AUTORITRATTO
Quando io sono nato, i miei genitori
abitavano in via San Gregorio. Era una casa né vecchia né nuova, credo che
risalisse – come tante altre case in quella zona di Milano – agli anni intorno
alla prima guerra mondiale. Una volta, da quelle parti, c’era la stazione
ferroviaria; credo che dalle finestre di casa mia si vedessero i binari. Ma nel
1932, quando io sono nato, i binari non si vedevano più, non c’erano più: e
dalla finestra della stanza dove dormivo con mio fratello più grande si
guardava su un terreno vago che ricordava la periferia anche se, in realtà, non
eravamo in periferia. Questo terreno vago si animava – soprattutto di
pomeriggio, e soprattutto di sabato pomeriggio – di giochi di ragazzi. Giocavano
al pallone, alla guerra, agli indiani. Forse dovrei dire: giocavamo; mi sembra
molto probabile di aver partecipato a quei giochi, ma non ne ho nessun ricordo
preciso. Quello che ricordo, invece, è di aver guardato altri ragazzi giocare. Erano
giochi deliziosi. Quella finestra è, sicuramente, uno dei luoghi, o meglio
delle situazioni, che mi hanno spinto a voler essere un poeta, a voler scrivere
delle poesie. Per molto tempo ho pensato che una poesia dovesse essere come
quella finestra. Mi sembrava che una poesia fosse un vetro attraverso il quale
si potevano vedere molte cose – forse, tutte le cose; però un vetro, e il fatto
che il vetro fosse trasparente non era più importante del fatto che il vetro
stesse in mezzo, che mi isolasse, mi difendesse. I giochi erano al di là del
vetro, mentre io ero al di qua. Credo che non riuscirò mai a far capire la
straordinaria delizia di questa situazione. Quello che è certo, comunque, è che
quando ho cominciato a scrivere poesie la mia più grande aspirazione era di
ritrovare quel tipo di delizia o, se si vuole, di privilegio. Di ogni poesia
avrei voluto fare un osservatorio difesissimo e trasparente, un osservatorio
per guardare la vita – cioè, forse, per non viverla. Naturalmente, la storia di
quella che io considero adesso la mia poesia comincia dopo; comincia, immagino,
proprio con la negazione, con la rinuncia a tutto questo: la finestra,
l’osservatorio, la trasparenza. Ma la faccenda non dev’essere ancora del tutto
risolta, almeno nel mio inconscio, se ancora pochi anni fa mi è capitato di
scrivere questa poesia dopo averla, credo, almeno in parte, veramente sognata.
Come cieco, con ansia, contro
il temporale e la grandine, una
dopo l’altra chiudevo
sette finestre.
Inportava che non sapessi quali.
Solo all’alba, tremando,
con l’orrenda minuzia di chi si sveglia o muore,
capisco che ho strisciato
dentro il solito buio,
via San Gregorio primo piano.
Al di qua dei miei figli,
di poter dare o prendere parola.
La vera storia della mia poesia comincia con la rinuncia
al sogno di felice autoemarginazione che ha dominato la mia adolescenza e che
appartiene, forse, agli inizi di ogni poeta. È inutile precisare che questa
rinuncia ha coinciso, per me, con l’ingresso nell’età adulta. Piuttosto vorrei
cercare, e non solo per civetteria o per nostalgia, di legare anche questa fase
diversa e più matura della mia poesia e della mia vita al luogo dove sono nato
– alla mia città e, dentro la mia città, alla mia casa. Nel 1821, quando morto,
il grande poeta milanese Carlo Porta è stato sepolto nel cimitero di San
Gregorio. E io vorrei ricordare di sfuggita che proprio con Porta comincia,
nella poesia italiana, quella tradizione lombarda che passa attraverso Manzoni
e arriva fino a Tessa, a Sereni, a Rebora, che credo sia qualcosa di sostanzialmente
diverso da quella che la storiografia dei Novecento intende come “linea
lombarda” – che non ho mai capito bene cosa sia.
Poi, sul conto di
via San Gregorio, c’è stata un’altra scoperta: la scoperta che, per un tratto,
la via dove vivevo coincideva con il perimetro del Lazzaretto – il Lazzaretto
della grande peste di Milano, quella di cui parla Manzoni nei
Promessi Sposi e nella
Storia della colonna infame. Un pezzo
del muro di cinta del Lazzaretto è ancora visibile. Sono convinto che questa
seconda scoperta sia stata, per me, ancora più importante della prima. Grazie
al Lazzaretto, al fatto di essere nato, per così dire, ai suoi margini, credo
di essermi reso conto in un modo concreto, fisico – un modo che nessun libro,
nessuna lettura mi avrebbe consentito – che la mia città non era solo quella
che vedevo, case, strade, piazze, gente viva, ma era anche piena di storia,
cioè di case, strade, piazze che non c’erano più e di gente che non era più
viva, di gente morta. Mi sono reso conto, insomma, che la mia città visibile
era piena di storia invisibile, e che questa storia era, a sua volta, piena di
dolore, di minacce, di paura. Da quel momento, credo, è entrato nella mia
poesia il tema della peste: peste metaforica, si capisce: peste come contagio e
condanna, come circolarità e anonimato dell’ingiustizia. (“L’approdo
letterario”, XXII, n. 77-78 n.s., giugno 1977)
Manzoni deve
esserci, non può non esserci, nelle mie poesie – esserci, è chiaro, come un
tenue, degradato riflesso, o solo come un rimorso. Se non ci fosse, vorrebbe
dire che non ci sono neanch’io, che le mie poesie sono, letteralmente, di
qualcun altro. Ma al di là di questa fede o, se si vuole, di questa petizione
di principio, suppongo che sia possibile rintracciare qualche indizio, qualche
elemento più oggettivo. I temi dell’ingiustizia, della persecuzione, del
processo iniquo, dell’innocenza ingiustamente perseguitata e punita;
l’immagine, esplicita o implicita, della città come teatro della peste, come
contenitore di ogni possibile contagio fisico e morale; il gusto di nominare
luoghi, circostanze e documenti con scrupolosità impassibile e segreta
passione; l’attenuazione, la reticenza e l’ironia usate per rendere
pronunciabili l’indignazione, lo sgomento e la pietà: tutte queste cose (...)
vengono, non ho dubbi, da Manzoni, sono le prove, le stigmate della mia
passione manzoniana, della mia manzonità (o, parafrasando Gianfranco Contini:
le spie d’attività, nel mio sentire e scrivere, della “funzione Manzoni”). Senza
contare, per un eccesso di evidenza, gli omaggi letterali, le citazioni: gli
untori di “Una città come questa” per esempio. (Raboni-Manzoni, Il ventaglio,
1985)
Una città come questa
non è per viverci, in fondo: piuttosto
si cammina vicino a certi muri,
si passa in certi vicoli (non lontani
dal luogo del supplizio) e parlando
con la voce nel naso
avidi, frettolosi si domanda: non è qui
che buttavano loro cartocci gli untori?
Le mie poesie più remote (…) risalgono all’infanzia, all’adolescenza. Sono poesie
scritte intorno agli anni Cinquanta, quando avevo 18 anni, che raffigurano
episodi della Passione di Cristo. Intorno al 1950, quando l’adolescenza stava
diventando maturità sono successe per me delle cose fondamentali. Alla Scala
c’è stata una stagione di concerti stupenda in cui si sono ascoltati tutti i
capolavori della musica sacra, da Vespro
della Beata Vergine fino al Requiem
tedesco di Brahms. Esperienza per me assolutamente fondamentale. Poi si
respirava nel campo letterario, e nel campo della poesia in particolare, quella
voglia di rottura, di uscire dal lirismo degli anni Trenta su cui mi ero
formato. Si sentiva l’esigenza di una poesia più discorsiva, più narrativa, più
dentro la realtà. E in quel periodo, oltre alla straordinaria esperienza della
musica sacra, oltre alle prime esperienze di appassionato di pittura e di
scultura - per cui l’aver visto per la prima volta il portale di San Zeno a
Verona o i bassorilievi di Chartres rientra in questo apprendistato - c’è stata
soprattutto la lettura di grandi poeti anglosassoni, soprattutto Eliot, che in
tutta la sua opera dimostrava la possibilità e l’esigenza di fare poesia
parlando di sé e del proprio tempo, ma attraverso il correlativo oggettivo,
qualcosa oggettivamente già esistente o già raccontato. Tutte queste cose mi
hanno messo sulla strada del Vangelo come fonte di ispirazione, come
possibilità di ri-racconto e di ri-espressione. Poi ho scritto altre poesie in
cui c’è il ripercorrere la narrazione evangelica spiazzandola, inserendo degli
elementi di contemporaneità, facendone anche uno specchio dell’oggi. Era uno
stratagemma, un modo di parlare di me, finalmente, e del mio tempo e di quello
che vedevo intorno a me senza tuttavia ancora espormi a un’esplorazione diretta
della realtà, cioè, appunto, valendomi di un potente correlativo oggettivo che
tanto era già servito nella storia dell’umanità in pittura, in scultura, in
musica. Ecco, questa iniziazione al coraggio di parlare con la mia voce e non
più prendendo in prestito le voci dei poeti che ammiravo e che amavo, credo mi
sia venuta da questa idea di ripercorrere il racconto evangelico con quella
distanza, quella lontananza, quelle diverse angolazioni, quella tendenza a
prendere di sbieco, a inquadrare diversamente e anche, a poco a poco, a
tagliare fuori il personaggio principale e puntare sui personaggi di contorno
come avevo imparato dai grandi modelli del passato.
E’ stato poi importantissimo
il fatto di scoprire la città come metafora, diciamo, come metafora della vita,
come contatto con tutto quello che l’esistenza offre di problematico, di
inquietante, di esaltante. E sono diventato a quel punto, dopo esser stato, nei
primi anni di scrittura poetica, un… un ri-raccontatore di storie già
raccontate, sono diventato un poeta di storie urbane, di racconti legati alla
città, ai suoi problemi, ai suoi drammi, alle sue inquietudini. È il periodo
che probabilmente ha segnato definitivamente la mia personalità di scrittore e
di poeta. (Lo stratagemma della Passione,
in Le parole del sacro. L’esperienza
religiosa nella letteratura italiana, Atti del convegno, S. Salvatore
Monferrato, 8-9 maggio 2003)
Cinema di pomeriggio
Quasi sempre a quest’ora
arriva gente un po’ speciale (però
di buonissimo aspetto). Chi si siede
ma poi continua a cambiar posto,
chi sta in piedi, sul fondo della sala, e fiuta,
fiuta rari passaggi, la bambina
mezzo scema, la dama ch’entra sola,
la ragazza sciancata… Li guardo per sapere
che storia è la loro, chi li caccia. Quando
viene la luce penso come il cuore
gli si deve contorcere cercando
d’esser salvo più in là, di sprofondare
nel buio che torna tra un minuto.
Ecco, un esempio di... di poesia
urbana, insomma di poesia in cui l’inquietudine della vita di una grande città,
le sue stranezze, i suoi aspetti anche sordidi, a colte, le sue figure di
emarginati, di infelici, di spostati eccetera, prende, direi, prende il primo
piano, ecco. È di nuovo, se si vuole, un modo di raccontare se stessi
attraverso altro, attraverso quello
che c’è intorno a noi. Ancora in quegli anni – siamo alla fine degli anni ’50,
primi anni ’60 – ancora stento a parlare di me in prima persona, ancora quello
che mi interessa è certificare il mio
rapporto con la realtà: come prima attraverso la sublime metafora del racconto
evangelico, così adesso attraverso le figure, attraverso la realtà della città
riscoperta, della città amata, anche, perché, come dicevo prima, effettivamente
è stato un innamoramento per me quello della città: un innamoramento che dura
ancora adesso, a distanza di tanti anni, anche se la città è cambiata, anche se
è molto meno vera (almeno mi sembra) di quanto fosse allora, molto meno ricca
di umanità e anche di drammi. Però appunto è ancora il luogo in cui non riesco
a non vivere.(Pantheon. Le ragioni della vita, intervista
a G. Raboni, RAI Nettuno SAT 1, 4 gennaio 2004)
Se passo per via Andegari penso che lì abitavano i miei
nonni che non ho mai conosciuto, tutti morti prima che nascessi. Questo fatto
di non aver mai vissuto con i vecchi scombussola un po’, non si hanno
istruzioni per la vecchiaia. E sono già nonno. (“la Repubblica”, 3-4 febbraio
1991)
I morti e i veri
Nella casa umida, il poco
ch’è asciutto sembra più asciutto ancora:
nelle stanze da letto al primo piano
il pavimento d’assi quasi bianche
non lucidate con la cera e
un po’ distanti; sotto, nella sala
del bigliardo, l’avorio dei birilli
messi in croce… (Prima o dopo ci torno
a vedere la casa degli amici
dove a momenti ti nasceva un figlio
- è nato due giorni dopo – e s’aspettava,
di sera, che il temporale portasse
un po’ di fresco anche a Milano. Smorti
lungo i muri, con facce da lenoni
o da tartufi, oscuri
antenati lombardi
controllavano il conto delle uova
e dei formaggi: usando astuzia, e quantità
di penne d’oca. Si rideva di loro
con ribrezzo. Ma in fondo, che sia giusto
così? Meglio dei nostri veri, gente
distratta, malinconica
per vizi più sottili, chi può dire
che non sia quello il tipo d’antenati
che nostro figlio fingerà d’avere, ridendo
di loro, voltandogli le spalle
come nessuno è mai riuscito a fare!)
Milano continua a essere lo scenario della mia vita e
dunque della mia immaginazione, della mia sensibilità, del mio modo di reagire
a ciò che accade nella realtà e nella mia mente. Ma rispetto ai tempi de
Le case della vetra penso che questo
scenario si sia molto interiorizzato, che abbia perso, se così si può dire,
gran parte della sua “letteralità” e, dunque, della sua pronunciabilità
immediata; e questo, credo, perché – come succede a tutti, forse, quando si
invecchia – da alcuni anni tendo a guardare molto di più dentro di me e molto
meno fuori di me, ossia, in altri termini, perché la Milano che più mi riguarda
e mi emoziona la ritrovo, ormai, soprattutto nella memoria.
(Milano, la città e la memoria, 2001)
La poesia La guerra
è assolutamente autobiografica, è un ricordo di mio
padre, dello straordinario spirito di sacrificio con cui, lui che non poteva
abbandonare la città, viaggiava continuamente ogni sera e ogni mattina fra la
città e la campagna dove eravamo rifugiati, pur di non interrompere la vita in
comune. Questo spirito di sacrificio, di dedizione, che mi commuove sempre, è
messo a confronto con le mie personali inadempienze nei confronti dei miei
figli. In generale la mia vita entra nella poesia, e ci è entrata in maniera
crescente: quando ero molto giovane da una parte avevo meno vita da mettere
nella poesia, dall’altra avevo più paure a mettercela. Questo spiega il sistema
di correlativi oggettivi di cui è impastata la prima fase della mia poesia. Poi
la mia vita è entrata o come ricordo, ripensamento del passato, o in presa
diretta come registrazione di emozioni. Adesso torno invece un po’ a
rispecchiarmi, forse a nascondermi, dentro storie già codificate”.
(Conversazioni
d’autore. Dialoghi fra scrittori e studenti di un liceo, a cura di G.
Prosperi, prefazione di G. Armellini, Bologna, Pendragon, 2003):
La guerra
Ho gli anni di mio padre – ho le sue mani,
quasi: le dita specialmente, le unghie,
curve e un po’ spesse, lunate (ma le mie
senza il marrone della nicotina)
quando, gualcito e impeccabile, viaggiava
su mitragliati treni e corriere
portando a noi tranquilli villeggianti
fuori tiro e stagione
nella sua bella borsa leggera
le strane provviste di quegli anni, formaggio fuso, marmellata
senza zucchero, pane senza lievito,
immagini della città oscura, della città sbranata
così dolci, ricordo, al nostro cuore.
Guardavamo ai suoi anni con spavento.
Dal sotto in su, dal basso della mia
secondogenitura, per le sue coronarie
mormoravo ogni tanto una preghiera.
Adesso, dopo tanto
che lui è entrato nel niente e gli divento
giorno dopo giorno fratello, fra non molto
fratello più grande, più sapiente, vorrei tanto sapere
se anche i miei figki, qualche volta, pregano per me.
Ma subito, contraddicendomi, mi dico
che no, che ci mancherebbe altro, che nessuno
meno di me ha viaggiato fra me e loro,
che quello che gli ho dato, che mangiare
era? non c’era cibo nel mio andarmene
come un ladro e tornare a mani vuote…
Una povera guerra, piana e vile,
mi dico, la mia, così povera
d’ostinazione, d’obbedienza. E prego
che lascino perdere, che non per me
gli venga voglia di pregare.
Credo che questo sentimento di
inadempienza, che a un certo punto si è focalizzato sul rapporto con i figli,
fosse in qualche modo preesistente. In effetti anche prima di essermi allontanato
da loro avevo il sentimento, del tutto irrazionale, di aver mancato qualche
appuntamento importante, con i miei genitori ad esempio, con cui pure ho avuto
un rapporto molto buono. Forse il fatto che mio padre e mia madre siano
scomparsi così rapidamente ha fatto sì che inconsciamente io mi sentissi un po’
in colpa, come se non fossi stato in grado di trattenerli. Poi questo senso di
inadempienza si è concretizzato più ragionevolmente sui miei figli, nei
confronti dei quali sono stato veramente manchevole. Però credo che qualcosa,
sia pure irrazionalmente, si fosse formato prima”.
(Intervista in “Poesia”, XVI, n. 168, gennaio 2003):
Parti di requiem (…) è dedicato alla memoria di mia madre e
si chiude con una poesia che si
riconnette anch’essa, in qualche modo, al dilemma fra responsabilità e
irresponsabilità della poesia di fronte alla vita (e alla morte,
naturalmente). (“L’approdo letteraio”, cit.)
Amen
Quando sei morta stavamo
in una casa vecchia.L’ascensore non c’era. C’era spazio
da vendere per pianerottoli e scale.
Dunque non t’è toccato di passare
di spalla in spalla per angoli e fessure,
d’essere calcolata a spanne, raddrizzata
nel senso degli stipiti. Sparire
era più lento e facile quando tu sei sparita.
Parecchie volte, dopo, mi è sembrata
una bella fortuna.
Eppure, se ci pensi, in poche cose
c’è meno dignità che nella morte,
meno bellezza. Scendi a pianterreno
come ti pare, porta o tubo, infìlati
dove capita, scatola di scarpe
o cassa d’imballaggio, orizzontale
o verticale, sola o in compagnia,
liberaci dall’estetica e così sia.
Questa poesia scritta pensando,
ripensando alla morte di mia madre è in qualche modo conclusiva di una serie di
testi diciamo di carattere familiare: sulla storia della mia famiglia, sulla
scomparsa dei miei genitori. È anche una poesia in cui in qualche modo tento di
uscire da questo viluppo di emozioni e di ricordi, come se sentissi il bisogno
di avvicinarmi di più alla vita non riflessa, alla vita “in diretta”, si
direbbe oggi, o in prima persona. (Pantheon.
Le ragioni della vita, cit.)
Pensavo
polvere, non cenere; non
arso, pensavo, né centrifugato;
polvere: e diventarlo
a poco a poco, a poco a poco sperdere
il duro delle ossa. E che la terra
non fosse poca né tanta,
né pesante né lieve a cancellare
lo scempio della fossa.
E che la terra fosse consacrata…
E che la terra fosse consacrata
e condivisa, lotto
numerato e introvabile
d’uno dei fiochi immensi cimiteri
che da nord, da nord-ovest
assediano Milano, che ci salvano,
barricate di croci,
d’angeli mutilati, dall’orrore
di marcire in privato, in un giardino.
Uno dei pochi pilastri della mia fede –
ammesso che di fede si possa parlare – è l’idea della comunione dei vivi con i
morti, che non vuol dire che io pensi che c’è un oltrevita nel quale si
incontrino i morti. Penso che i morti ci siano, cioè penso che si continui a
vivere anche con le persone che non ci sono più, che continuino a fare parte
della nostra vita... Attraverso la memoria, attraverso la continuità dei
pensieri e delle emozioni. Se li coinvolgevano quando erano vivi, perché non
dovrebbero coinvolgerli poi quando sono morti? Noi non cambiamo perché una
persona non la vediamo più, rimaniamo noi stessi. Quindi, non ci sono dubbi.
Non ho dubbi su questo... o, comunque, voglio non averne”. (Intervista a
Giovanni Raboni, Firenze, 29 maggio 2003)
La commemorazione dei defunti
Con i tuoi, lo sappiamo, un modus
vivendi l’hai trovato. Non era né facile
né difficile, quasi non c’era scelta. ma quei tizi di cui
non ti frega niente, carbonizzati
nella carcassa di un caccia sbocconcellati dall’uomoleone falciati
dal tifo sull’altipiano, che
salvezza c’è per te in loro? che sugo
per loro nel tuo strizzar gli occhi e indugiare
a fitte sul giornale?
Siano rimessi, dico (i morti) nel nostro impasto quotidiano, piega il giornale,
lascia che lontano i vivi seppelliscano i vivi.
Pensare all’anima – non per salvarla: per goderne.
È impossibile guardare il tempo senza
vedere la morte, così come è impossibile guardare il mare aperto senza vedere l’orizzonte.
Uno, per non vederla, dovrebbe passare tutta la vita di profilo come l’
one-eyed jack, il povero fante monocolo
delle carte da gioco. E il bello è che anche la morte, come l’orizzonte, è
sempre alla stessa distanza.
Ho sempre pensato che l’ultimità (so
che questa parola non esiste, ma per il momento non sono disposto a rinunciarvi
o a sostituirla) sia la più preziosa, la più inebriante delle dolcezze. Ma come
calcolarla senza spavento? Un condannato a morte potrebbe essere per una notte
il più felice degli uomini se la felicità non gli fosse nascosta o per dir
meglio ostruita dall’immaginaria traumaticità e “oscenità” della morte. Insomma,
è probabile che il dono dell’indeterminatezza – la facoltà che a ogni uomo è
concessa, ma che non molti possono o sanno sfruttare sino all’ultimo, di vedere
la morte sempre alla stessa distanza – non sia indispensabile soltanto per
vivere senza tormento, ma anche per avvicinarsi con gioia alla morte. Si può
assaporare la fine solo a patto di percepirla come un bene esiguo ma non
contato, uno spazio breve e ultimo ma infinito.
Sono quello che eravate, sarò
quello che siete, sussurro a chi spia
i miei passi da un letto di corsia
d’un padiglione di Niguarda o
del vecchio policlinico di via
Sforza, mi sopravalutate, ho
un rene solo, presto perderò
l’ultima battaglia con la miopia
e il cuore, eh, il cuore…No, perdono, care
anime, perdono! non posso fare
l’unto della Morte qui, non si deve
insegnare a morire a chi già tanto
muore e così poco spera, soltanto
un’altra primavera, un’altra neve.
Solo adesso comincio forse a intravedere il significato di
un’immagine che da molti anni inesplicatamente nutro e mi nutre, quella di mio
padre che dopo il primo attacco cardiaco (il secondo, pochi mesi dopo, lo
avrebbe ucciso) se ne sta a letto, di buonissimo umore, ben appoggiato a due
cuscini, e legge, legge ininterrottamente, legge o rilegge tutti i romanzi
possibili... Rivedo le pile di libri sul comodino, l’azzurro dei vecchi
Einaudi, il verde della “Romantica”, il giallo dei Classiques Garnier... E
ricordo la mia sorpresa, il mio superstizioso sgomento: perché leggere tanto,
perché impadronirsi di tante storie, di tante verità se gli restava così poco
tempo per “usarle”, per metterle a profitto? Forse, pensavo, legge soltanto per
“passare il tempo”... Ma no: finito un libro, diceva sorridendo che era
contento, che ne era “valsa la pena”... Ma come? era la mia stessa reazione –
ma io avevo vent’anni, e se ero contento d’aver letto un nuovo libro o d’averne
capito meglio uno che avevo letto troppo presto, con troppa foga e innocenza,
era perché ogni volta mi sentivo un po’ più forte, più ricco, perché sentivo di
avere qualcosa in più da smerciare, da investire, da far fruttare nel corso del
mio vergine e inesauribile futuro, a profitto del mio orgoglio e a edificazione
del genere umano: tempus edificandi...
Beh, adesso comincio a capire – forse, più semplicemente, comincio a essere mio
padre. Quest’anno lui avrebbe cento anni, l’anno prossimo io avrò la sua età,
l’età di quando è morto. Se mi sono trascinato dietro, di casa in casa, tanti
libri era, comincio a rendermene conto, per metterli un giorno o l’altro in
pila – gli azzurri, i verdi, i gialli – sul comodino. A proposito, dovrei avere
un comodino accanto al letto. Dovrei avere un letto, un vero letto – un letto
con una spalliera di noce a cui appoggiare due cuscini. Non assaporo ancora, ma
già immagino la gioia di accumulare silenziosamente dentro di me beni
infruttiferi e intrasmissibili e sento che potrebbe essere la più pura, la più
sottile, la più perfetta delle gioie. (“Legenda”, aprile 1992)
Ombra ferita, anima che vieni
zoppicando, strisciando dal tuo fioco
asilo a cercare nei sogni il poco
che rosicchio per te all’andirivieni
dei risvegli e degli incubi, agli osceni
cortei delle sciarade, così poco
che qualche volta quando arrivi il fuoco
è già spento, divelte le imposte, pieni
di insulsi intrusi o infidi replicanti
l’immensità della cucina, il banco
di scuola, il letto, dammi tempo, non
svanire, il tempo di chiudere i tanti
conti vergognosi in sospeso con
loro prima di stendermi al tuo fianco.
Comunque è un tema, questo dei rapporti familiari, dei
ricordi familiari, che poi è continuato, anche andando avanti, anche fino alle
ultime cose. Però in qualche modo sentivo il bisogno di uscirne, di affrontare
forse un modo più autobiografico di frequentare e di usare la poesia. E
probabilmente quello che doveva succedere era che entrasse, con forza, con
violenza, nella mia ispirazione e nella mia pratica poetica il tema dell’amore.
Alle poesie di pietà familiare, diciamo così è subentrata poi negli anni
successivi una poesia di racconto amoroso, di autobiografia amorosa.
“Canzonette mortali”. Sono poesie d’amore, e a
questo punto direi che il privato, e il racconto di me, è entrato addirittura
in modo spudorato nella mia poesia. Non sono, queste, le prime poesie d’amore,
sono in un certo senso le ultime, cioè quelle dell’ultimo amore, quello che
continua a essere nella mia vita. Però sono in qualche modo la conclusione di
un avvicinamento alla confessione diretta, diciamo così; e probabilmente
occorreva proprio questo rapporto traumatico che si ha con l’oggetto del
proprio amore, con la persona amata, per farmi uscire così allo scoperto. Da
questo punto in poi in un certo senso anche le mie poesie di argomento non
amoroso, le mie poesie di argomento... riflessivo, meditativo, o addirittura
civile sono decisamente poesie in prima persona. Ho in qualche modo rotto il
diaframma del correlativo oggettivo; sono diventato uno che parla di sé, sono
diventato un poeta in prima persona. Io non credo che questo sia un progresso;
credo che la poesia possa essere altrettanto sincera, altrettanto autentica,
altrettanto rivelatrice anche se si mantiene, appunto, al coperto, se mantiene
la finzione o... il gioco di sponda con la realtà oggettiva. A me è successo
questo; ed è abbastanza probabile che sia qualcosa che riguarda anche proprio
le età di una persona, cioè che ci sia qualcosa di... addirittura di biologico,
no? in questo andare da un rapporto privilegiato con la realtà esterna, con la
realtà oggettiva, con le immagini del mondo, diciamo così, verso una... verso
la meditazione sempre più interiore, sempre più in prima persona. Alla fine si
rimane soli di fronte alla solitudine, alla morte, questo è il destino credo di
tutti noi; e quindi che anche la poesia segua in qualche modo questo tracciato
– dalla vita alla morte, dal collettivo al drammaticamente individuale – credo
sia abbastanza nella natura, nella natura delle cose”.
(Pantheon. Le ragioni della
vita, intervista a G. Raboni, RAI Nettuno SAT 1, 4 gennaio 2004)
Canzonette mortali
Io che ho sempre adorato le spoglie del futuro
e solo del futuro, di nient’altro
ho qualche volta nostalgia
ricordo adesso con spavento
quando alle mie carezze smetterai di bagnarti,
quando dal mio piacere
sarai divisa e forse per bellezza
d’essere tanto amata o per dolcezza
d’avermi amato
farai finta lo stesso di godere.
Le volte che è con furia
che nel tuo ventre cerco la mia gioia
è perché, amore, so che più di tanto
non avrà tempo il tempo
di scorrere equamente per noi due
e che solo in un sogno o dalla corsa
del tempo buttandomi giù prima
posso fare che un giorno tu non voglia
da un altro amore credere l’amore.
Un giorno o l’altro ti lascio, un giorno
dopo l’altro ti lascio, anima mia.
Per gelosia di vecchio, per paura
di perderti – o perché
avrò smesso di vivere, soltanto.
Però sto fermo, intanto,
come sta fermo un ramo
su cui sta fermo un passero, m’incanto…
Non questa volta, non ancora.
Quando ci scivoliamo dalle braccia
è solo per cercare un altro abbraccio,
quello del sonno, della calma – e c’è
come fosse per sempre
da pensare al riposo della spalla,
da aver riguardo per I tuoi capelli.
Meglio che tu non sappia
con che preghiere m’addormento, quali,
parole borbottando
nel quarto muto della gola
per non farmi squartare un’altra volta
dall’avido sonno indovino.
Il cuore che non dorme
dice al cuore che dorme: Abbi paura.
Ma io non sono il mio cuore, non ascolto
né do la sorte, so bene che mancarti,
non perderti, era l’ultima sventura.
Ti muovi nel sonno. Non girarti,
non vedermi vicino e senza luce!
Occhio per occhio, parola per parola,
sto ripassando la parte della vita.
Penso se avrò il coraggio
di tacere, sorridere, guardarti
che mi guardi morire.
Solo questo domando: esserti sempre,
per quanto tu mi sei cara, leggero.
Ti giri nel sonno, in un sogno, a poca luce.
Non ho grandi letture, scientifiche, ma
mi ha sempre colpito, in quelle poche cose che ho letto di fisica, l’idea che
l’irreversibilità del tempo non possa essere dimostrata. Viviamo rispettando
questa realtà, però la fisica non è in grado di dimostrare che il tempo sia
irreversibile. E questo mi ha sempre molto colpito: un po’ terrorizzato, un po’
consolato. Siamo sempre in bilico. Non è detto che non si possa tornare
indietro, a visitare il passato. Credo di averlo anche scritto da qualche
parte, in una poesia di A tanto caro
sangue, Scongiuri vespertini,
dove si parla di tornare a visitare sepolcri e lazzaretti. Questa idea, che ho
trovato anche in libri di fisici famosi, che si può anche viaggiare nel tempo,
non con le macchine del tempo, ma in qualche luogo del possibile... Questa è
forse la volta in cui sono riuscito a dirla meglio”. (C. Di Franza,
intervista a Giovanni Raboni ,Venezia-Napoli, 2002-2003)
Dopo la vita, cosa? ma altra vita,
si capisce, insperata, fioca, uguale,
tremito che non si arresta, ferita
che non si chiude eppure non fa male
- non più, non tanto. Lentamente come
risucchiati all’indietro da un’immensa
moviola ogni cosa riavrà il suo nome,
ogni cibo apparirà sulla mensa
dov’era, sbiadito, senza profumo…
Bella scoperta. E’ un pezzo che la mente
sa che dove c’è arrosto non c’è fumo
e viceversa, che fra tutto e niente
c’è un pietoso armistizio. Solo il cuore
resiste, s’ostina, povero untore.
Ho cominciato a riflettere sulla
morte... direi prima addirittura sul racconto evangelico, sulla morte di
Cristo, poi sulla morte dei miei, sulla morte che ha colpito molto presto la
mia vita con la scomparsa prima di mio padre e poi di mia madre. E quindi era
in un certo senso la morte degli altri,
era la morte come scomparsa di persone care, di riferimenti indispensabili. Poi
col tempo, credo naturalmente, è diventata la riflessione sulla
mia morte, su che cosa significa, su che
cosa significherà; e direi che è diventata però, almeno credo, sempre più
serena, la mia riflessione, nel senso che insieme all’idea della morte come...
come traguardo che si avvicina, come esperienza che si fa sempre più prossima,
si è fatta sempre più forte in me l’idea della comunione dei vivi e dei morti,
per dirla in modo sintetico. Cioè non faccio più molta distinzione tra vivi e
morti, non soltanto nelle persone della famiglia ma nelle persone care, negli
amici che a un certo punto scompaiono. Io non li sento, devo dir la verità, più
lontani di quando erano vivi, e quindi mi si è, appunto, fatta sempre più
essenziale, sempre più cara l’idea che esiste non so se un aldilà o un aldiquà
o un dentro-di-noi in cui i morti continuano a vivere con noi. Questo è
diventato uno dei temi proprio anche espliciti del mio ragionamento e della mia
poesia”. (Pantheon. Le ragioni della vita,
intervista a G. Raboni, RAI Nettuno SAT 1, 4 gennaio 2004)
Ho sempre pensato che la vita non sia
qualcosa da cui si entra e si esce, qualcosa che si attraversa come uno spazio
finito, ma come qualcosa in cui si sta indefinitamente. Questo non implica,
secondo me, per forza di cose, un’idea di trascendenza: semplicemente la vita è
questa cosa, la cosa in cui si sta, in cui non si può non continuare a stare
anche quando teoricamente la vita finisce. Questa è la mia – se volete – la mia
fede. Non so se sia una fede nel senso plausibile della parola. È il mio modo
di stare dentro questa realtà che secondo me non può chiamarsi in altro modo
che la vita. Una volta in una poesia ho scritto che “cerco” a volte “di
immaginare la felicità dei morti” e penso che anche per i morti la felicità sia
la vita. (Rai, estate 2003)
Tanto difficile da immaginare,
davvero, il paradiso? Ma se basta
chiudere gli occhi per vederlo, sta
lì dietro, dietro le palpebre, pare
che aspetti noi, noi e nessun altro, festa
mattutina, gloria crepuscolare
sulla città invulnerata, sul mare
di prima della diaspora – e si desta
allora, non la senti? una lontana
voce, lontana e più vicina come
se non l’orecchio ne vibrasse ma
un altro labirinto, una membrana
segreta, tesa nel buio a metà
fra il niente e il cuore, fra il silenzio e il nome…
L’importante è essere ben convinti che la poesia non è né
uno stato d’animo a priori né una condizione di privilegio né una realtà a
parte né una realtà migliore. È un linguaggio: un linguaggio diverso da quello
che usiamo per comunicare nella vita quotidiana e di gran lunga più ricco, più
completo, più compiutamente umano; un linguaggio al tempo stesso accuratamente
premeditato e profondamente involontario capace di connettere fra loro le cose
che si vedono e quelle che non si vedono, di mettere in relazione ciò che
sappiamo con ciò che non sappiamo.
Svegliami, ti prego, succede ancora
d’implorare in un sogno a questa tenera
età, aiutami, fa’ che non sia vera
l’oscena materia del buio. Sfiora
allora davvero una mano il mio
corpo assiderato e di colpo so
d’averti chiamata e che non saprò
più niente.
in “Almanacco dello Specchio”, Mondadori 2006