sua volta non è più l’intorpidimento narcotico dei
Sonetti di infermità e convalescenza o
il troppo vivido sogno (o joyciano incubo della storia) degli
Altri sonetti (e dei tre individui di Versi guerrieri e amorosi).
Quest’area intermedia di espressione, questo luogo da cui prendere la parola in cui il
soggetto consuona (e risuona) nel suo sonetto ancipite, rimane piuttosto «in
bilico / sulla frana del sonno» (com’è detto nel diciassettesimo individuo
della prima sezione, o «sulla riva del sonno», come recita invece il nono della
terza), vale a dire in quella terra di nessuno (e dunque di tutti) dove non si
sogna, non s’interpreta né s’insegue pensieri fecondi ma si vibra come una
«membrana» all’assolvere e dissolvere di voci-immagini, il cui senso sta tutto
nella loro capacità di farsi sentire.
Se il cosiddetto io lirico, o
comunque il suo residuo, si configura allora in Quare tristis
come un di meno di soggetto (una «membrana», recita
il sonetto incipitario, «fra il niente e il cuore, fra il silenzio e il nome»),
e dunque come un semplice «luogo di risonanza»95, ciò non solo vuole dire che la forma
finirà col fare tutt’uno con questo stesso «soggetto all’ascolto», divenendo
cioè una specie di stazione ricevente di tutte le «spoglie fruscianti» cui alla
fin fine si riduce il «cerimoniale del verbo»96 (e
sarà magari questo sotteso richiamo radiofonico a dare senso al lapsus con cui
comincia, e si bisbiglia, il settimo individuo: «ricevitoria del lutto»)97,
ma che detterà anche al contempo le sue
stesse regole di esecuzione. Una volta convocato il lettore a rimuginare le
stesse modalità di ricezione che rendono indistinguibili il «soggetto
all’ascolto» e la stazione ricevente con cui questi si dà forma (una volta cioè
predisposto chi legge a dirsi lo
stesso dirsi «membrana», per accludersi in tal modo «allo zero che moltiplica»98 e
fungere una volta per tutte, con il necessario stropiccìo di labbra,
da io-bisbiglio), Quare tristis
potrà emettere quella flebile polifonia che rende la
sua forma più ricercata, e frequentata, una sorta di congegno esplicitamente
tomofragico, cui magari sarebbe il caso di dare il nome, per ricorrere a un
facile gioco, di «sonetto all’ascolto»99;
e all’ascolto di tutto quanto non ha
ancora finito, nell’insulto di una vita e nella sostanza traumatica della storia,
di finire100. Né potrà allora stupire che questa stessa
tensione polifonica abbia contribuito alla messa in crisi del congegno, da un
lato spingendo Raboni verso ulteriori «cantabilità» dove poter rappresentare la
«persona una e triturata / una e dispersa» in cui si è via via definitivamente
(e politicamente) dissolto il soggetto101, dall’altro dilatando l’ascolto verso
misure più ampie (quelle per l’appunto delle selve di Barlumi di storia),
preannunciate del resto già dagli «sciolti»
dell’ultima sezione di questa raccolta102.
Se dunque la traiettoria della
poesia che si fa raboniana, ed
esattamente mentre persegue quella tensione al narrare che il critico reperiva
nelle officine poetiche ritenute capitali del secolo, disegna in qualche modo
una spirale, che si curva verso le misure regolari all’altezza di
Canzonette mortali per poi riconvergere
su un esito più discorsivo di quelle stesse risoluzioni solo dopo un lungo
riattraversamento, e ripensamento, delle forme della tradizione (e di quella
canonica per eccellenza), sarà allora il caso di tornare a chiedersi quali
fossero i compagni che Raboni
riconosceva avere intrapreso in quello stesso senso inverso, paradossalmente
metrico, la strada dell’indistinzione fra prosa e poesia. Tornando a scorrere
anche rapidamente, e secondo la cronologia storico-letteraria eletta a
scheletro dell’opera, il volume curato da Andrea Cortellessa (e dunque
riesaminando ancora una volta la parabola del
compagno della poesia che si
fa tracciata, con tanta passione, per circa cinquant’anni da Raboni), i
risultati dell’indagine potrebbero apparire sorprendenti, solo a non tener
conto delle argomentazioni fin qui svolte.
Innanzi tutto, come si diceva,
occorre risalire alla «liscia compattezza» di Saba103 e
alle tessere narrative del suo Canzoniere,
per poi ritrovare, sull’altro corno si potrebbe dire (quello della tensione
barocca, e di una certa propensione al concettismo cui Raboni, in specie nella
forma elisabettiana del sonetto, non appare come si è visto estraneo), il
«vertiginoso, lussuoso panmanierismo (Petrarca e Góngora, Donne e Marino) della
Terra promessa» di Ungaretti104 (cui
appaiare, se mai come contravveleno, la «strana fragranza» prosastica, in
realtà radiofonica, del Monologhetto)105,
non a caso segnalato in un intervento del
1979 (alla vigilia dunque di Canzonette
mortali) alla base della tendenza genericamente «amontaliana» dei poeti dei
tardi anni Settanta106. In seconda battuta va segnalata quella
«vera e propria gesticolazione sonora» che condurrà Caproni a percorrere sia
misure «a base endecasillabica e con prevalenza della forma sonetto» (e
proprio, per sua esplicita ammissione, per risarcire il trauma della guerra)
107, sia a dare voce, in un «ritmo ansioso e
turbinoso apparentemente cantabile in realtà pieno di sottili inceppamenti,
décalages, dissonanze», a «una sorta di
strascicata e trascinante dolcezza nevrotica»108 (alla
cui coazione melica anche il sonetto minore di Raboni parrebbe dovere
qualcosa). Su questo stesso piano va posta senz’altro la progressiva
riemersione (parallela a una sempre più spinta rivalutazione critica) di
Fortini nelle strategie formali raboniane109,
autore che viene non a caso definito, nel
saggio per la Letteratura italiana di
Sapegno, «una chiave di volta e una sorta di passaggio segreto» della poesia
italiana del secondo Novecento110,
sia per il valore testimoniale da lui
esplicitamente assegnato alla sua opera, a sua volta pervasa dal trauma bellico
111111], sia per la sua capacità di ripensare in
una «vivissima lingua morta»112 le
forme della tradizione, sia per la sua scoperta «futurità»113,
sia infine per quella frequentazione di
taluni temi «milanesi» (a partire dal «tema del cortile» segnalato dallo stesso
Fortini) che Mengaldo nel 1980, e giusto prendendo spunto da Raboni,
considerava comune (con le necessarie «differenze individuali») a Fortini e al
«suo difficile compagno di strada»
Sereni114.
Su un terzo livello vanno
poste le uniche due modalità di ripensamento delle forme di tradizione alle
quali Raboni non sembrerebbe attribuire futuro, o perché ritenute troppo
intenzionalmente dichiarative (e legate dunque a una
sermocinatio contingente) o in quanto esplicitamente
mimetico-parodiche. Potrà apparire strano, e certo la circostanza farà
sobbalzare più di un critico, ma Raboni sembra reperire un comune fondo
«raziocinante»115 da un
lato nella «trascrizione convulsa di un remoto decoro metrico-sintattico» in
cui si riverbera uno dei tanti aspetti dell’«antinovecentismo stilistico» di
Pasolini116116], dall’altro nel «recupero
comico-virtuosistico delle forme metriche tradizionali» di
Sanguineti117, siano esse piegate a una divertita
sonetteria d’occasione, acrostica e «bisticciata»118,
e talvolta burchiellesca o leporeambica, o
sospinte piuttosto alla «novissima» rifondazione dell’ottava, «usata come
efficace contenitore e segnatempo di un flusso [...] di reperti e frantumi
discorsivi, debitamente bruciacchiati e corrosi da una nera malinconia»119.
Dal lato opposto, si potrebbe dire, lì
dove la materia dismisurata dell’io (vitalistico o parodico) diviene,
materialisticamente, antimateria, e dove l’ambiguità, invece di essere
razionalizzata, «regna al più alto grado» come «immagine [...] ambigua
dell’ambiguità», Raboni poneva la parabola complessiva di
Zanzotto120 che,
se sarebbe quasi immediatamente dopo la pseudotrilogia trascorsa nella
disintegrazione, per dirla con Niva Lorenzini, del «codice istituzionalizzato»
fra «soprassalti di una registrazione dell’instabile» e «frequenze disturbate»
121, era comunque giunta, all’altezza di
Galateo in Bosco (1978), non solo al
«calcolatissimo squilibrio» fra «una metrica aperta e quasi indifferente,
percussiva, volutamente slabbrata, un po’ alla Soffici», e «la feticistica e
quasi terroristica riproposta di una forma per eccellenza chiusa e
violentemente regolamentata come il sonetto, nella variante davvero iperbolica,
oltre tutto, dell’ipersonetto», ma soprattutto «alla misura del Libro, inteso
non già come contenitore o raccolta, ma proprio come organismo insezionabile»,
capace dunque di sottrarsi, nella sua compattezza testuale, «a ogni
campionatura per frammenti o, peggio, per singole riuscite di “poesia pura”»
122.
Appare allora evidente che ciò
che colpì per tempo123
Raboni dell’esperimento zanzottiano non fu
tanto l’«iperbolico» congegno preso nel suo sdegnoso isolamento, ma la forza
straordinariamente unitiva del «Libro» (con il suo sapore acido e dolciastro di
fermentazione georgica), capace non già di sciogliere le incrostazioni
parodiche dall’uso sfacciatamente manieroso
della forma, ma di stagliarle piuttosto come grumi tragicomici (più che
ironici) di persistenza dell’istituzione letteraria (da galateo,
per l’appunto) nella materialità scomposta e prepotente
non solo della vita e del suo sopraffarsi (nelle sue forze reciprocamente
infestanti) ma delle violenze ripetute della storia (strato su strato, si
potrebbe dire, sicché alla ferita bellica inferta al bosco, e sùbito
rinaturata in concime negli ossari, si
aggiungono ora le «ville per weekendisti», al cui kitsch il sonetto
scopertamente rimanda). Se il ritorno alla forma (proprio quella del sonetto),
e alla sua immediata serializzazione, svolge al dunque funzione di collante,
lavorando a suo modo (con materiali di risulta, si potrebbe dire) per
l’architettura di una forma ulteriore, quella del «Libro» cui diviene
impossibile far saltare schegge di «poesia pura», si può comprendere allora a
pieno quanto sia risultato importante, per le strategie formali e per la
progressiva evoluzione della forma-raccolta in Raboni, l’incontro con Patrizia
Valduga, e con il suo reimpiego delle intelaiature metriche (a partire anche
questa volta dal sonetto) come «teatro, recinto, polveroso e cruento luogo
deputato di un rischio personale e magari mortale, di un accanito corpo a corpo
con i fermenti e i fantasmi della propria immaginazione»124.
Anzi, a ben vedere, e contro un diffuso
pregiudizio critico che non prevede se non con fastidio l’influsso di poeti più
giovani su quelli più anziani125 (ma,
naturalmente, i più di vent’anni di vita in comune semplificano, e su un
ulteriore livello complicano, il disbrigo della matassa dei reciproci
influssi), si può senz’altro affermare che proprio da Patrizia Valduga
(destinataria delle Canzonette mortali
e «tu» ideale dei Versi guerrieri e
amorosi e di quanto ne seguì) sarebbero giunti gli stimoli decisivi che
avrebbero indotto Raboni a riarmonizzare le misure e le forme della tradizione
per rendere «organismi
insezionabili» le proprie raccolte.
Se dunque una sorta di linea
«amontaliana» collega da un lato il «vertiginoso panmanierismo» del tardo
Ungaretti alla «feticistica e terroristica ripoposizione del sonetto» di
Zanzotto (e magari alle «macchinazioni metrico-metaforiche» di Scialoja)
126, e dall’altro la «spontaneità melodica e
profondità tematica» di Saba127 alla
«vivissima lingua morta» della «futurità» di Fortini (e alla «storia formale»,
che suona spietata come una «vicenda biologica», di Betocchi)128,
incrociandosi se mai nel flusso (quello
«irto, stipato, angoloso» ed
endecasillabico) e nel deflusso (per così dire «melico») della poesia
caproniana (e nei rivoli delle costanti allusioni alla forma di Giudici)
129, occorre dire che tale corrente sotterranea
incontra quella che Raboni, a partire dalla svolta della metà degli anni ‘60 di
Luzi e Sereni, aveva riconosciuto procedere pienamente in superficie (verso un
«imprevisto scartare in direzione dell’orizzontalità della prosa») esattamente
nel ripensamento (sul narrare, si potrebbe dire) della forma-raccolta. La
conclamata serialità della successiva produzione di Patrizia Valduga (sospesa
sempre fra «poema o racconto o dialogo»130) e le
raccolte raboniane che si sono precedentemente analizzate procedono dunque di pari passo, pur nella diversità
della lavorazione della forma e delle elezioni tematiche, esattamente in questa
direzione, quella che prevede un’investitura più che narrativa drammaturgica
(da piccolo teatro da camera) della forma-raccolta.
Da questo punto di vista,
l’elezione del sonetto e la sua immediata seriazione in
Ogni terzo pensiero e Quare
tristis (ma anche le composte strutture di
Versi guerrieri e amorosi e il défilé di imparisillabi sciolti, o
selve, di Barlumi di storia)
occorrono, esattamente come le quartine delle due serie di centurie o i
madrigali di Lezioni d’amore (2004)
di Patrizia Valduga, a mettere in scena le modalità stesse di ricezione (si
tratta in realtà di riorganizzare la «ricevitoria» di ciascun lettore) della
forma-raccolta, e delle sue tessere, come necessario rallentamento del flusso
di «alcune parole» (isolate come principio irritativo)131 in un
congegno di pensiero. Come notava Paul Valéry in una sua annotazione del 1943,
rispetto alla pur vantaggiosa «hâte mentale» (e alla sua eco verbale), la
«signification poétique» non può che essere soggetta «à un
parler qui a sa vitesse chargée
des temps, obstacles et intensités»,
così che la forma non risulta essere altro che l’esigenza di quel «pas à pas»,
«mot à mot», con cui il pensiero (e il parassita paroliere), esattamente lì
dove inceppa, s’incarna132. D’altra parte, se il raccontare della
narrativa (quanto meno di quella più irresponsabilmente all’ordine del giorno)
trascorre alla velocità dell’instabilità del pensiero, ingiungendo a ripensare
il ripensato, e l’autoreferenzialità della poesia
che è in quanto tale riconduce sempre a rimasticare la pasta, intima
misterica o sobbollente fa lo stesso, di un impensabile io pensante, sarà
proprio della drammaturgia del narrare poetico rallentare il flusso e
predisporre ciascuno, e ciascuno con le proprie modalità, a pensare
l’impensato. La perseguita indistizione fra i generi (versi che defluiscono,
prosa che respira o... monologhetto?)
consente allora alle forme ancipiti raboniane di sortire dall’autorialità
perentoria (e narcotica) del romanziere e del poeta, se non altro per quanto di
performativo, contuitivo, contengono le forme nel loro assolversi, riceversi,
risciogliersi e garantire così, nello spazio vuoto intorno a cui si
moltiplicano, l’intercambiabilità del ruolo, la non-identificazione, l’evenire
di un pensiero nel farsi, «passo per
passo», «parola per parola», di un congegno conversevole, sia pure esso il
sempre vivificabile, perché mortificabile, e concettoso, sonetto supposto
sapere.
1Su «Il Messaggero» del 9 marzo 1982, col titolo
Aggiustamenti progressivi della vita (l’edizione definitiva di
Stella variabile, dopo l’anticipo
offerto ai Cento Amici del Libro nel 1979, era apparsa per Garzanti, datata
però 1981, nel febbraio di quell’anno). Si legge ora in Giovanni Raboni,
La poesia che si fa. Cronaca e storia del
Novecento poetico italiano. 1959-2004, a cura di Andrea Cortellessa,
Milano, Garzanti, 2005, alle pagine 177-180. Si rimanderà d’ora in poi a questo
volume con la sigla PSF.
2Il riferimento è, naturalmente,
a Michel Foucault, Les mots et les choses,
1966 [trad. it. di E. Panaitescu, Le parole e le cose, Milano,
Feltrinelli, 1998, pp. 17-18].
3G. Raboni,
Aggiustamenti progressivi della vita, cit., p. 177.
4Ivi,
p. 180.
5Ivi,
p. 179.
6E
tale, come spesso càpita in queste correnti intellettuali e affettive che
legano, in sede critica, un autore più giovane a un venerato analizzato più
anziano, da prefigurare gli esiti dell’analizzante, più che perimetrare il
luogo liminare in cui si riconosce e saluta il maestro, il modello, l’amico. La
circostanza è persino evidente: quanto è stato fin qui riportato delle considerazioni
del più giovane critico su Stella
variabile, si attaglia con una puntuale precisione, magari persino si
caletta (come se l’incavo, insomma, fosse per davvero già pronto, e lasciato in
attesa), al materialismo rasciugato delle ultime raccolte raboniane, quanto
meno a partire dall’ultima sezione di Versi
guerrieri e amorosi.
7G. Raboni,
La poesia che si fa, «Approdo
letterario» 22, aprile-giugno 1963, poi in Id.,
Poesia degli anni sessanta,
Roma, Editori Riuniti, 1976, pp. 85-89.
8Harald
Weinrich, Le style et la mémoire,
1994 [trad. it. di D. Giglioli, Lo stile
e la memoria, in H. Weinrich, Il
polso del tempo, a cura di F. Bertoni, Milano, La Nuova Italia, 1999, p.
154.
9Ribadendo
nel 1991 la sua ammirazione per il lavoro poetico di Toti Scialoja, «uno dei
pochi maestri che un poeta possa oggi ammettere e augurarsi d’avere fra i suoi
contemporanei», Raboni chiariva una volta per tutte con forza il senso
processuale da lui costantemente attribuito al fare poetico: «La poesia non
esiste in natura ma si costituisce sillaba per sillaba spremendo necessità dal
gioco e libertà dalla costrizione, cavando una parola dall’altra e ribadendo
una parola dentro l’altra sino a fare immagine di ogni suono e invenzione di
ogni vincolo imposto o subito» (G. Raboni, Il
senso perso dei versi, «Corriere della Sera», 14 luglio 1991, ora in
PSF, p. 365).
10Andrea
Cortellessa, La poesia in carne e ossa,
in PSF, cit., p. 404.
11M.
Foucault, Les mots et les choses,
cit., p. 19.
12Alain
Badiou, Court traité d’ontologie
transitoire, Paris, Seuil, 1998, rispettivamente alle pp. 32 e 57.
13Companionable
definiva il suo procedimento inclusivo del
lettore (da teatro da camera, o home
theatre), l’ultimo Beckett, quello della cosiddetta «seconda trilogia» in
prosa (scritta fra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta). Si
veda, per il funzionamento di tali strategie contuitive, Gabriele Frasca,
In nessuna lingua ancora, in Samuel
Beckett, In nessun modo ancora,
Torino, Einaudi, 2006.
14«Le
macchine desideranti [...] non cessano di guastarsi funzionando, non funzionano
che guaste: del produrre si innesta sempre sul prodotto, e i pezzi della
macchina sono altresì il suo combustibile. L’arte utilizza spesso questa
proprietà creando veri e propri fantasmi di gruppo che [...] introducono una
funzione di guasto nella riproduzione di macchine tecniche» (Gilles Deleuze,
Félix Guattari, L’Anti-Œdipe, 1972
[trad. it. di A. Fontana, L’anti-Edipo,
Torino, Einaudi, 1975, p. 34]).
15Gilles
Deleuze, Pensée nomade, 1973, in Id.,
L’île déserte et autres textes. Textes et
entretiens 1953-1974, a cura di D. Lapoujade, Paris, Minuit, 2002.
16Pier
Vincenzo Mengaldo, Profili di critici del
Novecento, Torino, Bollati Boringhieri, 1998, pp. 107-111.
17G.
Deleuze, F. Guattari, Qu’est-ce que la
philosophie?, 1991 [trad. it. di A. De Lorenzis,
Che cos’è la filosofia?, Torino, Einaudi, 1996, p. 188].
18G.
Raboni, Parole, ritmi e immagini per
costruire mondi, «Corriere della Sera», 3 febbraio 2004 (ora riprodotto
parzialmente come Premessa in
PSF, p. 5).
19A.
Cortellessa, La poesia in carne e ossa,
cit., p. 404.
20Cortellessa
cita a questo proposito un intervento di Raboni sul «Messaggero» dell’11 giugno
1986: «È difficile, lo so, ammettere che i poeti importanti possano essere così
numerosi. È talmente più facile e rassicurante credere agli assetti piramidali,
e immaginare che il lavoro poetico di un secolo confluisca in uno o due autori
“esemplari”, conoscendo l’opera dei quali si può sentir battere il polso di
un’epoca, si può possederne tutto il significato!» (ivi).
21Dalla
cui Introduzione varrà la pena
estrapolare, e mettere in risonanza con la nota precedente (ma volgendo
opportunamente in positivo quello che nel negativo risentiva ancora
dell’emulsione crociana), questo periodo così esemplarmente consonante: «Il
quadro di questi lirici marinisti non ci propone in realtà nessuna grande
figura di creatore [...]: esso ci offre invece una schiera di sperimentatori,
di inquieti analizzatori, che contano non tanto per quei momenti isolati di
poesia che realizzano, quanto piuttosto per la loro generale esperienza, per i
loro tentativi di rinnovare il gusto poetico» (Giovanni Getto,
Introduzione in
Opere scelte di Giovan Battista Marino e dei Marinisti. II. I Marinisti,
a cura di G. Getto, Torino, UTET, 1962, p. 73; si legge ora anche in G. Getto,
Il Barocco letterario in Italia, a cura
di M. Guglielminetti, Milano, Bruno Mondadori, 2000, p. 89).
22Con
un’idea di molteplice che non nasconde l’avversione a quel cipiglio unitivo che
fa tassonomie, mentre tende a desalare ogni dato sensibile. «Per quasi mezzo
secolo, dunque, Raboni è stato convinto che “la poesia, in sé, non esiste” – se
non, beninteso, di volta in volta “nelle parole dei poeti“.
Non “La Poesia”, dunque, “questa ineffabile e
del tutto inservibile astrazione” [...] che – a idealismo da un pezzo,
teoricamente, passato in predicato – continua ancor oggi a riempire la bocca a
rètori di tutte le risme. Semmai “le poesie”.
Pochi uomini del Novecento hanno avuto antenne paragonabili alle sue, quando si
trattava di andarle a trovare dov’erano: le
poesie» (A. Cortellessa, La poesia in
carne e ossa, cit., p. 385).
23Che
Satura, in virtù della «perseguita e
raggiunta unificazione del mezzo vocale a un livello lessicale e metrico
fortemente diminuito», tendesse a una «straordinaria compattezza timbrica» in
grado di fare della raccolta «un piccolo romanzo», Raboni non esitava certo a
segnalarlo, né in qualche modo a rallegrarsene (non era del resto, per lui,
all’epoca, quell’andare verso la prosa, anzi «quell’andarsene coi lunghi passi
della prosa», per dirla con l’amato Betocchi, la «chiave di volta» del secondo
Novecento, così com’era stata incardinata nelle raccolte
Nel magma di Luzi e Gli
strumenti umani di Sereni?) Che però tale «perseguita e raggiunta
unificazione» risultasse tutta a scapito del poeta che evidentemente (a
seguirne il tono risentito) più di tutti aveva amato (quello delle
Occasioni), e sotto l’egida invece
dell’elzivirista dalla «sentenziosità “chiara”, futilmente reazionaria,
volutamente futile e reazionaria», e «non di rado stridula o stonata in termini
di formulazione espressiva», Raboni non riusciva a nasconderlo, né a se stesso
(e alla sua precedente ammirazione) né ai sùbito scandalizzati, e tanti e
cattedratici, montaliani di partito. Ma per Raboni, come si avrà modo di
vedere, la poesia che si fa non
ammette défaillance; è una parabola
che riguarda tutt’intera la produzione di un «poeta» (cioè la sua
funzione poeta, non il suo essere poeta).
Sicché la traiettoria di
questa funzione, e a maggior ragione il suo punto d’arrivo, può illuminare,
oppure oscurare, l’intero percorso. Né, a onor del vero, si può con leggerezza
affermare che Montale, o il «nuovo poeta» che era alla fin fine diventato (per
dirla ancora con Raboni), abbia in séguito fatto chissà cosa per smentirlo. (Le
citazioni incriminate rimandano a G. Raboni,
L’altro Montale, «Paragone-Letteratura»,
256, giugno 1971, ora in PSF, pp. 59-61).
24Ivi,
p. 62.
25Che
le posizioni estetiche di Raboni, disseminate nella sua produzione saggistica
ed esposte lucidamente nello scritto su Montale del 1971, consuonino con la
teoria estetica di Deleuze e Guattari, appare evidente se si confronta quella
pagina riportata con questa tratta da Qu’est-ce
que la philosophie?: «La fabulazione creativa non ha niente a che vedere
con un ricordo, per quanto amplificato, né con un fantasma. Infatti l’artista,
compreso il romanziere, eccede gli stati percettivi e i passaggi affettivi del
vissuto. In che modo potrebbe raccontare ciò che gli è successo o ciò che immagina,
visto che è un’ombra? Ha visto nella vita qualcosa di troppo grande, magari di
troppo intollerabile, le angustie della vita e ciò che la minaccia; di
conseguenza, lo scorcio di natura che egli percepisce, o i quartieri della
città e i loro personaggi si conformano a una visione che compone attraverso di
loro i percetti di quella vita, di quel momento, facendo esplodere le
percezioni vissute in una sorta di cubismo, di simultaneismo, di luce cruda o
di crepuscolo, di porpora o di blu, che non hanno più altro oggetto o soggetto
che se stessi. “Si chiamano stili”, diceva Giacometti, “queste visioni
arrestate nel tempo e nello spazio”. Si tratta sempre di liberare la vita là
dove è prigioniera, o almeno di provarci, in un combattimento incerto» (G. Deleuze,
F. Guattari, Qu’est-ce que la
philosophie?, cit., p. 176).
26A.
Badiou, Le Siècle, Paris, Seuil,
2005, p. 185.
27G.
Raboni, Modernità di Rèbora, in
Clemente Rèbora, numero monografico di
«Psychopathologia», a cura di E. Ermentini e G. Oldani, 1985,
ora in PSF, p. 27.
28Certo
Montale, cui Raboni (ma, va ribadito, è segno di una delusione d’amore),
parrebbe proprio non perdonare niente; ma anche, e più contraddittoriamente,
Ungaretti, cui si rimprovera, e proprio nello stesso anno in cui si regolano i
conti con Montale (il 1971, lo si sarà capito, è un anno cruciale, non a caso
coincidente con le fasi conclusive di Cadenza
d’inganno, per la rimessa in questione politica del concetto stesso di
poesia), non solo di avere offerto «alibi metrici» (da buon «poeta-maestro»,
«poeta-allenatore») allo sciocchezzaio poetico del Bel Paese, ma anche (e forse
soprattutto) l’aver abbandonato assai per tempo «qualsiasi atteggiamento o
intenzione di natura “avanguardistica”», così da far rimpiangere «che le
proposte metrico-linguistiche presenti nell’Allegria,
con il loro preannuncio di quasi weberniano puntilismo e il loro recupero
fonetico-figurativo del “parlato”, non siano state approfondite dal poeta con
il rigore e l’audacia che meritavano, ma siano state ben presto degradate a
semplici materiali per la realizzazione di un progetto sostanzialmente
restaurativo, per un ritorno all’ordine – splendidamente decoroso e sempre
vantaggiosamente frequentabile – del passato» (G. Raboni,
L’attesa di senso, «Paragone-Letteratura, 254, aprile 1971,
ora in PSF, p. 48; le precedenti citazioni si
trovano invece a p. 46).Ma magari l’accento, al momento, andrà posto su quel
«sempre vantaggiosamente frequentabile» che non mancherà, stemperando non poco
il «restaurativo» del «progetto», con l’essere per l’appunto frequentato.
29Da
cui la doppia lettura della «funzione spartiacque» di Montale segnalata da
Raboni in un intervento del 1981, che racconta nella sua interezza la storia
d’amore, diciamo così, e la sua delusione. Per amore, difatti, si può
continuare ad affermare che «è a Montale, al poeta delle
Occasioni, che dobbiamo se la poesia italiana dell’ultimo mezzo
secolo è stata, nel suo insieme, una poesia non evasiva, non impressionistica,
non evaporata né evaporante, ma una poesia ricca di pensiero e di senso,
sostanzialmente laica e “civile” pur nel suo frequente, o addirittura
generalizzato, rifiuto dell’esistente». La delusione, però, serpeggia nella
constatazione, in cui sembrerebbe trapelare un oscuro sospetto, di un singolare
“tempismo“. Di quale altro poeta, si domanda Raboni, si potrebbe dire che è
giunto come un taglio, dividendo un prima e un dopo? «Di nessun altro, credo; e
non è tanto, si badi, una questione di “grandezza”, quanto una questione di
fulminea messa a fuoco, e di perentoria tempestività dell’entrata in scena. La
straordinaria fusione di esattezza gnomica e di densità lirica accertabile
nella poesia di Montale a partire dalla Casa
dei doganieri (1932) e in piena, complessiva evidenza nelle
Occasioni (1939) scatta come un congegno
perfettamente tarato e oliato, come un’efficientissima trappola, a dettar
legge, a decidere ciò che da quel momento in poi, nel linguaggio della poesia,
è attuale o invece attardato, inserito nella corrente o tenacemente, magari
preziosamente, nostalgico» (G. Raboni, Prima
e dopo Montale, «Rinascita», 18 settembre 1981, ora in
PSF, rispettivamente alle pp. 54-55 e 52).
30P. V.
Mengaldo, Profili di critici del
Novecento, cit., pp. 109.
31A.
Cortellessa, La poesia in carne e ossa,
cit., pp. 394-395.
32G. Raboni,
Prefazione a Toti Scialoja,
Poesie 1961-1998, Milano, Garzanti,
2002, ora in PSF, pp. 363-364.
33Sempre
a proposito di Scialoja, ma in sede di recensione, Raboni avrebbe definito tale
tensione una «fatale conversione alla pienezza di se stessi di cui solo i veri
artisti sono ostinatamente capaci» (G. Raboni,
Il senso perso dei versi, «Corriere della Sera», 14 luglio 1991,
ora in PSF, p. 365). «Come si diventa
ciò che si è» è il sottotitolo, opportunamente genealogico,
dell’Ecce homo di Nietzsche.
34Ivi, pp. 364-365.
35G. Raboni,
Poeti del secondo Novecento,
in Storia delle Letteratura Italiana
diretta da E. Cecchi e N. Sapegno, nuova edizione a cura di N. Sapegno, vol.
VII, Il Novecento, tomo II, Milano,
Garzanti, 1986, ora in PSF, p. 192.
36Ivi,
pp. 190-191: «La seconda guerra mondiale, con le sue forzate scoperte
nell’ordine dello sgomento e dell’orrore ma anche, insieme, in quello della
responsabilità etica, ha segnato oppure no, nelle vicende della poesia italiana
del Novecento, una rottura, uno scarto decisivo? Se dovessi scegliere, senza
possibilità di distinzioni e sfumature, fra una risposta affermativa e una
negativa, credo che opterei per la seconda. Alla prova dei fatti, cioè dei
risultati testuali, le ragioni della continuità sono risultate più forti della
spinta al ricominciamento, o addirittura al ripudio, manifestatasi negli anni
immediatamente successivi al ‘45 come parte di un vasto progetto o, per essere
più esatti, di una vasta utopia di rifondazione dell’intera tavola dei valori,
che interessò allora, come tutti ricordiamo, la società e la cultura italiana».
Esaminata, dunque, la «posizione di ribellione» insita in quella poesia che «si
definì o fu definita neorealista», ben presto collassata su se stessa, nonché
l’«antinovecentismo» del gruppo di Officina (Pasolini in testa, con il suo
«recupero sperimentale di forme e modi pre-ermetici, o addirittura pre-simbolisti»),
Raboni nel ripercorrere un quarantennio di storia letteraria riconosceva sì che
nel farsi della poesia italiana
postbellica occorreva «privilegiare l’immagine della continuità rispetto a
quella della rottura», ma solo per introdurre, per l’appunto, un’altra
«immagine», quella «intermedia della modificazione», in grado di assumere
responsabilmente su se stessa le consegne di una memoria mai redenta (che «non
si sfama», e che non sfama mai). Né a caso, seguitando ancora le ragioni
esposte nel saggio, tale poesia mostrava di avere «il suo punto iniziale e
centrale di irradiazione» proprio «nel lavoro di poeti la cui vicenda è stata
attraversata, e divisa in un prima e in un dopo, dall’esperienza traumatica
della guerra» (ivi, p. 192; ma si veda anche l’articolo apparso per il
«Corriere della Sera» dell’11 marzo del 1990, col titolo
Le parole che abbiamo attraversato, riportato nella raccolta alle
pagine immediatamente precedenti).Diciamo allora che, non tanto la guerra, ma
l’ansia di occultarla, o di coprire le tracce della sua sopravvivenza, così
imbarazzante anche in alcuni di questi poeti, e così sbarazzina in altri più
giovani e propulsivi, e magari proprio negli anni in cui quello stesso evento
gli andava riemergendo nel farsi
stesso del suo lavoro poetico, divenne a poco a poco per Raboni la cartina di
tornasole, in negativo, di quanto di futile e fatuo, borbottato magari o fra
strepiti, serpeggia sia fra i sempre più pallidi replicanti della «norma»
novecentesca, sia fra i più sanguigni coatti all’«anti-norma» (al solito,
comunque, primonovecentesca).
37G. Raboni,
Il respiro del pensiero, in
Pensiero e poesia nell’opera di Mario Luzi,
a cura di S. Mecatti, Firenze, Vallecchi, 1989, ora in
PSF, p. 112.
38E si
tratta di un percorso non già verso la prosa, come si sarà capito
dall’esplicita chiamata in causa del «respiro prosodico» cui essa finirebbe col
soggiacere, quanto nella direzione di una progressiva e vitale indistinzione
fra i generi, esemplificato in buona sostanza nelle fasi del lavoro poetico di
Luzi e di Sereni, e fatto ruotare intorno alle date di apparizione di
Nel magma (1963, e poi ‘64 e ‘66) e
Strumenti umani (1965) – i «rapporti
trasversali, e del tutto spontanei» fra queste due raccolte costituiranno
sempre, nel canone plurale raboniano, «una delle chiavi di volta, e di senso,
della poesia del secondo Novecento» (G. Raboni,
Nelle poesie di Luzi la Commedia del ‘900, «Corriere della Sera»,
24 novembre 1998, or in PSF, p. 105).
A tali date, però, un po’ per volta si aggiungerà (magari proprio per
affiancare a quel percorso una via diversa, se non di uscita) il 1968 de
La Beltà di Zanzotto, quando la
«stagione» a metà degli anni Sessanta verrà definita, proprio triangolando col
poeta di Pieve di Soligo la coppia sempre riproposta, «probabilmente
irripetibile, segnata dalla comparsa di [...] libri decisivi» (G. Raboni,
La vita in versi tra etica e natura,
«Corriere della Sera», 8 novembre 2000, ora in PSF, p. 318).
39G. Raboni,
Prefazione a C. Betocchi,
Tutte le poesie, cit., p. 78.
40G. Raboni,
Dissanguamento e altre metafore
nella poesia di Bertolucci, «Paragone-Letteratura», 262, dicembre 1971, ora
in PSF, p. 100.
41G. Raboni,
Introduzione a Nelo Risi,
Poesie scelte (1943-1975), Milano,
Mondadori, 1977, ora in PSF, p. 274.
42G. Raboni,
Introduzione a Bartolo
Cattafi, Poesie 1943-1979, a cura di
V. Leotta e G. Raboni, Milano, Mondadori, 1990, ora
in PSF, p. 281.
43G. Raboni,
Antonio Porta, l’ansia di
sperimentare, «Corriere della Sera», 16 giugno 1989,
ora in PSF, p. 344.
44G. Raboni,
Poeti del secondo Novecento,
cit., p. 248.
45G. Raboni,
Essere per essere, «Il
Messaggero», 27 marzo 1984, ora in PSF,
p. 101.
46Maria
Antonietta Grignani, Interlocutori
dell’ultimo Sereni, «Testo», 49, gennaio-giugno 2005, pp. 83-84: «... Il
cantiere di Sereni tra gli Strumenti
umani e Stella variabile mette
sullo stesso piano, concettuale e di
lavoro formale, poesia e prosa, non nel senso semplicistico di una poesia che
va verso la prosa, ma in quello di un nesso tra scrittura in versi e scrittura
in prosa, che arricchisce la seconda di pulsioni verticali e la prima di
narratività e di intrecci di voci. Proprio per quest’ultima caratteristica
credo fermamente che la via d’uscita, in questa direzione di commiato dai
grandi del pieno Novecento italiano, sia stata per Sereni la messa a punto di
una struttura del dialogo e dell’interdiscorsività». Ma si veda anche, tempestiva
messa a giorno dell’intera questione, M. A. Grignani,
Le sponde della prosa di Sereni, «Poliorama», 2, dicembre 1983, pp.
121-144.
47G. Raboni,
Essere per essere, cit., p.
101.
48M. A.
Grignani, Interlocutori dell’ultimo
Sereni, cit., p. 85.
49G. Raboni,
Essere per essere, cit., p.
101.
50«Ristabilire
l’esatta cronologia delle numerose stratificazioni e riprese dei testi sabiani
è un’impresa tanto ardua quanto affascinante; Saba era uno stupendo
mistificatore, ingannava tutti (a cominciare da se stesso) postdatando e
retrodatando stesure e varianti, convinto com’era che risalire alla versione
“originaria” di una poesia non significasse ritrovare il manoscritto
dell’epoca, ma riscrivere la poesia così come avrebbe potuto, o dovuto, essere
scritta allora...» (G. Raboni, Nella
poesia di Saba c’è un mistero: la trasparenza, «Tuttolibri. Supplemento a
“La Stampa”», 5 marzo 1983, ore in PSF,
p. 12).
51Sui
cui estremi si potrebbero mettere, al momento, da un lato la «sindrome da
Vaticano 3195», con annesso défilé (e compiacimento) filologico, di cui fin dal
suo nascere fu affetta la Vita di un uomo
ungarettiana (divenuta ben presto la princeps,
e il tormentone-tipo, e alla fin fine il processo omologante, di tutti i
Meridiani mondadoriani), e dall’altro il progetto seriale sanguinetiano di
poema in fieri, aggiornato con la
puntualità di un diario di bordo che conduce, senza soluzione di continuità,
dall’iniziale sobbollimento della palude linguistica (e del sociale perverso
che rappresenta) al successivo divertito (o immalinconito) girovagarvi
à la Gozzano malgré Pound.
52Mario
Lavagetto, Introduzione a Umberto
Saba, Tutte le poesie, Milano,
Mondadori, 1988, p. XIX.
53Per
tale concetto, si veda G. Frasca, La
scimmia di Dio. L’emozione della guerra mediale, Genova, Costa & Nolan,
1996, pp. 22-23 e nota.
54G.
Raboni, Rèbora e il Novecento, in
Clemente Rèbora nella cultura italiana ed
europea, atti del convegno di Rovereto, 3-5 ottobre 1991, a cura di G.
Beschin, G. De Santi, E. Grandesso, Roma, Editori Riuniti, 1993, ora
in PSF, p. 30. Tale intreccio
«apparentemente mostruoso» avrebbe fornito, secondo Raboni, «l’habitat naturale
e lo sfondo ideologico sia ai sublimi balbettii e alle “evocazioni pure” di
Ungaretti sia ai “flatus voci” e agli enigmi araldici del miglior Montale»
(ivi, pp. 30-31).
55Anche
in Rèbora, come ha giustamente notato Paolo Giovannetti a proposito dei suoi
«anamorfismi metrici», «le istanze discorsive fanno premio sulle illuminazioni
locali», trasformando i suoi «frammenti» in «autentici poemetti narrativi,
entro i quali ogni soluzione metrica e stilistica», piuttosto che liberare «la
pronuncia della parola, degustata nei suoi iati vocalici e dilatata in modo
artificioso» (secondo una «spiegazione vagamente “ungarettiana”»), assume «un
valore relazionale, cioè a dire sintagmatico» (Paolo Giovannetti,
Metrica del verso libero italiano,
Milano, Marcos y Marcos, 1994, p. 134).
56Si
pensi, per limitarsi a pochi esempi, alla tensione all’endecasillabo e
all’alessandrino (strutture versali ricercate, truccate, evocate ed eluse)
presente in un testo capitale di Cadenza
d’inganno, L’alibi del morto (per
cui si veda Concetta Di Franza, La poesia
di Giovanni Raboni tra Economia della paura
e «strategia della tensione»: impegno civile e politico in Cadenza
d’inganno, «Filologia & critica», XXIX 3, settembre-dicembre 2004, pp.
391-408). O alla sequenza endecasillabica appena mascherata in
19** di Le case della Vetra,
che mette a giorno, neanche a dirlo, un
sonetto (a rime, e assonanze, libere ma comunque ossessive). Endecasillabi
senz’altro sono difatti i vv. 2, 5, 7, 8, 9, 10, 12 e 14, ma endecasillabo
potrebbe a sua volta essere il verso incipitario (altrimenti novenario): cui
bastano per l’appunto due dialefi, legittime fra l’altro se si vuol dare la
dovuta gravità all’ingiunzione a discutere su quanto sta avvenendo in quel
frangente nell’America del senatore McCarthy, come onda lunga di quanto è già
avvenuto, e continuerà ad avvenire per tutto il
millenovecento: «Certo, |è| il momento di parlare»). Ma anche i vv.
11 e 13 sono senza troppi lambiccamenti riconducibili alla misura del nostro
verso principe, dal momento che la loro apparenza dodecasillabica si risolve
facilmente con una sinalefe transversale (null’altro che la sinafia
volgarizzata da Pascoli): «al baritono negro allo scienzia
to / ebreo per parte di
madre, niente fiori / sulle fosse o rimproveri sgarba
ti / agli aguzzini.
Quando più te l’aspetti | torna a tirare un’aria di cappucci» (vv. 10-14).
Ampliando lo spettro di questo stesso principio transversale (si ricordi lo
studio sul cosiddetto «overlapping metrico»
dell’enedecasillabo leopardiano in Costanzo Di Girolamo,
Teoria e prassi della versificazione, Bologna, Il Mulino, 1976, pp.
169-181) si possono ricondurre alla stessa misura anche i vv. 3 e 4 [«con tutti
(perfino con gli amici) attenti / a non far mai la stessa strada»],
apparentemente un dodecasillabo e un novenario (da ricomporre insomma, con
l’opportuna dialefe scopertamente ironica: «con tutti (perfino con gli | amici
/ attenti a non far mai la stessa strada»). Resta dunque il solo v. 6
(«stracciati, indirizzi di streghe. E il tempo aiuta»), tridecasillabico se lo
si prende nel suo isolamento (magari come il ricostruito verso indoeuropeo), o
più complessamente armonizzato, in virtù degli accavallamenti col verso
precedente [«e non lasciare in giro taccuini»], e con quelli successivi [«eh?
non è vero? (Anche troppo.) Ma se uno / è appena astuto, sa che non bisogna /
lasciarsi andare...»], in una sequenza di settenari (con coazione all’alessandrino,
e chiusa da un endecasillabo) che parrebbe sottostare, alternativa (e
sintatticamente pausata), alla stessa misura endecasillabica: «e non lasciare
in giro / taccuini stracciati / indirizzi di streghe. / E il tempo aiuta | eh?
/ non è vero? (Anche troppo.) / Ma se uno è appena astuto, / sa che non bisogna
lasciarsi andare»).La tensione al settenario (e alessandrino) sommerso (cioè
transversale e sintattico), con chiusa endecasillabica, d’altra parte, parrebbe
riguardare vaste aree dell’intera produzione raboniana; si pensi, per fare un
esempio successivo alla più esplicita svolta metrica, all’incipit de
La guerra, poesia tratta dalle
Ultime (1983-1987) murate nella raccolta
antologica A tanto caro sangue: «Ho
gli anni di mio padre – ho le sue mani, / quasi: le dita specialmente, le
unghie, / curve e un po’ spesse, lunate (ma le mie / senza il marrone della
nicotina» (che facilmente si riconfigura in: «Ho gli anni di mio padre / ho le
sua mani, quasi: / le dita specialmente, / le unghie, curve e un po’ spesse, /
lunate (ma le mie / senza il marrone della nicotina»).
57«Il
sonetto», dichiarava in un’intervista rilasciata a Guido Mazzoni nel 1997, «è
diventato il modo in cui oggi penso la poesia. D’altra parte, quasi
contemporaneamente ho cominciato a lavorare contro il sonetto. I miei sonetti
rispettano lo schema ma allo stesso tempo cercano di disfarlo, di metterlo in
discussione, per esempio con un gioco di accenti, di rime sulle particelle e
sulle congiunzioni» (G. Raboni, Classicismo
e sperimentalismo contro la perdita di significato, «Allegoria», 25 (1997),
a cura di G. Mazzoni, pp. 141-142).
58Sulla
base dell’antologia pubblicata da Ansceschi nel 1952, «comprendente, accanto a
Vittorio Sereni, alcuni poeti della generazione del ‘45», si era poi andata, a detta
dello stesso Raboni, «consolidando, e al tempo stesso sfumando per eccesso di
aggregazioni, l’immagine di una lombradità in poesia fatta da un lato di
attenzione alle cose, al paesaggio, a una quotidianità dimessa e pungente, e di
una vocazione morale [...] che ha i suoi antecedenti [...] in Parini e in
Manzoni e un riferimento più recente, sostanzioso e quasi segreto in Clemente
Rèbora; dall’altro lato di una pronuncia in sottile e sempre affabile
equilibrio fra tenerezza elegiaca e ironia, fra precisione e
understatement» (G. Raboni,
Poeti del secondo Novecento, cit., p.
200).
59Ivi,
pp. 200-201: «Non si tratta, è ovvio, di una formula critica stringente: tant’è
vero che di linea lombarda e poi, con intenzione necessariamente più vaga e
inclusiva, di area lombarda, si è potuto parlare (e non a sproposito) anche per
poeti che lombardi non erano se non di adozione oppure, via via, per poeti di
età e formazione nettamente successive, sino all’autore di queste pagine, o a
Tiziano Rossi, o addirittura a un esponente della generazione del ‘68 come
Maurizio Cucchi».
60Scegliendo
qualche nome un po’ a caso, per chiarire sùbito di come si trattasse di un
insieme assolutamente variegato, Raboni comprendeva nella «generazione del
‘56»: Amelia Rosselli, Sanesi, Sanguineti, Alda Merini, Balestrini, Bandini,
Loi, Porta, Zeichen, Ramat, Jolanda Insana, Scalise, Ortesta...
61Ivi,
p. 226. Con un puntuale intervento del 1961, Raboni aveva del resto definito
«centrista» la «provocazione» dei Novissimi, per quante «caratteristiche
esterne dell’estremismo, della violenza» potessero essere alla bisogna
sbandierate, e giusto in virtù di quanto vi trapelava di elusivo dei problemi
stessi che con tanta forza venivano posti: «Non si può pensare, mi sembra, di
avviare a soluzione la crisi della comunicazione semplicemente dimostrandola in
atto e oggettivandola nei versi [...]: in questo caso non si fa che
cristallizzarla, renderla una volta di più insuperabile – un idolo senza senso
e senza futuro» (G. Raboni, A proposito
dei Novissimi, «Aut Aut», 65 [1961], ora in Id.
La poesia che si fa, cit., pp. 337 e 343). Ma qui, si sa, i destini
dei componenti dei Novissimi, e di tutti gli affiliati alle strategie della
neoavanguardia, vanno valutati, sulla scorta della rapida dispersione, ciascuno
per suo conto. Che invece proprio quell’«idolo senza senso e senza futuro» di
quegli anni si sia da allora offerto ai riti sacerdotali degl’intellettuali
italiani, è difficile mettere in dubbio. Il ritornello
no future, tipico delle fasi estreme del capitalismo, consuona,
come attualmente sa chiunque si sia formato con il punk, con un sistema
artistico assolutamente compiacente, che nel dichiararsi definitivo, ultimo,
apocalittico, cospira per una lettura cinica del presente... da cui la sua
conclamata vocazione al «great swindle». Né l’allogarsi, ai tempi, di tanti
appartenenti alla neoavanguardia al «centro» stesso dell’industria culturale,
ha sortito altri effetti se non, ritiratasi quell’alluvione, i sedimenti che
sono oramai sotto gli occhi di tutti: un’arte mediana nel nome della
mediocrazia mediale. Aveva del resto scritto per tempo Franco Fortini:
«L’avanguardia impronunciabile è l’altra faccia della chiacchiera di massa. La
saldatura fra neoavanguardia e ordine borghese-capitalistico diventa organica
ed esplicita dopo essere stata, per l’avanguardia storica, solo implicita e
indiretta» (F. Fortini, Verifica dei
poteri. Scritti di critica e di istituzioni letterarie [1965], Torino,
Einaudi, 1989, p. 62).
62G.
Raboni, Poeti del secondo Novecento, cit., p. 228.
63Sulla
puntigliosità con cui Raboni distingueva «i due diversi aggettivi», ha
giustamente insistito Cortellessa (A. Cortellessa,
La poesia in carne e ossa, cit., p. 387). Ma, naturalmente, si
ricordi la distinzione fra le «due avanguardie» proposta nel 1965 da Fortini
(si veda F. Fortini, Verifica dei poteri,
cit., pp. 60-72).
G.
Raboni, Poeti del secondo Novecento,
cit., p. 228.
65«Comune
a tutti questi poeti che formano l’’eterogenea “ala sinistra”» avrebbe dovuto
essere proprio, a seguirne l’appassionata petitio
principii inserita nella recensione ai Novissimi, la scelta responsabile di
propagare esattamente il «fuoco» della memoria «che non si sfama mai», dal
momento che, per praticare «una poesia della crisi senza essere per ciò stesso
una poesia in crisi», occorreva «individuare con le proprie coordinate una
realtà precisa senza annullarsi o disperdersi in essa, senza dover aspettare la
propria salvezza dal di fuori, anzi, in qualche modo, proiettando fuori di sé
verso il mondo [...] qualcosa di simile a dei bacilli di salvezza» (G. Raboni,
A proposito dei Novissimi, cit., p.
340). Andrà notato che, dopo avere una volta ancora invocato come numi tutelari
Pound e Eliot, e poi Luzi e Sereni, Raboni allineava in una tale «posizione»
una ben strana, ma proprio per questo molto interessante, prima linea: Fortini,
Zanzotto, Risi, Leonetti, Pagliarani e persino Pasolini. Relegando dunque,
trent’anni dopo, l’esperienza poetica pasoliniana alla sola «contestazione del
presente», ma con la clausola aggiuntiva, alla cui volontaria paradossalità si
prestò forse all’epoca poca attenzione, della sua persistente attualità
«proprio e soltanto perché quel
presente è anche, a nostra vergogna, questo
presente», Raboni non voleva macchiarsi di un’ulteriore lesa maestà (se
non, al solito, al monumento, e al diffondersi dei suoi riti praticamente in
ogni dove, dai collegi dei gesuiti ai consessi di critici frementi). Nel
riconoscere in Pasolini una «strategia nitidamente oppositiva», Raboni
intravedeva forse giusto il percorso agli antipodi della
poesia che si fa, quello che non a caso rende «poeti», sempre e
comunque («innanzitutto e in tutto, nel cinema come nel teatro, nella
pubblicistica come nel romanzo»), ingiungendo ad anteporre sempre il
personaggio-poeta, testimone e teorico (e su una tale strategia magari Raboni
scorgeva allinearsi anche gli stessi neoavanguardisti, malgrado quanto avessero
eletto giusto Pasolini a oggetto polemico), all’opera stessa (G. Raboni,
Ma quanto durerà la poesia di Pasolini?,
«Corriere della Sera», 23 dicembre 1993, ora in
PSF, pp. 299 e 301).
66La
terza sezione, che chiudeva il volume edito da Crocetti nel 1985, sarebbe poi
confluita (con testi successivi) in Versi
guerrieri e amorosi.
67«Come
frutto», ricordava Avalle smontando nel 1968
A Liuba che parte, «di una scelta precisa operata sul piano formale
fra le varie possibilità offerte dal libro della memoria poetica» (D’Arco
Silvio Avalle, Tre saggi su Montale,
Torino, Einaudi, 1972, p. 99).
68Anzi,
si potrebbe senz’altro affermare che questi, li si chiami così, «imparisillabi
sciolti» finiscono con l’essere la forma in assoluto più frequentata nella
produzione poetica di Raboni, riaffiorando, in una versione più compatta (che
ammette cioè solo endecasillabi, novenari e settenari, e naturalmente sempre
con il consueto privilegio endecasillabico, sia pure nella sua realizzazione
più tenue, novecentesca), anche in Barlumi
di storia (i cui versi vengono sorprendentemente, o forse solo
frettolosamente, definiti nel risvolto mondadoriano «liberi»), quando cioè
l’urgenza della testimonianza del trauma di cui si dirà, personale e sempre
politico (e via via più puntuale, come può evincersi dagli
Ultimi versi apparsi postumi per Garzanti), è come se mal
sopportasse di continuare a farsi ingabbiare in una forma più coercitiva. Il
discorso, insomma (perché di questo si tratta, di congegni conversevoli),
dovendo seguire il ritmo delle argomentazioni, tende nell’ultima raccolta
raboniana a divenire disteso (in un modo che non può non rimandare, con le
debite differenze, a Cadenza d’inganno),
prediligendo di conseguenza una sempre rinnovabile struttura a selva, in virtù
della quale esplicitare ciò che precedentemente Raboni aveva sempre preferito
lasciare alle considerazioni del lettore. Questa urgenza comunicativa, insomma,
muove da una volontà di presa diretta sull’oggi, che è un gesto di vitalità
intensa nella malinconia del lutto e nell’immagine materialistica del proprio
svanimento. Ne è un bell’esempio il quadretto memoriale di
Ricordo troppe cose dell’Italia, dove, riconvocati i fantasmi di
Pasolini e Volponi, entrambi in punto di morte, il primo con la sua nostalgia
dell’Italia che fu, il secondo con il suo sdegno per l’esito «delle elezioni
del ‘94», Raboni chiarisce il senso politico e civile dell’intera raccolta: «Di
Paolo sono stato molto amico, / di Pasolini molto meno, / ma il punto non è
questo. Il punto / è che è tanto più facile / immaginare d’essere felici /
all’ombra d’un potere ripugnante / che pensare di doverci morire» (vv. 24-30).
69Andrà
anche segnalato che, proprio a partire dalla pubblicazione della silloge di
Canzonette mortali, la produzione di
Giovanni Raboni non solo diverrà più puntuale (appena tre anni dopo
Versi guerrieri e amorosi apparirà la
raccolta Ogni terzo pensiero, seguita
nel ‘98 da Quare tristis, e poi nel
2002 da Barlumi di storia), quasi a
rispettare le modalità compositive di una sorta di «canzoniere»
in fieri (dati gli evidenti richiami
tematici e formali che collegano le varie uscite), ma scarterà in maniera
decisiva verso una narrazione mirabilmente sospesa fra il presente (dell’amore,
e del lutto) e il passato del trauma (bellico, e anche privato), cui fare in
vario modo conseguire i «barlumi» di una storia non già da testimoniare ma
ancora tutta da fronteggiare.
70«La
messa a punto di una struttura del dialogo e dell’interdiscorsività», ci
ricorda Maria Antonietta Grignani per l’ultimo Sereni, rappresenta in qualche
modo «l’uscita dal carattere monologico, centripeto e sostanzialmente
narcisistico che, nonostante la metafisica dell’oggetto, ineriva alla
correlazione montaliana e eliotiana tra un pensiero-sentimento antropocentrico
e l’alterità degli oggetti o del mondo animale» (M. A. Grignani,
Intrelocutori dell’ultimo Sereni, cit.,
rispettivamente alle pp. 84 e 86).
71E si
ritorna così, ancora una volta, alla memoria «che non si sfama mai», vale a
dire a quel «doloroso e fecondo durare» della «ferita» bellica, («il Trauma per
antonomasia, quello che spacca in due la storia del secolo»), che Raboni riconosceva,
in un articolo già citato del 1990, nelle parabole di quattro poeti fra i più
privilegiati dal suo canone:
Bertolucci, Caproni, Luzi e, naturalmente, Sereni (G. Raboni, Le parole che abbiamo attraversato,
cit., rispettivamente alle pp. 188 e 189). «Questo stare in situazione», ha commentato Andrea Cortellessa, «questo lasciarsi
attraversare dalla storia – e da
quella specie di sua sineddoche iperbolicamente tragica che è il “Trauma per
antonomasia” – rimanendo esattamente sul
suo prodursi, è certo un carattere comune ai quattro autori della “ferita”; ma
a ben vedere si riverbera anche nelle nervature che, nell’edificio
storiografico raboniano, si propagginano da queste fondamenta verso i piani
alti» (A. Cortellessa, La poesia in carne
e ossa, cit., p. 399).
72Per
chiarire il senso profondo di tale attualità del trauma, principio irritativo
che sopravvive al suo «aculeo» (che è esattamente la questione di «poetica»
intorno alla quale Sereni e Fortini parrebbero incontrarsi), bastino questo
versi raboniani tratti da un sonetto (Non
sono bandiere queste bandiere) della successiva raccolta,
Ogni terzo pensiero: «La verità / è che
nessuna guerra è mai finita, // che la stessissima ferita geme / per sempre,
che solo chi non ne ha / può scacciare i ricordi dalla vita» (vv. 10-14). Il
tema della sopravvivenza della (e non alla) guerra, in cui la memoria collettiva
(e la programmatica smemoratezza) s’intreccia con quella privata (propria e
genitoriale, e propria in quanto genitoriale), parrebbe declinare, sul versante
della formalizzazione artistica, quelle «nevrosi di guerra in tempo di pace» su
cui aveva per tempo richiamato l’attenzione lo psicoanalista Sergio Finzi (si
veda almeno S. Finzi, Nevrosi di guerra
in tempo di pace, Bari, Dedalo, 1989, pp. 125-137): «La nevrosi di guerra»,
scriveva, «è penetrata nel tempo di pace. Ma questo si è reso possibile perché
essa si definisce in relazione non alla guerra, ma al padre». E, più in là: «Il
trauma di guerra è essenzialmente interpersonale:
ecco come gioca qui il “contagio”, non passaggio di sintomi ma di persone.
E uno ne soffre nella carne, per non dire
nelle cellule» (ivi, rispettivamente pp. 130 e 137).Quanto poi questo stesso
tema, in virtù del quale Raboni raccoglieva il testimone della
poesia che si fa meno compiaciuta e
autoreferenziale, abbia finito col risultare urgente e ineludibile, lo
dimostrano due raccolte, entrambe apparse nel 2005 (l’una per Garzanti l’altra
per Mondadori), di poeti in vario modo a lui collegati, vale a dire
La tagliola del disamore di Jolanda
Insana e Guerra di Franco Buffoni.
73Sbandierata
a esergo della seconda sezione, risalente al 1989, un’epigrafe goethiana che
avrebbe potuto essere sottoscritta da Fortini («bisogna confessare che ogni
poesia converte i soggetti che tratta in anacronismi»), la raccolta si apre con
un poème en prose (la cui
compresenza, si diceva, funge sempre da contravveleno al rinnovato interesse
per le misure e le forme della tradizione) e si chiude con la «traduzione» (le
virgolette sono riprese dalle Note
finali) della sestina di Arnaut Daniel, e dunque con un autentico inno alla
coercitiva instabilità di ogni forma, cui seguono una serie di «libere
variazioni» (in endecasillabi e settenari) «su frammenti e temi» estratti dalle
canzoni del trovatore perigordino.
74È
indubbio, come rileva Natascia Tonelli, che la forma elisabettiana del sonetto
«trovi diritto di cittadinanza in
lingua italiana a partire da celebri traduzioni» da Shakespeare (N. Tonelli,
Aspetti del sonetto contemporaneo, Pisa,
ETS, 2000, p. 43), segnatamente da quelle distesissime e gravi di Ungaretti
(apparse nel 1946), e da quelle, decisamente più «regolari» (malgrado la
coazione alla rima imperfetta) di Montale, anteriori al ‘38 ma pubblicate nel
Quaderno di traduzioni del 1948 (a
fianco delle quali vanno naturalmente ricordate le versioni polimetriche di
Alberto Rossi apparse nel 1952). Del resto, anche dopo le adesioni in proprio
più o meno stravolgenti di Montale in Finisterre
(La Bufera, 1956), di Pasolini
nell’«ipersonetto» di Sonetto primaverile
(1960), e di Edoardo Cacciatore nella corona di
Dalla fine al principio (Lo
specchio e la trottola, 1960), la stagione delle traduzioni dei sonetti di
Shakespeare (e degli esperimenti metrici a essa connessa) non può considerarsi
conclusa, dovendo annoverarvi anche gl’intarsi in endecasillabi e alessandrini
di Augusto Guidi (per la sua antologia della poesia elisabettiana del 1962), e
il «completamento» della scelta di Rossi a opera di Giorgio Melchiorri (nel
1964). Se dunque la forma elisabettiana darà apertamente vita a una «varietà a
sua volta suscettibile di innovazioni o estemporanei adattamenti personali»
(ivi), che sarà quella accolta da Raboni (ma solo in Quare tristis), ciò si deve proprio a quanto questa si sia offerta
come «traduzione», e magari approssimativo «aggiustamento», e dunque come
congegno dove convogliare più liberamente le strategie formali «novecentesche»
considerate comunque irrinunciabili; basti pensare alla scomposizione del gioco
rimico in Montale (e alla sua ossessione per una declinazione postpascoliana
della rima ipermetra), oppure all’endecasillabo popolare e debole (in difetto o
in eccesso) di Pasolini, o al consueto impeto ende-tridecasillabico di
Cacciatore (che troverà la sua massima realizzazione nella raccolta del 1986, Puntura dell’assillo. Cinquanta ed un
sonetto, probabilmente sponsorizzata dallo stesso Raboni).
75
Contrariamente a quanto avverrà però in questa
raccolta, Troppi anni e mesi e giorni e
notti e sogni, con il suo incipit scopertamente petrarchesco (ma ancora una
volta, come sempre nel secondo Novecento, dai luoghi in cui Petrarca si recita
«petroso»), non solo gli endecasillabi risultano assolutamente regolari (nove
a minore e cinque
a maiore), ma s’ingabbiano in un sofisticatissimo gioco rimico che
parrebbe addirittura a suo modo smentire l’adozione della forma shakespeariana,
in virtù di un infarcimento di assonaze, consonanze e quasi-rime che non
disdegna nemmeno il vocalismo isotonico che, desunto dal capostipite, divenne
per secoli il marchio di fabbricazione del manierismo. La forma elisabettiana,
insomma, corrosa da una sorta di coazione al sonetto petrarchista, appare
piuttosto svolgere una funzione di supporto al vertiginoso iperbato che infilza
tutt’e tre i quartetti, per smottare poi, e risolversi, nel primo emistichio
del distico finale, come a mettere a giorno da un lato la trappola che si
nasconde nella «maledetta sacra scorciatoia» (naturalmente la memoria «che non
si sfama mai»), e dall’altro il senso di testimonianza per cui, senza
«sfuggirla», si resta, e ci si presta
a quel passaggio di consegne che è il senso politico della «poesia che si fa».
Si legga:
Troppi anni e mesi e giorni e notti e sogni
da che in un’ansia che non porta gioia
la maledetta sacra scorciatoia
pretende che tremando in lei m’infogni
sia che sfocata e radiosa m’appaia
più che nel vero e per il resto vera
sia che ancora più fioca di com’era
s’interni in ospedale o in mattatoio
e in altri cento modi si travesta
per farsi tunnel, tubo o corridoio,
ambulacro di scuola o d’obitorio,
pertugio d’aria che una folla infesta
sono passati. Se sfuggirla è un torto
è per restarti che non sono morto.
Rispetto a quello che dovrebbe essere lo schema rimico sotteso
(ABBA-CDDC-EFFE-GG), le cose come si vede si complicano, non solo per
l’insistenza lungo tutto il sonetto dell’assonanza e della consonanza di cui si
diceva, ma per concorrere questa a preparare un gioco quasi-rimico a tutto
campo, che consente ad esempio di scapolare dalla sequenza rimica B
(giOIA-scorciaTOIA), già di suo in assonanza tonica con la A, alla quasi-rima
(atona e tonica) C (appaIA-mattaTOIO), il cui secondo membro di coppia a sua
volta viene replicato dalla rima F in prima battuta (corriDOIO) e riecheggiato
poi in quasi-rima (obiTORIO), preparando la volata alla baciata del couplet
finale (TORTO-mORTO). Stesso discorso vale per le connessioni in assonanza e
consonanza che legano la coppia rimica D (VERA-ERA) alla E (traVESTA-inFESTA),
il cui secondo membro di coppia, a chiudere il cerchio, si ricongiunge per
annominazione al secondo di A (INFogni-INFesta).Nessun migliore esempio, si
potrebbe dire, di quella che Fortini aveva a suo tempo definito, magari in
piena tentazione lacaniana (ma con un orecchio al senso della riemersione del
freudiano represso formale), «grammatica dell’Altro» (F. Fortini,
Poesia e antagonismo, in Id.,
Questioni di frontiera. Scritti di politica
e di letteratura, Torino, Einaudi, 1977, p. 144: «I significati dei significanti fonosimbolici [...], e quelli del
sistema della convenzioni ritmico-metriche, per non dire le aree connotative
delle scelte lessicali, sono significati
costituiti storicamente che dalla dimensione esplicitamente
“contenutistica” posseduta in altre età sono entrati nella penombra e ora
parlano o sembrano parlare con la voce dell’inconscio, col “mistero della
parola”, con la grammatica dell’Altro...»)
76«Sogno
infaticabilmente da un po’ / di tempo: come in ospedale: segno / di troppa vita
o che manca, non so», recitano non a caso i primi versi dell’individuo che inaugura
l’ultima sezione.
77Ne fa
fede non solo, naturalmente, la misura endecasillabica, ma soprattutto lo
schema rimico dei terzetti (ABC-ACB), che lo apparenta esplicitamente ad altri
due individui conclusivi di quella sezione (il 21 e il 26).
78La
sezione Altri sonetti offre un
campionario pressoché completo di rime monosillabiche e in vario modo tenui
(preposizioni, parole grammaticali, pronomi, congiunzioni, interiezioni, parti
ausiliari dei tempi composti ecc.), per lo più trascorse dall’enjambement, e
dunque assordate dall’andamento sintattico (basti pensare ai già citati versi
iniziali del primo individuo).
79«La
svolta fronte-sirma», notava Natascia Tonelli per i sonetti di Quare tristis (ma il fenomeno è già in
opera in quelli di Ogni terzo pensiero),
«è luogo deputato a passaggi fra i più discorsivi, a volte proprio in discorso
diretto, all’interno dei quali, con frattura affatto straniante, si pone
l’interruzione tipografica dello spazio bianco» (N. Tonelli,
Aspetti del sonetto contemporaneo, cit.,
pp. 38-39).
80Anzi,
è l’affabile frequentazione con un poeta da sempre «convitato» nella poesia
raboniana, naturalmente Rèbora, il cui impiego a tutto campo dell’enjambement,
come «parte d’un progetto in cui il significato viene letteralmente differito,
virtualizzato, sottoposto a violenza per poterne negare la superficiale
degustabilità», è stato opportunamente messo in rilievo da Paolo Giovannetti.
«Il verso di Rèbora», afferma lo studioso con un giro di frasi che potrebbe
applicarsi senza nulla mutare ai versi di Altri
sonetti, «forte di un’apparecchiatura linguistica e ritmica deformante,
perturba spesso i costrutti sintattici che è chiamato a contenere, definendo in
questo modo un modello ritmico impulsivo, progressivo, sbilanciato verso
l’apertura di orizzonti sempre nuovi. E ciò avviene proprio in virtù di
apparenti inerzie, vale a dire di fattori linguistici falsamente giustapposti,
omologati dall’unità versale, che devono essere riferiti a costrutti logici
differenti da quelli cui ci aspetteremmo di legarli. Mai come con Rèbora –
nella poesia italiana del primo Novecento – l’appello alla collaborazione del
lettore è stato così esplicito e vincolante» (P. Giovannetti,
Metrica del verso libero italiano, cit.,
rispettivamente alle pp. 128 e 130-131).
81Era
del resto questo il senso di quel «lavorare contro il sonetto» che Raboni
ascriveva alla sua adesione alla forma (G. Raboni,
Classicismo e sperimentazione contro la perdita di significato,
cit., p. 142), e che parrebbe rimandare alle innovazioni apportate al sonetto
(fra l’altro nel suo aspetto italiano), con la stridente cantabilità dello
sprung rhythm, da Gerard Manley Hopkins
(si veda N. Tonelli, Aspetti del sonetto
contemporaneo, cit., p. 96). L’importanza della sperimentazione del gesuita
inglese per la nostra poesia del Novecento, se da un lato la si può evincere
dall’influsso esercitato su poeti anche molto distanti da Raboni, e fra loro
assai dissimili, come (per limitarci all’ultimo scorcio del secolo) Ermanno
Krumm e Lello Voce, dall’altro torna a ribadire la funzione svolta da quello
che Maria Corti, data la caratteristica smemoratezza nazionale, avrebbe potuto
definire un «fantasma». È difatti allo stesso Augusto Guidi, già
precedentemente convocato come uno degli artefici della diffusione del sonetto
elisabettiano, che si deve, già a partire dal 1942 (e poi con la seconda
edizione del ‘52, e infine con la terza del ‘65), la prima silloge di poesie di
Hopkins apparsa in Italia.
82Jacques
Lacan, Le séminaire. Livre XXIII. Le
sinthome. 1975-1976, Seuil, Paris 2005, p. 95. Non c’è individuo della
sezione Altri sonetti che non denunci
apertamente questa sovrapponibilità degli schemi. Ma in alcuni casi il gioco
appare ancora più scoperto, mettendo a giorno un’autentica coazione alla
moltiplicazione (e al camuffamento) delle strutture sintattiche e formali. Si
legga il sonetto 11:
O cari infinitamente, spariti
dal tempo, non dai sogni, precursori
nostri nelle tenebre, voi se fuori
del buio c’è ancora buio o a più miti
consigli lo riducono i bagliori
senza gloria, gli stenti intirizziti
aculei d’un’alba (e, ascoltando, arditi
bisbigli) voi soli potreste, a onore
d’un altro vero, dirci, amate teste,
torsi venerati, e non dite mai,
mai! perché sia intera la libertà
del nostro arbitrio, perché non celeste
ma cieca e folle e sanguinosa sia
intanto, nell’orto, qui, l’agonia.
L’intero sonetto è in questo caso (non raro, si diceva) risolto
in un unico periodo, fra l’altro smembrato da una girandola di subordinate e
incidentali; sicché, ad esempio, il pronome con funzione di soggetto
voi, anticipato dal protratto vocativo,
appare al v. 3 prima di essere immediatamente ingolfato in una serie di
subordinate (l’ultima addirittura a incastro), per poi riaffiorare al v. 8
finalmente col suo predicato verbale, frantumato però sùbito in un iperbato,
cui conseguono altri vocativi che preludono all’apparizione fulminante di una
coordinata che smentisce, prima ancora che si compia, l’azione stessa... A
seguire poi l’andamento delle rime (ABBABAAB-CDDCEE), al di là dell’imperfetta
di B4 (onORE), se balza agli occhi (alle orecchie) l’assonanza tonica cui si
riduce la rima D (mAi-libertÀ), proprio quello che parrebbe una sorta di
conseguenziale risarcimento fonico (la veemente duplicazione
dell’avverbio).induce a sospettare che la vera gabbia formale traligni il verso
(quasi ogni rima è risucchiata in un vistoso enjambement), al punto da
stagliare con una solennità inattesa l’unico verso dove metro e sintassi
perfettamente coincidono, e come se non bastasse in un giambo (v. 13). Le due
possibili «esecuzioni» del sonetto, quella tutta esitazioni della sintassi
(smentita a sua volta da una punteggiatura anomala, neumatica), e quella tutta
pause del metro (esitazione su esitazione), appaiono dunque sostanzialmente
bilanciarsi, creando quella «sintassi in divenire», quella «grammatica dello
squilibrio», che contribuisce, per dirla con Deleuze, alla realizzazione del
grande progetto della letteratura come impresa di salute: far nascere «la
lingua straniera nella lingua» (G. Deleuze, Critique
et clinique, 1993 [trad. it. di A. Panaro,
Critica e clinica, Milano, Cortina, 1996, pp. 146-147). Ma non
basta: i piani, si diceva, si moltiplicano, e un’ennesima possibile lettura
s’impone in virtù dello schema rimico dei terzetti. Se difatti Raboni
sperimenta in questa raccolta tutte le possibili disposizioni delle rime nella
sirma (privilegiando gli schemi a rime alterne, 5 in questa sezione e 2 nella
prima, e a rime retrogradate, 4 in questa e ben 7 nella precedente), occorre
dire che in Altri sonetti lo schema
più diffuso (7 occorrenze) è quello che appare in questo sonetto (CDDCEE), che
finisce, in virtù della forza epigrammatica del conclusivo distico baciato, col
fare intravedere in filigrana, a dispetto della spaziatura, la struttura della
forma elisabettiana (vistosissima in 15, dove la rima A
[dA-novitÀ-cittÀ-eternitÀ] e la supposta rima C [sguscerÀ-qua] coincidono, e
dove la rima B [stENTA-macilENTA-invENTA-perENTA] e la D quasi [niENTE-gENTE]).
Il sonetto schizofrenico è innanzi tutto un sonetto proteiforme.
83Vi è
naturalmente un precedente, caudato, pascoliano,
Benedizione (in Myricae).
84Apparse a Parigi nel 1978, le «rimailles»
(come le definiva lo stesso Beckett) parrebbero aver sollecitato alcune delle
strategie in minore dei Sonetti di
infermità e convalescenza (andamento sentenzioso da massima barocca,
improvvisi lampi umoristici, lallazione del ritmo, persecuzione della rima che
tende a vibrare in pause innaturali; per cui si veda G. Frasca,
Introduzione a S. Beckett,
Le poesie, Torino, Einaudi, 1999, pp. XLIX-LII).
85Theodor
W. Adorno, Ästhetische Theorie, 1970
[trad. it. di E. De Angelis, Teoria
estetica, Torino, Einaudi, 1977, p. 55].
86E in
Campana, naturalmente (si pensi alla Petite
promenade du poète), autore in buona sostanza snobbato dal canone plurale,
magari in quanto esempio della «strenua assolutezza lirica» su cui si era
autodefinita, dalla Parola innamorata
(1978) in poi e in chiara funzione antiavanguardistica, quella cosiddetta linea
«neorfica» per la quale Raboni, fatta eccezione per la poesia di Milo De
Angelis, non nutrì particolare simpatia (G. Raboni,
Poeti del secondo Novecento, cit., p. 249). Eppure Campana, col suo
alternare, a volte intrecciare, misure tradizionali e versi liberi, «prose
poetiche» e «novelle poetiche», parrebbe non lontano, almeno sulla corda
dell’inquietudine formale, dalla non-monumentalizzazione
della poesia che si fa.
87G. Raboni,
Caproni: la follia che uccide Dio
e l’allodola, «Tuttolibri. Supplemento a la “Stampa”», 22 maggio 1982, ora
in PSF, p. 144.
88G.
Deleuze, Critique et clinique, cit.,
pp. 143-144. Ne è un ottimo esempio il terzo individuo della serie:
L’ordine di non avere
un solo pelo più in basso
del mento fa come un sasso
raccolto al mare o la cera
d’un santo in un buio basso
lividamente a giacere
sotto vetro fra preghiere
il corpo che a passo a passo
liberato sul più bello
dall’odiosa sincronia
di percezione ed evento
per l’interporsi del lento
flap della preanestesia
va spensierato al macello.
Difficile innanzi tutto non avvertire, in virtù dello
scanzonato ritmo ottonario, il cristallizzarsi di una memoria, addirittura
personale (di poeta e di remoto lettore del «Corrierino»), dianoeticamente
(avrebbe detto Beckett in Watt)
divertita (non «Belle rose porporine» o «Bella guancia che disdori» ma «Il
signor Bonaventura...», «Sor Pampurio arcicontento...»). Impossibile anche non
avere immediatamente la tentazione di confrontare questo andare al macello del
corpo «spensierato» con la marcia eroicomica, tutta anchilosi e difficoltà
articolatorie, che si canta in «à peine à bien mené», che è per l’appunto
un’esemplare mirlitonnade
beckettiana; e addirittura ineludibile il desiderio di mettere immediatamente a
esergo di questo sonetto la quartina-manifesto che principiava, con sfacciata,
alla lettera, omofonia e squilibrio pausativo, quella raccoltina («en face / le
pire / jusqu’à ce / qu’il fasse rire»). Anche qui, difatti, alla messa in crisi
dell’andamento sintattico, al solito risolto in un unico periodo (per cui il
soggetto illocutorio, con la perentorietà della sua illocuzione, è al primo
verso, il predicato verbale al terzo e l’oggetto, soggetto poi della relativa
che gli fa compiere, solo dopo
l’apposizione che lo anestetizza, l’azione cantata dai terzetti, all’ottavo),
corrisponde una perseguita tensione isofonica che, disattesa solo
dall’imperfetta A2, riequilibrata però dal consonantismo con A3 (CERa-giaCERe),
giunge in sede rimica all’equivoco (B1-B3, e alla quasi omofonia di B4), e
nella conduzione «filastroccata» dei versi invece a un’armonizzazione a tutto
campo (L’ORdine di nOn aVERE / un SOLO PELO Più in BASSO / del MENTO fa COme un
SASSO / raCCOLtO al MAre o la CERA / d’un SANTO in un Buio BASSO / lividaMENTE
a giaCERE / SOttO VEtRO fra preghiERE / il CORpO che a PASSO a PASSO...»). E
sarà proprio da questo corpo reso a forza glabro e «spensierato» che deriverà
l’esile soggetto, convocatore di bisbigli di fantasmi, e quasi pronto a sparire
con essi, di Quare tristis.
89Cui
naturalmente non sarà estranea la lezione anche dell’ultimo Rèbora (se i
Canti dell’infermità traspaiono nel
titolo della sezione come una sinopia), e della sua «poesia che continua, incorpora e pronuncia il silenzio» (G. Raboni,
Modernità di Rèbora, cit., p. 27).
90Interrompendo
l’immagine memoriale (materna), a sua volta invocata per porre fine a un sogno
e alla sua «oscena materia del buio», poi d’improvviso solidificata nel
trasalimento di una mano che per davvero «sfiora» (difficile non pensare allo
straordinario ultimo teledramma beckettiano,
Nacht und Träume), e interrompendola sulla perentorietà del
trisillabo «più niente», Raboni non ricorreva alla figura dell’aposiopesi ma
segnava piuttosto il limite estremo della sua adesione alla forma (e della
«comunione dei vivi e dei morti» cui questa rimanda). Se, insomma, il sonetto
si era offerto come congegno privilegiato della commistione dei tempi che
consente alla poesia di farsi sapere
(cioè il feedback, a suo modo fortiniano, fra memoria e speranza), il
perentorio futuro che nega ogni altro futuro con cui l’immagine s’arresta
(«...Sfiora // allora davvero una mano il mio / corpo assiderato e di colpo so
/ d’averti chiamata e che non saprò / più niente»), lasciando per l’appunto
gelidamente irrelato quel «mio» che si sottrae al
suo «corpo», prefigura la diserzione dei fantasmi tematizzata dalla
poesia posta sulla soglia di Barlumi di
storia (Smettila, hai capito? di
immaginarci), dove pure ritorna «in primissimo piano», nella «luce / che da
rosa si fa viola», l’immagine di una «mano d’adulto». Nell’esortazione che
rivolgono al poeta gli attori memoriali («non volere dal tempo / quello che il
tempo non potrà non darti»), si riflette il senso dell’abbandono della forma
(al futuro anteriore) del sonetto.
91Vistosissimi
gli enjambements, e a maggior ragione quelli strofici, sicché, per limitarsi ai
soli sonetti elisabettiani, lo stesso distico finale, oltre ai vari passaggi
fra quartetti, come notava Natascia Tonelli, «viene di solito prescelto come
sede di continuità versale ad annullare le partizioni metriche» ((N. Tonelli,
Aspetti del sonetto contemporaneo, cit.,
p. 43). Basti pensare che, con l’eccezione di quello che chiude il sonetto
ventisei, l’unico couplet per davvero sintatticamente isolato (addirittura
preceduto dai due punti, e dunque con forte connotazione epigrammatica) si
legge nel quindicesimo individuo («si celebra al netto d’ogni lamento / la
cerimonia del disfacimento»).
92Cui
va aggiunto l’uso delle sdrucciole con funzione di rima, segnale esplicito
della cantabilità «melodrammatica» eletta dall’intera raccolta.
93Una
straordinaria rima equivoca contraffatta, e straordinaria soprattutto per la
pregnanza di senso che vi si nasconde (quasi vi fosse stato criptato il tema
tutto dell’intera raccolta), si può leggere nel couplet del sedicesimo
elisabettiano della terza sezione (Non
sono poi così incerti i confini); «VIVIAMO» in rima sontuosa con «viVI VI
AMO», però, non è solo un’insegna di eccellenza, anzi non lo è per nulla. Se
l’invito a vivere che chiude il sonetto perimetra un luogo che non sta nei
piccoli confini di un idiosincratico ma friabile mondo («ma è più // facile non
farcela, è più probabile / che l’asfalto ci inghiotta»), che non è altro che la
zona di Milano intorno a Porta Venezia (attraversata e riattraversata, nel tempo
non solo nello spazio, in tante poesie, e in tutte le
prose inserite da Raboni nelle sue raccolte, a partire da quella
che apre Versi guerrieri e amorosi),
allora la rima equivoca contraffatta non solo racchiude in altri confini
un’altra comunità, quella «dei vivi e dei morti» («Ah, stiamo qui, viviamo, /
papà, mamma! dove vivi vi amo»), ma riconosce senz’altro nel sonetto (nei non
tanto «incerti» confini della sua forma) la cartografia dove tutto ciò diviene
possibile. È in questo senso che il sonetto schizofrenico di Raboni svolge la
sua funzione di «ricevitoria del lutto».
94Basti
pensare alla sequenza rimica B del primo individuo della raccolta (
Tanto difficile da immaginare), dove
basta si scempia nel successivo
sta (in arsi) e si riconfigura nella coppia
festa-desta, ma con una serie di
espedienti armonizzanti di notevole efficacia:
basta recupera in atona la vocale necessaria nella clausola da cui
si espone («ma se basta», che fra l’altro il parlato renderebbe: «ma
se-basta»); sta, invece, ottiene lo
stesso effetto con l’ausilio della precedente tonica («vedErlo, sta»). D’altra
parte, non occorre altro che analizzare più da vicino l’intero quartetto
(limitandosi, fra l’altro, a questo), per accorgersi che quanto il sonetto
ancipite disattende della compostezza del congegno viene abbondantemente
risarcito dall’orchestrazione delle figure foniche: «TAnTo DiffIcile DA
iMMAginARE / DAVVERO, il PARADIso? MA se BASTA / CHIUDere gli oCCHI per
VEDERLO, STA / lì DIETRO, DIETRO le PALPEbre, PARE...».
95Jean-Luc
Nancy, À l’écoute, 2002 [trad. it. di
E. Lisciani Petrini, All’ascolto,
Milano, Cortina, 2004, pp. 34-35]: «Il soggetto dell’ascolto, o il soggetto
all’ascolto (ma anche quello che è “soggetto all’ascolto” nel senso in cui si
può essere “soggetti a” un malanno, a un’affezione e a una crisi), non è un
soggetto fenomenologico, cioè non è un soggetto filosofico, e anzi, in
definitiva, non è forse un soggetto, ma il luogo della risonanza, della sua
tensione e del suo rimbalzo infiniti, l’ampiezza del dispiegamento sonoro e la
ristrettezza del suo simultaneo ripiegamento – attraverso cui si modula una
voce nella quale vibra, ritirandovisi, la singolarità di un grido, di
un’invocazione o di un canto».
96Così
nel sonetto successivo, Eroi dispersi,
non più o non ancora. È del resto attraverso questa ricezione imperfetta, e
sempre disturbata, di voci fioche, che il «soggetto all’ascolto» conduce il suo
febbrile, ma «a vuoto», «corpo a corpo con il virus dell’oblio»
(Numeri sbiaditi o divelti, rete, vv.
13-14).
97Non
era del resto con una «mano» che stava «già toccando la manopola di bachelite
della radio» che si chiudeva la prosa incipitaria di
Versi guerrieri e amorosi?
98Questa
fragrante immagine, che equipara il soggetto ai transfiniti di Cantor (e che
finisce con l’essere una definizione adeguata del concetto stesso di forma), si
legge nel penultimo verso dell’undicesimo sonetto elisabettiano.
99Per
comprendere come funziona la camera d’eco di questo
io-bisbiglio, si legga il decimo sonetto della prima sezione.
«Digli qualcosa, pensa che è venuto
solo per te» sentivo in un bisbiglio
dirgli qualcuno. Ma se ero io
a essere, da quando ero lì, muto
non sapendo chi di noi due era il figlio,
chi domandava e chi chiedeva aiuto,
chi era la copia, il sosia, il sostituto
dell’altro... Che strano, buffo scompiglio
in quella stanza sul cortile dove
siamo morti un po’ tutti, prima uno
poi l’altra e poi chissà e non sai se piove
o nevica, se è ancora il ‘51
o è già il ‘53, se il sogno è dove
ci siamo tutti o non c’è più nessuno.
L’immagine memoriale, al solito acustica, è un’esortazione,
appena bisbigliata, con cui un soggetto indefinito invita a dire, a dire
qualcosa; l’oggetto di questa esortazione, come esplicita il quinto verso, è il
padre malato, e al contempo, nel paradossale rovesciamento dei ruoli familiari
che si esperisce sempre quando un genitore diviene da accudire (e ancora di più
quando lo si accompagna alla morte), lo stesso figlio, allora «muto» come il
padre, ma che adesso, qui per noi, per davvero
dice «qualcosa», una volta ritornato a riascoltare quel
«bisbiglio». E dice qualcosa, quel figlio così incerto del suo ruolo,
rimanendosene muto di faccia a qualcuno che a sua volta è venuto proprio per
lui, e che se ne sta muto, almeno fino a quando il congegno del «sonetto
all’ascolto» non lo indurrà a dire, e dirsi: «digli qualcosa».
Conseguenzialmente, la rima B dell’ottava orchestra una pseudo-irrelata (con un
procedimento simile a quello che si è visto in opera nel primo sonetto), che è,
neanche a dirlo, la parola «io», addirittura balbettata nel verso che la pone
in esponente (due dialefi tesissime in quel «ma se ero io» che prelude
all’ingresso del «soggetto» che si porrà all’ascolto), e poi risucchiata, ma
come per mutilazione più che per assonanza, nella sequenza «bisbiglio-figlio-scompiglio»
(l’«io», come eco del «bisbiglio» che lo riattiva, è sempre una mutilazione,
nel transito generazionale, della parola che qui lo contiene, «figlio», e una
dolorosa e banale dispersione, «scompiglio», di quanto lo ha contenuto). La
memoria «che non si sfama mai», allora, non è tanto un riandare a frequentare i
propri ricordi, pietrificati e insulsi né più né meno delle commemorazioni dei
fatti della storia. È piuttosto un tornare ad ascoltare voci che non si sono
ancora dissolte, che hanno insomma ancora per chi essere dette, per il semplice
fatto che tornano sempre puntualmente a dirsi, allo stesso modo, o con la
stessa modulazione interiore, per tutti. E quando l’
io-bisbiglio scopre che «in quella stanza sul cortile», ci fosse o
non ci fosse quel cortile, e fosse o non fosse una stanza, «siamo morti tutti»,
non fa altro che, osservandosi, osservarci, e contarsi, e contarci, per «uno»
(sia o non sia stato quel «’51» l’evento che ci ha via via reso la camera d’eco
dove prima o poi risuona «nessuno»).
100Esemplare
il nono sonetto della prima sezione, «Caduto
in A.O.», certo perché no.
101Si
pensi già alla seconda sezione di Quare
tristis, le Stanze per la musica di
Adriano Guarnieri, da cui si sono tratti i versi citati.
102Che
svolgono qui, e il fatto non è privo di importanza, la stessa funzione
assegnata nelle precedenti raccolte alle prose. Anzi, si potrebbe dire che un
esplicito richiamo tematico, quello per l’appunto del riattraversamento (nel
tempo e nello spazio) dei luoghi in cui Raboni ha vissuto (Porta Venezia e
dintorni), che sono poi gli stessi luoghi in cui sorgeva il lazzaretto della
peste descritta da Manzoni, lega il poème
en prose iniziale di Versi guerrieri
e amorosi (dove è il fantasma del padre a rianimare, attraversandolo in
tram, quello stesso percorso), la Piccola
passeggiata trionfale della raccolta successiva e questi endecasillabi
sciolti (a cesura sintattica, come quella dei sonetti) dove riaffiorano
spettrali, nelle «bolge» attuali del corso brulicante «di commerci frenetici»
(Buenos Aires), i resti «d’un antico ricetto di sventure» e un ben più
personale «luogo / d’abominio e salvezza», un «cinemino / di puttane a poco
prezzo da poco / redento in supermarket». Questa tematica, a ben vedere, più
che replicarsi nelle due prose (più decisamente narrative) della raccolta
successiva, finirà col condensarsi nella divertita, allegorica
pochade dell’indecidibile direzione dei
due tram circolari di Milano che si canta nella terza sezione di
Barlumi di storia. Da un tram all’altro,
girando in senso inverso, il cerchio si chiude.
103G.
Raboni, Nella poesia di Saba c’è un
mistero: la trasparenza, cit., p. 14.
104G.
Raboni, L’attesa di senso, cit., p.
47.
105G.
Raboni, Quattro tesi sulla poesia
italiana del dopoguerra, «Aut Aut», 55, gennaio-febbraio 1960, ora in
PSF, p. 184.
106G.
Raboni, La «riscoperta» di Ungaretti
nella seconda metà degli anni Settanta,
in Atti del Convegno internazionale su Giuseppe Ungaretti (Urbino, 3-6
ottobre 1979), a cura di C. Bo, M. Petrucciani, M. C. Angelini, E Cardone,
D. Rossi, Urbino, 4Venti, 1981, ora in PSF,
p. 51.
107Si
veda, ovviamente, la Nota dell’autore,
in Giovanni Caproni, Il «terzo libro»,
Torino, Einaudi, 1968, pp. 5-6.
108G.
Raboni, Caproni al limite della salita,
«Paragone-Letteratura», 334, dicembre 1977, ora
PSF, pp. 136-137.
109«Allora,
è cambiato qualcosa?», si chiedeva Raboni recensendo
Composita solvantur e sottolineando la sua nuova attenzione senza
più remore alla poesia fortiniana. «No, in fondo non è cambiato niente, il
poeta che ci viene incontro da queste pagine è il poeta che conoscevamo, lo
stesso poeta che ruvidamente amavo d’un imperfetto amore filiale; siamo
cambiati noi, sono cambiato io che leggo – ma so che sono state anche queste
poesie, queste sue poesie, a farmi cambiare» (G. Raboni,
Fortini: paesaggio dopo le battaglie, «Corriere della Sera», 24
marzo 1994, ora in PSF, p. 262). Ma
una più attenta rilettura di Composita
solvantur potrebbe magari rivelare quanto questa attenzione di Raboni per
Fortini non fosse a senso unico, e come insomma i due poeti si siano nel corso
del tempo, per così dire, «affratellati».
110G.
Raboni, Poeti del secondo Novecento,
cit., p. 193.
111E
soprattutto nei suoi momenti di massima adesione alle forme tradizionali, come
ha notato Natascia Tonelli mettendo giustamente in risonanza
Sonetto e il quarto
Lamento di Caproni (N. Tonelli, Aspetti
del sonetto contemporaneo, cit., pp. 136-137).
112G.
Raboni, Fortini: paesaggio dopo le
battaglie, p. 261. E si ricordi, per illuminare le ragioni di questo
gustatissimo ossimoro, oltre al passo da Poesia
e antagonismo citato nella nota 75, la lettera di Fortini a Pier Vincenzo
Mengaldo, nella quale questi rivendicava di avere sempre sottolineato «la
contraddittorietà organica della forma (nel caso, poetica) ossia la sua
attitudine a essere tanto strumento di liberazione – o meglio: proposta,
“spettro” di essa – quanto sua illusione» (in P. V. Mengaldo,
La tradizione del Novecento, Milano,
Feltrinelli, 1975, p. 404).
113«Per
non avallare il presente, che gli ripugna (e dunque, fra l’altro, per non
accettare di rivolgersi, come tutti i poeti moderni, soltanto a se stesso),
Fortini immagina (vuole immaginare) di rivolgersi ai posteri che, in un futuro
liberato, leggeranno i suoi versi. [...] Fortini, in un certo senso, diventa
egli stesso quei posteri: ne prefigura e ne adotta il punto di vista; ne
dissimula il distacco, il raccapriccio, l’ironica comprensione, la fredda
pietà» (G. Raboni, Ma il futuro abita qui,
«Il Messaggero», 29 maggio 1984, ora in PSF,
p. 259).Queste stesse considerazioni, dunque, vanno poste all’origine delle
forme al «futuro anteriore» praticate da Raboni a partire da
Versi guerrieri e amorosi.
114A
proposito di una variante del «tema del cortile», il «tema del “pranzo con
amici”, scriveva Mengaldo nella sua lettera a Fortini:
«Per un giovane capo e I
ricongiunti sereniani, nell’analogia del motivo della comunione spirituale
che deve o vuole dichiararsi ostensibilmente, raffigurato nella tavolata, e
anche (in te più implicitamente) della comunione di vivi e morti, si
differenziano a fondo almeno per questo: che in Sereni il presente simbolico è
sentito come ripetizione e commemorazione del passato, e perciò anche,
indipendentemente dalla presenza di un revenant,
cerimonia funebre; in te come attesa di morte che tuttavia è anche proiezione
nel futuro, un futuro che può ricollegarsi al passato, non solo personale, e
inverarne sia pure tragicamente la “speranza”» (P. V. Mengaldo,
Lettera a Franco Fortini sulla sua poesia,
1980, ora in Id., La tradizione del
Novecento. Nuova serie, Firenze, Vallecchi, 1987, p. 390). Questo stesso
tema, apparentemente «cerimonia funebre», in realtà, come si è visto,
«proiezione nel futuro» performativo, attraversa tante poesie raboniane (per
cui si veda la precedente analisi di Digli
qualcosa, pensa che è venuto di Quare
tristis).
115E
comune, fra l’altro, anche all’ultimo Montale (si veda G. Raboni,
Poeti del secondo Novecento, cit., p.
231).
116Ivi,
pp. 212-213. Quel continuo uscire dalla forma e rientrarvi per tornare a
negarla (come se così, con un’estensione del paradosso del cretese, si potesse
in essa fare emergere la vita), con cui Pasolini regolò a mano a mano i conti
con la poesia e col romanzo (non già, e la circostanza andrebbe sottolineata,
con il cinema); quell’assunzione in proprio dell’opera nel suo complesso come
trampolino di un ruolo (di testimonianza, di controcanto, di denuncia), con cui
Pasolini divenne Pasolini, e che
tanto piacque a chi all’epoca lo seguì per scorciatoie, e tanta ancora oggi
frenesia invasa nei critici più golosi del «caso», non poteva non destare in
Raboni un sospetto, che non disperse mai però l’attenzione (talvolta cauta ma
comunque partecipe) all’opera, di «ambiguità» perseguita razionalmente.
«Dichiarando la propria ambiguità esistenziale e ideologica – come quando si
proclama, insieme, marxista e cattolico, autodenunciando lo scandalo di
contraddirsi e, al tempo stesso, rivendicando la libertà di contraddirsi –
Pasolini razionalizza l’ambiguità stessa, sottraendola, per così dire, al suo
luogo originario, cioè alla naturale polisemia del linguaggio poetico. Egli
opera così una sorta di compensazione, di travaso: estrae ambiguità dalla forma
per immetterla nel contenuto; assume su di sé, sulla propria persona di poeta,
l’irrazionalità che appartiene al linguaggio poetico. In questo senso egli
agisce, certo, come un poeta “civile”, ma si potrebbe anche dire che sceglie
per sé la parte della vittima sacrificale, accettando di espiare, o perlomeno
di confessare, il comune “peccato” dell’irrazionalità» (G. Raboni,
Razionalità e metafora, in
Pier Paolo Pasolini. «Una vita futura»,
a cura di L. Betti, G. Raboni e F. Sanvitale, 1985, ora in
PSF, p. 296).
117G.
Raboni, Poeti del secondo Novecento,
cit., p. 232.
118Si
pensi alla sezione Fuori catalogo di
Segnalibro (1982). Per la coazione,
attraverso la ripercussività allitterativa, al quattrocentesco bisticcio (ma
anche all’asticcio) nei sonetti di Sanguineti, si veda N. Tonelli,
Aspetti del sonetto contemporaneo, cit.,
pp. 74-76.
119Il
riferimento, ovviamente, è al Novissimum
testamentum del 1986 (si veda G. Raboni,
Poeti del secondo Novecento, cit., p. 232).Per quanto poi questa
frammistione fra le forme codificate della tradizione e la «colloquialità
spastica praticata da un io miniaturizzato e pervasivo, autoparodico nella
messa in scena di sé» (Niva Lorenzini, Reportage
sulla poesia, in Ead., G. Giovannetti, Le
parole esposte. Fotostoria della poesia italiana del Novecento, Milano,
Crocetti, 2002, p. 101), si debba a quella stessa «ironia stilistica» che
Sanguineti aveva «per tempo perfettamente definito», e per l’appunto «a
proposito di Gozzano», si veda A. Cortellessa,
Morire per Sanguineti,
«il verri», 29, ottobre 2005, pp. 96-98.
120G.
Raboni, Zanzotto: l’oltraggio, la
salvezza, «Paragone-Letteratura», 222, agosto 1968, ora in
PSF, p. 310.
121N.
Lorenzini, La poesia italiana del
Novecento, Bologna, Il Mulino, 1999, p. 153.
122G.
Raboni, Nel bosco di Zanzotto,
«Rinascita», 16 marzo 1979, ora in PSF,
p. 313.
123Il
periodo in cui cade la recensione a Galateo
in Bosco è, si badi bene, lo stesso in cui si assiste, nelle pagine
critiche raboniane, all’apparentemente inattesa riemersione di Ungaretti,
nonché al ripensamento sulla funzione del «declamato astratto» fortiniano, che
da Foglio di via sarebbe giunto a
innervare lo «“staccato” ironico-sapienziale di non pochi e non secondari testi
di Una volta per sempre e Questo muro»
(G. Raboni, Temi resistenziali e «stile di traduzione»
in Foglio di via, in «Paragone», 360-362, febbraio-aprile 1980,
ira in PSF, pp. 256-257).
124G.
Raboni, Introduzione a Patrizia
Valduga, Quattordici sonetti,
«Almanacco dello Specchio», 10, Milano, Mondadori, 1981, ora in
PSF, p. 377. Anche sul piano delle
elezioni sintattiche e lessicali, molte delle caratteristiche che si sono riconosciute
nella doppia esecuzione del sonetto raboniano parrebbero per davvero
prefigurate dalla «viva, vivissima [...] lingua» in cui i sonetti di Valduga
«si scrivono, vengono scritti» senza escludere nulla, «né la verticalità
preziosa e sin erudita [...] né, per contro, l’orizzontalità dell’esilarante e
atroce parlare quotidiano» (ivi, p. 378).
125E
invece, scriveva Raboni nel 1986 a proposito di Montale, «non sempre i poeti
più anziani influenzano i più giovani; può anche accadere il contrario» (G.
Raboni, Il poeta innamorato fa il verso
dimezzato, «Europeo», 1° novembre 1986, ora in
PSF, p. 66).
126G.
Raboni, Per il verso giusto,
«Europeo», 16 febbraio 1990, ora PSF,
cit., p. 364.
127G.
Raboni, Nella poesia di Saba c’è un
mistero: la trasparenza, cit., p. 14.
128G.
Raboni, Isolato nella melodia, «Il
Messaggero», 27 maggio 1986, ora in PSF,
p. 89.
129Ma
occorrerebbe ricordare anche le «partiture
per metronomo» di Cacciatore (G. Raboni, Cacciatore:
torna la poesia del silenzio, «Corriere della Sera», 2 dicembre 2003, ora
in PSF, p. 267).
130Come
si esprime, a proposito di Cento quartine
e altre storie d’amore (1997), lo stesso Raboni nelle uniche pagine inedite
della raccolta curata da Andrea Cortellessa (
PSF, p. 380).
131È
esattamente questo il modo in cui funziona l’io-bisbiglio
di Quare tristis,
sempre sollecitato da un’intrusione (basta dare anche una rapida occhiata ai
versi incipitari) nella camera d’eco del «sonetto all’ascolto». Nel caso
dell’individuo da cui si è tratto il titolo di questo lavoro, il gioco diventa
tanto scoperto da poterlo considerare una sorta di illustrazione del
procedimento. Si parte da un errore di lettura (un guasto) con cui la vista
affievolita del «soggetto all’ascolto» («che s’inneva // per troppa luce e va a
picco se regna / o incombe la notte»), trasforma l’«insegna» di un’innocua
ricevitoria del lotto in un bisbiglio coattivo che dà il via al meccanismo. Non
si tratta di un semplice lapsus (Versprechen),
ma di uno di quei «lapsus programmati» nella cui «radiosa trasparenza» Scialoja
occultava «i bozzoli e le spoglie di tutte le angosce, di tutti i terrori» (G.
Raboni, Prefazione a T. Scialoja, Poesie 1961-1998, cit., p. 362), dal
momento che sùbito la mente «solleva dubbi» e lavora per ripristinare la
comunque dichiarata impossibile «lezione corretta», con un rallentamento tale
da rimandare alla più complessa dimenticanza (Vergessen) dei nomi propri, di cui il sonetto tutto inscena (ed è
questo il suo teatro da camera) il meccanismo psichico. Con la stessa inattesa
frenesia (la mente «fa leva / sulla norma, congettura, s’ingegna...») con cui
il dottor Freud (con il suo tarlo mortuario in testa) e il suo compagno di
carrozza fra Dubrovnik e un’ignota località dell’Erzegovina si erano scambiati
i vuoti a perdere dei perturbanti sinonimi di una parola che non giunge (è il
famoso episodio «Signorelli» riportato nella lettera a Fliess del 26 agosto
1888, e poi confluito nella Psicopatologia
della vita quotidiana), questo sonetto prende il via, direbbe Lacan, dal
«modo d’inciampo» che presuppone già, in una certa misura, il «prodursi» di ciò
che si presenterà come una «trovata» (J. Lacan, Livre XI. Les quatre concepts fondamentaux de la psychanalyse (1964),
1973 [trad. it. di G. Contri, Libro XI. I
quattro concetti fondamentali della psicoanalisi (1964), Torino, Einaudi,
1979, p. 26).Ciò che la vista indebolita legge, è anche in questo caso il
bisbiglio che in prima battuta dovrà dirsi
il lettore, cui si chiede non solo di essere responsabilmente tale
«ricevitoria» (non è questo il suo ruolo da quando ha cominciato a leggere, e
magari a domandarsi, Quare tristis?)
ma di entrare a pieno titolo, data la natura conversevole della forma, nel
gioco del meccanismo psichico e della sua «contagiosità» («In una conversazione
tra due persone», notava lo stesso Freud, «basta sovente che una dica di aver
dimenticato questo o quel nome per farlo uscire di mente anche all’altra»;
Sigmund Freud, Zur Psychopathologie des
Alltagslebens, 1901 [trad. it. di
C. F. Piazza, M. Ranchetti, E. Sagittario Psicopatologia
della vita quotidiana, in Opere
1900-1905, Torino, Boringhieri, 1970, p. 90]). Il rallentamento della
forma, però, mette in scena in questo caso il seppellimento (comunque
impossibile) di ciò che il lapsus ha dissepolto (la mente, esattamente all’opposto
di quanto in quell’occasione aveva fatto Freud per poter infine incrociare le
orbite vuote di Herr Tod, «s’ingegna
// a otturare con più terra le fosse / e a soffiare sui ceri in sacrestia»),
rivelando così la sua natura di congegno atto non solo a raffreddare il
pensiero (e a de-sublimarlo), ma a garantire, scavallando il tempo, la
trasmissione stessa del sapere, cioè la messa in circolo di quello stesso
pensiero una volta opportunamente immerso nella soluzione refrigerante in cui
s’indistinguono la memoria (e il suo lutto,
che è fedeltà a un evento) e la speranza (con l’alea della sua lotteria).
132Paul
Valéry, Cahiers, I, édition établie,
présentée et annotée par Judith Robinson, Paris, Gallimard, 1973. Con un giro
di pensieri non dissimile, Raboni proponeva già nel 1962, come ha
opportunamente segnalato Cortellessa, di identificare la poesia, quanto meno
quella da fare, «con quel modo di
pronunciare una parola – qualsiasi parola
– che arriva a “mostrarne la corda”, l’anima meccanica, vile, eppure
resistente; la non autenticità e tuttavia la resistenza delle convenzioni
linguistiche, e insieme delle convenzioni sociali, psicologiche, culturali che
stanno dietro ad esse» (G. Raboni, Mostrare
la corda, «Aut Aut», 69, maggio 1962; citato in A. Cortellessa,
La poesia in carne e ossa, cit., p.
395).
Da Per Giovanni Raboni.
Atti della giornata di studi (Firenze, 20 ottobre 2005), a cura di A. Dei e
P. Maccari, Bulzoni, Roma 2006.
Riapparirà nel 2010 in una raccolta di saggi di Gabriele Frasca edita da Liguori.
Marco Ceriani
RABONI, LA MUSICA FERITA DELL'ENDECASILLABO
Problematicamente – e ormai paradigmaticamente – aperto è l’orizzonte di attesa che in questi
ultimissimi anni si sono assegnati i Meridiani. E in maniera più visibile nel
campo della prosa (dove accanto ai classici, con magistero impareggiabile –
sempre! – curati, appaiono anche “venerabili” «campioni merceologici») che in
quello della poesia. Ma anche qui «catafratti nella loro epidermide blu scura»,
come con pungente stilo osserva Siti nella sua curatela di Pasolini, spiccano i
dieci volumi (un vero monstrum) dedicati a colui che fra gli scrittori fu il
più devoto all’«imperfezione», e i cinque più un volume di indici dedicati a
Montale. Poi una sparuta pattuglia, nel campo della poesia, di poeti “aurei” si
sgrana sotto i nostri occhi e a tale riguardo un
merito i Meridiani sembrano condividerlo con le loro origini: quello di
inscrivere costoro, i prescelti, nel «novero dei poeti letti». Essi sono, in
ordine di apparizione: lo splendido Sereni, pubblicato nel 1995 e con grande acribia
ipostatizzato da Dante Isella, quindi a seguire Bertolucci, Caproni, Luzi,
Zanzotto, Giudici e, ultimo ma non ultimo, Raboni. Sette piccoli idoli «catafratti nella loro
epidermide blu scura», di cui quest’ultimo, curato come meglio non si potrebbe da
un nostro studioso di punta, Rodolfo Zucco, è epitome di quei sei precedenti.
L’aver indicato, a chi mi legge, quei due esempi, il pasoliniano e il
montaliano, vuol essere esortazione, per chi guida le sorti di questa
prestigiosa collezione, a considerare per questi sette poeti, o per qualcuno di
essi almeno, Raboni non escluso, e dopo l’omissione ai
danni del Sereni prosatore, le cui prove narrative – relegate in una collana
laterale – sono un vertice assoluto dell’intero Novecento, l’opportunità di un’aggiunta,
o d’un addendo, dedicato segnatamente alle loro scritture altre.
Perché un avvio così eccentrico e oggi poi che
abbiamo davanti agli occhi il monumentale volume dell’Opera poetica di Giovanni Raboni? Già il titolo di questo
florilegio (non d’autore ma dovuto, credo, a Zucco) è una provocazione, se un
fait divers come il libro delle mirabili
Devozioni perverse può figurare
accanto ad altri due segmenti delle prose del Nostro: le saggistiche di
Poesia degli anni sessanta e le creative
della Fossa di Cherubino, queste
ultime, a voler ben vedere, da intendersi come una costola della mediana
Cadenza d’inganno. Significando con ciò
come la prosa in Raboni, davvero ancillarmente, si affianchi alla poesia e la
fecondi, e come sul diarista “intermittente” delle Devozioni
un altro si incisti, quello assai curioso delle cose di
cinema e delle arti figurative, della musica e dei fatti di costume. E davvero
qui l’opus si fa magnum
ed imperviamente scrutinabile. Di queste intersezioni di
prosa e poesia Zucco, da par suo, dà, in più d’una sede, conto col suo
acuminatissimo specillo, ma detto questo siamo solo
alla soglia dei meriti e dei misteri di questo grande libro. A voler accertare
i quali non basterebbe lo spazio angusto di una recensione. Tra
di essi il principale è l’aver voluto, per scrupolo pari alla
sollecitudine filologica, proporre l’A
tanto caro sangue mondadoriano del 1988 nella sua veste integrale,
«epitome» come la soccorrevole formula critica di Zanzotto che a questo
Meridiano premette alcune densissime
pagine recita, e «romanzo diacronico» che staglia “in abisso” il Raboni che fin
lì precedeva – e di questa amorosissima improntitudine dobbiamo esser grati
allo studioso feltrino. Dai tre addendi maggiori che componevano a quella data
la sua storia di poeta – né va dimenticato che già con il confluito nelle
Case della Vetra, a questi ripensamenti
o aggiustamenti di tiro egli poté dedicare la più virtuosa attenzione – Raboni
ricavò la struttura elementare e portante dell’A
tanto caro sangue, le cui «sezioni» o «capitoli», ricomposti
secondo una nuova scansione in numeri ordinali, ricevono da una siffatta
configurazione un ricompattamento metrico e figurale e inedite tonalità già
quasi costrittive, presaghe dell’avvento della forma chiusa, a tal segno forbite,
come per un lavoro di intaglio, che il lettore ha l’impressione quasi di poter
toccare con mano una nuova tenace unità di libro e, nello stesso tempo, assiste
all’ “allontanamento araldico” dei vecchi testi, che si stagliano a una
distanza ascetica come per un parossismo di campi lunghi, sfaldandosi a quel
tavolo di lavoro per effetto d’una lima che li costringe in spoglie, in
scaglie, in nere ardesie, o assottigliati come «bastoni» perché si infilino
«nei loro loculi di noce»: è sempre l’«ottica mortuaria» di cui discorreva
Bellocchio ma qui esplicitata con la massima evidenza folgoratrice in questo
libro «al centro della bolla, nel cuore/ della mappa» dell’impero. Sto
parlando, si badi bene, di un puro effetto ottico. Senza quasi riscrivere una poesia,
se non per minimi aggiustamenti o incruente amputazioni, il risentito moralista
e realista di stampo pariniano o manzoniano che si confronta con l’enigma posto
dall’esistenza degli oggetti, fa subentrare a quella prima incarnazione l’anima
in fil di ferro d’una seconda, sgomenta depositaria d’ombra che trafigge cosa
salda, di incorporeo che legge attraversandolo il corporeo e lo sfronda a
talismano di poche cifre soltanto. Ma anche questo è un inganno, sollecitato dalla
soffertissima partizione (partitura?) raboniana, che lasciando intatto il secco
“giuridico” atonalismo del passato, fa presagire la franta curvatura del
trobar clus della sua vecchiaia estrema.
Come un Bacon che dal figurativo lasci trasudare la più squassante
defigurazione. In questo senso A tanto
caro sangue è
la chiave di volta dell’intero sistema raboniano. E in questo senso il libro è
una «cruna»: ecco un altro mot-clef
dell’autore. Libro-cruna d’ago ma anche libro-cerniera o feritoia. La
transizione che esso registra è, per il passo obbligato dei
Versi guerrieri e amorosi, quella che
porterà allo stupendo dittico dei sonetti, vertice insuperato del Secondo
novecento, se non forse per le due eccezioni – e da questa trinità così
costituita non si esce – degli Strumenti
sereniani e del Galateo zanzottiano,
quello Zanzotto che qui dice, della stagione del Raboni penultimo, con squadra
che magistralmente si attaglia al suo oggetto di indagine.
Testimonia, il sonetto in Raboni, di un versamento
di liquido nello stampo della forma, ma anche di come quel liquido, ribelle a
ogni costrizione, faccia sobillare i suoi enigmi più oltraggiosi: la voce – nel
sonetto inteso parodicamente, compagno d’agonia di un secolo a sua volta
agonizzante – raziona tutte le sue coloriture, distribuendole lungo l’arco
versale, per preparare così l’adempimento della rima. Qui la rima è accidente
che un tale adempimento elude, e solo la voce rimarcandola ce la fa sentire,
ultimo anello di una catena di inciampi. Distonia o dispnea, graffiata
phoné o abrasa che in un rondò
kantoriano sbilica via dal taglio delle cesure, il sonetto in Raboni è macerato
al suo interno da improvvisi del cuore che rammemora e da crepe della voce che
si affatica. Tutti i medicamenti che un secolo magnanimamente luttuoso gli
metteva a disposizione, dal prediletto Hopkins ai
bouts de souffle di Beckett, sono qui adoprati come equanimi
antidoti, filtri seduttivi, talismani da questo poeta di poeti. E se una
assez bonne enseigne possiamo eleggere a sua lode, essa passa per quello sbilicare via,
di cui s’è detto poc’anzi, in sede di rima: ed è «la comunione dei vivi e dei
morti» in sede di rima sdrucciola o imperfetta, ipo o ipermetra, per l’occhio,
scazonte o scalena. Ma chi volesse seguire Raboni in questo suo aspetto legga
il doviziosissimo Zucco, un valente dei cui meriti è impossibile dire con penna
intinta in un inchiostro esaustivo. A soggiungere, per il sonetto raboniano,
d’una vocazione sperimentale che si inoltra fin nella stagione estrema del
poeta (sperimentale come lo è una lima struggentesi su un saggio di pietre o di
metalli), e pur intattamente esordiale, tanto il Raboni ultimo o penultimo si
salda al primissimo, quel devoto dell’atonalità eliotiana. Resterebbe da
dire dei versi per il teatro, aurorali se non si
ricongiungessero in alcuni loro segmenti al Raboni di sempre; delle imitazioni
da ceppi extravaganti: Mallarmé, Apollinaire, Laforgue; dell’infinito regesto
operato in sede di Cronologia da Zucco, una cronologia dallo spettro
documentario amplissimo, che in scorci epifanici commoventi anticipa il Raboni
perversamente devoto; delle quattrocento e più pagine di Apparati critici
(con disiecta membra, pièces refusées,
arti esculcati messi sul tavolo operatorio di una
ostinatissima intelligenza critica); e d’ogni altra infinita risorsa e
strumentazione utile alla migliore intelligenza del macrotesto raboniano. Per
produrre con questo Meridiano un gran volume che non esaurisce tutte le
possibilità offerte da Raboni, ma che tuttavia ne
allerta, per un futuro che ci auguriamo vicino, l’esaustività.
«Stilos», 24 ottobre 2006